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sabato 27 novembre 2021
 
Michaeldavide Semeraro
 
Credere

Quaresima per imparare a dare il meglio di noi

16/02/2016  Michaeldavide Semeraro. Tempo di rinunce o opportunità per ampliare i nostri desideri di bene? Parliamo della Quaresima con un monaco esperto di umanità e spirito

Di vette ne sa qualcosa, visto che vive a 1.750 metri di altitudine, a Rhêmes-Notre-Dame (Valle d’Aosta). In realtà però, ci spiega fratel MichaelDavide Semeraro, la via per “salire” cristianamente è in discesa e si chiama umiltà. È uscito in libreria in questi giorni il suo Quaresima. Un’occasione da non perdere. Ne parliamo con l’autore, un monaco benedettino della Congregazione sublacense cassinese, di cui è entrato a far parte nel 1986. Da otto anni vive con altri due confratelli in una piccola domus, dove cura una minuscola comunità parrocchiale vivendo la classica vita monastica fatta di preghiera, di lavoro e accoglienza di ospiti che si fermano per un “riposo” dello spirito.

Il sottotitolo del suo libro è “un’occasione da non perdere”. Perché la Quaresima è un’opportunità?

«Papa Francesco, nella sua bolla di indizione del Giubileo, ha saputo rilanciare la Quaresima come un’occasione, un tempo speciale di quest’anno giubilare. È di fatto l’occasione per fare quadrato intorno alla propria scelta battesimale e ringiovanire nella fede. Nella Chiesa latina si è dato molto più peso al tempo di Natale, ma il tempo fondamentale dell’anno liturgico è il mistero di Pasqua. La Quaresima secondo me è un’occasione da non perdere perché, lungi dall’essere un tempo di tristezza, è il momento in cui siamo chiamati – come singoli e come comunità – a “dare la decima” di tutto l’anno, come dicono i Padri: in questo tempo cioè si cerca di dare il meglio di sé. Come dire che la Quaresima è il tempo che ci permette di ritrovare il meglio di noi stessi come battezzati e come Chiesa».

Cosa vuol dire evangelicamente “ritrovare il meglio di sé”?

«Siamo purtroppo abituati, anche nella predicazione, a guardare a noi stessi sempre a partire dal peggio: quello che non facciamo, quello che non riusciamo a testimoniare… il che è frustrante. Invece la Quaresima, con questa sorta di sussulto di volontà e decisione, è il tempo per prendersi qualche piccolo impegno di conversione. Ci rendiamo così conto che abbiamo delle possibilità e possiamo dare spazio al meglio di noi stessi, non al peggio. Spesso siamo rassegnati al peggio, ma in realtà il germe battesimale lavora in noi sempre e ogni tanto – e la Quaresima è l’occasione – dobbiamo dargli più spazio. Questo richiede coraggio. Proclamando “Convèrtiti e credi al Vangelo” all’imposizione delle ceneri, la Chiesa ci ricorda che è possibile convertirci, camminare, cambiare, crescere. Possiamo diventare “migliori”. Sarebbe già un bell’inizio partire da questa fiducia che Dio ripone nella nostra capacità di essere figli e fratelli tra di noi».

Che legame c’è tra la Quaresima e la Pasqua?

«È riduttivo pensare alla Quaresima come una preparazione alla Pasqua. È più giusto dire che la Quaresima è già vivere la Pasqua di Cristo Signore, tenendo conto che ogni esperienza di reale trasfigurazione passa necessariamente per la presa d’atto di tutte quelle realtà di “ombra” in noi che si oppongono alla luce pasquale. Quaresima e Pasqua sono una sola realtà: celebrazione del mistero pasquale di Cristo in due atti necessari. Per aprirsi alla luce e alla gioia pasquale bisogna fare pulizia delle nostre resistenze e contraddizioni alla luce che ci viene da Cristo, per poterci aprire a questo dono e viverlo in pienezza. Prendiamo il digiuno: ci rivela che nel nostro corpo c’è un “alfabeto spirituale” fatto di desiderio, di decisione, di coraggio e di volontà. Se questo non è vissuto, non possiamo gustare l’esodo pasquale di Cristo che è una grazia che ci viene data ma è pagata con il dono della propria vita. Se vogliamo vivere la Pasqua, dobbiamo imparare a vivere come Cristo, quindi anche a pagare e a dare la nostra vita. In questo senso la Quaresima è ascesi, non nel senso mortificante della parola, ma come quando uno si allena per poter fare la gara».

