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giovedì 11 agosto 2022
 
Cinema d'autore
 

Quattro storie per parlare della pena di morte in Iran

10/03/2022  Nelle sale da oggi "Il male non esiste", Orso d'oro a Berlino, riflessione sul dilemma morale di uomini costretti a eseguire le condanne e togliere la vita a un altro essere umano

Il cinema iraniano si distingue da decenni per la sua capacità di sondare in profondità l’animo umano, raccontare storie drammatiche con tratti lievi e non melodrammatici, e indagare la complessità di una società su cui si allungano le ombre dell’oscurantismo. Al centro del film Il male non esiste (nelle sale da oggi), Orso d'oro a Berlino, il tema della pena di morte, ancora in vigore in Iran e che colpisce non solo chi si rende colpevole di omicidi ma anche i dissidenti. Ed è prevista anche in caso di blasfemia, possesso di droga, adulterio e contrabbando di arte. Secondo i dati di Nessuno tocchi caino nel 2016 sono state eseguite 530 esecuzioni, comprese donne e minorenni. Solo nel primo mese del 2022 ci sono state 46 esecuzioni. Secondo i dati di Amnesty negli ultimi dieci anni sono state mandate a morte 6400 persone. Se si esclude la Cina, che non fornisce dati ufficiali sulle condanne eseguite, l’Iran è il primo stato al mondo per numero di esecuzioni. Il regista Mohammad Rasoulof, molto apprezzato all’estero, è sottoposto a censura nel suo paese dove non è stato proiettato nessuno dei suoi sette lungometraggi Nel 2017 gli è stato vietato di lasciare il paese accusato di mettere in pericolo la sicurezza nazionale e di diffondere propaganda contro il governo. Ed è stato anche condannato a un anno di reclusione. Ciò non gli ha impedito di continuare il suo lavoro, affrontando temi scomodi come in questo film. Si tratta di quattro episodi distinti tra di loro, in cui si raccontano vicende di uomini che hanno avuto a che fare a diverso titolo con la pena di morte. Un irreprensibile padre di famiglia con un lavoro notturno che solo nell’ultima agghiacciante scena si scopre cosa sia: un militare che piuttosto che eseguire una condanna organizza una rocambolesca fuga dalla caserma; un giovane in licenza che va a trovare la fidanzata ma scopre di essersi macchiato di una colpa che lo separerà per sempre dalla sua amata; un medico di campagna malato terminale che accoglie la nipote per rivelarle poi la vera natura del loro legame.  Le storie raccontate pongono allo spettatore un interrogativo: io al loro opposto che cosa avrei fatto? Quanto la responsabilità individuale deve fare i conti con le costrizioni di una società e delle sue leggi? Per non macchiarsi della morte di qualcuno si può accettare una vita in esilio? Così dichiara il registra: «In che modo i governati autocratici riescono a trasformare le persone in semplici ingranaggi delle loro macchine autocratiche? Negli stati autoritari l’unico scopo della legge è la conservazione dello Stato e non l’agevolazione e regolamentazione delle relazioni tra le persone. Come esseri umani fino a che punto dobbiamo essere ritenuti responsabili del nostro adempimento agli ordini? Di fronte a questa macchina dell’autocrazia, quando si tratta di emozioni umane, come ci si relaziona con l’amore e la responsabilità morale?».

 
 
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