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domenica 31 maggio 2020
 
 

Quando Vasvja e Sena entrarono a scuola

30/04/2015  Suscitò polemiche il loro caso: assunte come bidelle a scuola un gruppo di mamme protestò vivacemente. Il sindaco tenne duro. Ed ecco come andò a finire…

«Invito tutte quelle signore a venirmi a trovare a casa mia, da amiche. Saranno le benvenute, ci conosceremo e dimenticheremo tutto!». Ha risposto proprio così a Famiglia Cristiana Vasvja Seferovic su come si sentisse dopo la vicenda che l’ha vista protagonista, nel novembre dello scorso anno, a Monserrato, comune del Cagliaritano, insieme a Sena Halilovic.

Sono due donne rom bosniache, in Italia da oltre 40 anni; entrambe sono vedove, abitano in un campo e hanno dei figli da mantenere. Vasvja, 46 anni, ne ha sei, tra i quali una ragazza che frequenta la scuola superiore, mentre Sena, 40 anni, ne ha cinque. Pensando al futuro dei loro figli, hanno sempre investito sulla scuola: Vasvja è la madre della prima ragazza rom diplomatasi in Sardegna. Entrambe non avevano un lavoro e sono state inserite in un progetto regionale di formazione professionale.

Tra i tirocini previsti, anche quello come bidelle nell’elementare di Monserrato. «Ero al corrente della carenza di organico della scuola», spiega il sindaco Gianni Argiolas, «e così ho proposto al preside di far lavorare le due donne per un mese». Tutto senza che né la scuola, né il Comune dovessero sborsare un centesimo: i 600 euro mensili erano garantiti da fondi europei che non si sarebbero potuti spendere in altro modo. Eppure, diffusa la notizia, era scoppiata la bagarre.

Un gruppo di mamme della scuola, una minoranza ma molto rumorosa, si era precipitata dal sindaco per protestare. C’è chi ha obiettato che «non era inserito nel piano di offerta formativa» e chi ha riportato i peggiori stereotipi sui rom: «Non le vogliamo perché sono sporche, puzzano, fanno paura ai bambini e si vestono in modo strano con quelle gonne lunghe». Ovviamente c’è chi non ha perso occasione per alimentare il fuoco e soffiare sulle paure, ma il sindaco decise saggiamente di non interrompere il progetto. Passato qualche giorno, la tensione è calata e a Monserrato si sono fatte sentire anche altre voci. «Guardi», mi dice la signora Elena Spiga, «io ammiro Vasvja, che ha sempre insegnato ai suoi figli a studiare. Non deve essere facile farlo nelle sue condizioni».

Un vigile urbano aggiunge convintamente: «Se mi è permesso, vorrei dire che anche un rom ha i suoi diritti, non inferiori a quelli di altri». Antonello Pabis dell’Associazione sarda contro l’emarginazione, che da anni frequenta i campi della zona, spiega: «C’è stata una buona reazione al razzismo di quelle poche mamme, ma episodi del genere stanno aumentando. Occorre insistere nel far incontrare rom e non rom e costruire occasioni di conoscenza personale».

Vasvja, dal canto suo, ribadisce l’invito per un caffè e conferma che prevale il sogno di avere finalmente un lavoro: «Inizialmente ero molto dispiaciuta, però sono abituata a sopportare… Potevano informarsi meglio, ma ora in tante mi hanno chiesto scusa». Grazie allo stesso progetto che sta dando un’opportunità alle due donne, altri ragazzi rom stanno facendo un tirocinio come parrucchieri e meccanici. Si tratta di un’iniziativa finanziata da 850 mila euro di un Programma Operativo Regionale (Por) del Fondo Sociale Europeo 2007-2013. Una piccola parte, insomma, degli 89 milioni di euro che la Sardegna ha ricevuto dall’Europa e che hanno aiutato molte famiglie sarde. Secondo l’indagine “Eu Inclusive” della Casa della Carità, in Italia il tasso di disoccupazione dei rom e sinti è del 44%, ma soprattutto «la gran parte sarebbe pronta ad intraprendere un’attività lavorativa entro due settimane, se gli si offrisse un’opportunità».

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Rom e sinti, italiani che lavorano
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