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Quando il giovane parroco Gualtiero Bassetti sventò un'esplosione

24/05/2017  Durante l'alluvione dell'Arno riuscì a evitare l'incendio di un magazzino di combustibile

"Pioveva da giorni, il fiume stava per tracimare. Portiamo almeno in salvo il Santissimo, perché qui si sta mettendo veramente male, decise il parroco. Lo stavamo trasportando quando all’improvviso le porte si aprirono con un botto per la forza impetuosa dell’acqua. I cardini erano saltati come fuscelli. La chiesa si allagò e facemmo appena in tempo a salire attraverso una scaletta che portava in canonica, al primo piano". Il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, fioorentino di nascita, neo presidente della cei, conserva vividi ricordi dei giorni dell’alluvione. A quel tempo era viceparroco di San Michele a San Salvi, l’antica pieve di Firenze, con una comunità di 12 mila anime che viveva tra il Campo di Marte e Bellariva, non lontano dall’Arno. "Da noi l’alluvione fece molti danni non tanto per il fiume, ma perché l’acqua aveva riempito come una vasca il cortile dell’ospedale psichiatrico di San Salvi, che aveva mura alte sette metri", ricorda il cardinale. "E così a un certo punto l’acqua abbatté quei muri scatenando un Vajont. Questo avvenne mentre io e il parroco ci trovavamo in chiesa per salvare almeno la pisside con le ostie consacrate".

Ma il giorno della piena, quel 4 novembre del 1966, il viceparroco don Bassetti fu protagonista di un altro episodio ancor più drammatico e rocambolesco. "Già verso le otto del mattino (dovevamo celebrare Messa) nella piazza antistante la chiesa c’erano 30 o 40 centimetri d’acqua. Non pensavamo all’Arno, ma credevamo fossero i tombini che non reggevano. In un angolo della piazza c’era un deposito di carburo, che a contatto dell’acqua forma acetilene e diventa esplosivo. Io venivo dalla campagna, dove avevamo l’illuminazione a carburo, con la calzetta e la bomboletta per il gas. Riconobbi subito quell’odore intenso e pericoloso, e mi sono impaurito: qui, ho pensato, se l’acqua entra nei fusti, salta tutto. E infatti, si seppe nei giorni seguenti, in via Scipione Ammirato saltò in aria un palazzo per i medesimi motivi".

Il cardinale torna con la memoria a quegli attimi frenetici. "In piazza c’erano sette o otto ragazzi della parrocchia. Li chiamai alla svelta gridando: ragazzi, bisogna aprire quella saracinesca! Trovammo una mazza ferrata, di quelle che servono a spaccare le pietre. A furia di colpi ho abbattuto la saracinesca.Ci trovammo di fronte allo spettacolo che immaginavamo: una catasta di fusti da una ventina di chili l’uno allineati. Il carburo stava entrando in contatto con l’acqua, era come se soffriggesse. Abbiamo fatto una catena umana passandoci di mano in mano i fusti. Io ero l’ultimo della fila: quando toccava a me li gettavo nella corrente d’acqua ormai alta mezzo metro che scorreva in via Andrea Del Sarto, una strada in discesa che finiva a gomito contro il muro di una palestra. Quando sbattevano facevano una fiammata alta venti metri ma a quel punto non c’era nessun pericolo. Erano istanti frenetici, ma in fondo quasi ci divertivamo con l’incoscienza dei nostri anni. Un’incoscienza che ci fece evitare una grande tragedia".

Ma il racconto del cardinale non finisce qui: «Alla fine di quell’operazione un ragazzo gridò: Nonna Rosa!". Nonna Rosa era un’anziana signora che abitava a pian terreno di una piccola casa della piazza ormai ridotta a un lago. «La trovammo che era salita sul tavolo. “Signora Rosa”, la incitammo, “venite via!”. Facemmo il seggiolino del papa, incrociando le mani, e la caricammo, ma lei non voleva andarsene e allora un ragazzo cominciò a minacciarla: “Nonna Rosa, o venite con noi o qui si affoga tutti. Se non venite via, mi costringete a essere violento”. E fu così che la salvammo».

Nei giorni seguenti Firenze cominciò a popolarsi di angeli. "La solidarietà tra gli abitanti e da parte di chi veniva da fuori fu commovente. I centri di raccolta erano le parrocchie e le Case del popolo: fu un grande momento, tutti eravamo intenti a soccorrere e ad aiutare. Firenze divenne la capitale mondiale della solidarietà, perché apparteneva al mondo, non solo ai fiorentini. Si stabilirono amicizie, affetti, gesti esemplari. Ricordo quei giorni come una delle parentesi più belle della mia vita".

 

 

 

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