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martedì 25 gennaio 2022
 
 

Quando un onorevole deve farsi da parte

24/06/2013  I casi Idem e Berlusconi pongono una domanda di ordine morale più che giudiziario: quando un politico deve dimettersi? Quando è opportuno lasciare il passo (e la poltrona)?

Si scrive dimissioni si legge disfatta. In Italia non sono le urne a decretare la sconfitta politica, la fine di una carriera, l’ultima curva di un percorso. E’ il dover lasciare la carica. Costretto alle dimissioni, il politico all’italiana non ha nulla a cui ricorrere, se non complotti mediatici e macchinazioni. Manca l’avversario, impalpabile. Perché nel nostro Paese il giudizio morale è cosa opinabile assai, e tutti – almeno fino a ieri - sono pronti a solidarizzare con il vincitore, per dirla alla Flaiano, e a essere paterni con lo sconfitto.

Ecco allora che il caso del ministro alle Pari Opportunità Josefa Idem - dimissioni per illeciti fiscali - e soprattutto dell'ex premier Silvio Berlusconi - condannato dal tribunale di Milano a sette anni per concussione e prostituzione minorile  con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici -  paiono riproporre l’eterna domanda: quando un politico di casa nostra deve dimettersi? Quale la soglia morale prima che giudiziaria che è bene non superare, tribunali a parte, per essere “onorevoli”? Per restare credibilmente sulla poltrona di velluto rosso?
Il concetto pare sfumato. Non sono più i tempi del caso Montesi, la ragazza ritrovata morta (e seminuda) nell’aprile del ‘53 sul litorale di Torvajanica. Bastò che l’ombra di un sospetto sfiorasse il figlio del ministro degli Esteri Attilio Piccioni, delfino di De Gasperi, per spingerlo all’addio.

Oggi l’ombra deve essere a contorni netti, come una meridiana a mezzogiorno. Altrimenti non si molla. Tre anni fa ha fieramente resistito, salvo poi cedere, l’ex ministro Claudio Scajola, inconsapevole acquirente di casa con vista Colosseo. Così ha fatto l'anno scorso la presidente del Lazio Renata Polverini, sebbene gli scandali “fioriti” all’ombra del suo consiglio campeggiassero con esplicite foto sui giornali. Alzata di spalle da Antonio Di Pietro, mesi fa, davanti alle inchieste sugli affari immobiliari. E l’eterno, venerando Bossi? Non passa giorno che non faccia sentire i suoi rimbrotti al povero Maroni. Malgrado le note spesa del Trota, le auto da corsa e gli yacht del figlio maggiore, il patrimonio del partito tradotto in diamanti. Un maestro venerabile senza sensi di colpa, neanche una punta di rimorso. Coscienza piatta su elettroencefalogramma ancora attivissimo.

A noi, a voi resta la domanda: quando dimettersi? In Italia i grillini ci hanno provato: basta una sentenza di primo grado. O, aggiungiamo, la sentenza del Capo-comico. All’estero il Capo è l’opinione pubblica, lì sì implacabile. All'insediamento del 2009 Obama perse in un fiat ben due ministri, Tom Daschle e Nancy Killefer, il primo designato a ministro della Sanità e la seconda a responsabile per il controllo del budget federale. La colpa? Irregolarità col fisco. Idem in salsa Usa.
In Germania – parliamo del 2011 – l’astro nascente della Cdu, il ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg si dimise per un inconfessabile delitto: aver copiato la tesi di dottorato.

Copiato, capite? Né tangenti, né case, né sesso. Solo qualche pagina presa a prestito da altri. Esagerati, dite? Ma certo, quella è la Germania. Da noi si resta dimissionari a vita.

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