Lei sottolinea molto l’aspetto comunitario dell’itinerario quaresimale. Perché?

«La colletta della prima domenica di Quaresima parla del “sacramento della Quaresima”: dunque, come ogni sacramento va vissuta in forma ecclesiale- comunitaria. La Quaresima non è un “atto privato”, anche se è per lo più vissuta così. Ci è data poi anche per la conversione delle comunità, che sono chiamate a riprendere i legami, a fare un’esperienza di riconciliazione, quasi di “innervamento” della propria decisione a testimoniare il Cristo con il corpo, quindi come Chiesa. La Quaresima porta frutto se è vissuta comunitariamente in modo intenso. Di questo facciamo un’esperienza forte nei monasteri».

Noi viviamo in relazione con gli altri e spesso queste relazioni hanno bisogno di essere risanate… Come può aiutarci la Quaresima?

«La Quaresima è anzitutto un tempo di purificazione dal nostro egoismo, da quello che i padri chiamano la philautia, l’amore di sé che ci rende ciechi su noi stessi e sul mondo che ci circonda. Le opere di misericordia rilanciate da papa Francesco per l’anno giubilare ci aiutano a rendere efficace la Quaresima: e lo è se ci rende uomini e donne “pasquali”. Che vuol dire non essere più troppo preoccupati di se stessi (la tristezza per i Padri è un sintomo di attaccamento egoistico), ma persone risorte in Cristo, cioè uomini e donne “aperti”. Una delle immagini più belle che i Vangeli ci danno di Gesù risorto è che lui passa per le porte chiuse! Non perché è un fantasma, ma perché non è più bloccato da nulla, è apertura assoluta, incontro assoluto.
In questo tempo dovremmo rompere i catenacci, mettere l’olio a tutte le nostre serrature, togliere tutto quello che rende più difficile l’incontro, il dialogo, la solidarietà e il servizio. La parola del Risorto a Maria di Magdala il mattino di Pasqua è “Va’ dai miei fratelli”. È ciò che il Signore Gesù ci ha conquistato nel suo dono pasquale: farci sentire veramente fratelli. La Quaresima è questo lavoro di apertura a una possibile fraternità che nasce. In questo ci aiuta una preghiera autentica: se essa è veramente atto di presenza alla presenza di Dio, richiede un esodo, un’uscita da noi stessi. Ci aiuta così in quel lavoro di “relativizzazione” di noi stessi per entrare in relazione con Dio, con i fratelli e sorelle, con il mondo. Un’operazione rivoluzionaria! Così il digiuno: è un modo di abitare il proprio corpo, così che non sia più abitato soltanto in relazione al bisogno. Con la rinuncia e l’astinenza diventiamo capaci di regolare i nostri bisogni a partire dai nostri desideri più profondi e autentici. E avendo gli occhi aperti anche sui bisogni degli altri. Il digiuno è sempre pensato nella duplice forma della temperanza e della condivisione».

Cosa possiamo augurarci da questa Quaresima?

«Che possa essere un’occasione di incremento di intelligenza di quanto siamo stati amati e di quanto siamo capaci di amare, che forse è più grande di quanto pensiamo. Nella Via crucis sostiamo sul mistero della passione di Cristo, che è un atto di amore. Davanti a Cristo crocifisso, che ci mostra l’amore misericordioso del Padre, sarebbe bello che ciascuno potesse scoprire di quanto amore è capace. Ricordando che non ne siamo capaci solo noi, ma anche gli altri: si entra così in una logica di stupore per l’amore di Dio, per l’amore che portiamo dentro di noi, tanto da diventare sensibili all’amore da cui siamo circondati e per il quale a volte non abbiamo occhi».

 
 
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