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domenica 23 gennaio 2022
 
 

Quei fondi europei che l'Italia non spende

18/08/2014 

Matteo Renzi, visitando i cantieri dell’Expo, ha detto: «Sì, i fondi Ue sono spesi male, ma ora il meccanismo cambierà». Che ci sia bisogno di un’inversione l’ha detto con toni fermi anche Bruxelles, in una lettera spedita al Governo. Chiedendo varie modifiche, ha rimandato a settembre l’Accordo di partenariato presentato ad aprile, il piano che ogni paese è chiamato a redigere per indicare le priorità nella spesa dei fondi. Una partita che vale 41 miliardi e mezzo da oggi al 2020. Secondo la Commissione, nel progetto italiano manca una strategia e si rischia di ripetere ancora una volta interventi inefficaci, simboleggiati dagli incentivi a pioggia a sagre e biscottifici, corsi di formazione di dubbia utilità e feste, come i 720mila euro a Elton John per cantare a quella di Piedigrotta. Ma da dove arrivano questi fondi? Da Bruxelles ovvio, ma prim’ancora dalle casse di tutti gli Stati europei. Anzi, l’Italia nel 2013 è stata il quarto finanziatore del bilancio comunitario, dopo Germania, Francia e Regno Unito.

E allora è sbagliato sottostare alla cattiva bacchetta europea che ci dà i voti? Nel caso dei fondi, il problema non sembra venire da Bruxelles, ma ben più vicino a noi. Non serve una laurea alla Bocconi per capirlo: nel passato settennato (2007-2013), l’Italia è stata uno dei principali beneficiari, ricevendo 27,92 miliardi di euro. Peccato che ne abbia spesi solo 13,53, meno della metà (48,8%); per i restanti, ha tempo fino al dicembre 2015, altrimenti saranno automaticamente congelati. In questo caso, la cifra a cui rinunceremmo vale oltre l’1% del Pil del 2013. Come nota lo studio dell’Eurispes “L’Italia a metà: le occasioni perdute”, «emerge un ritardo cronico nei confronti degli altri paesi». Considerando il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), che dovrebbe servire a correggere gli squilibri tra le diverse zone e che in Italia interessa soprattutto il Meridione, il nostro tasso di realizzazione dei progetti scende al 45%, al di sotto della media europea (60,81%). Peggio di noi hanno fatto solo la Croazia, semplicemente perché, essendo stata ammessa nell’Ue soltanto nel 2013, non ha avuto il tempo materiale di spendere le risorse, e la Romania, fanalino di coda con il 37%.

La maggior parte dei soldi non spesi, e quindi a rischio disimpegno, dovrebbero finanziare le regioni economicamente disagiate, quelle del Sud (ricevono oltre il 70%); Sicilia, Calabria e Campania spiccano come ritardatarie, mentre Puglia e Basilicata come virtuose. Le ragioni del nostro ritardo? Se ne potrebbero elencare varie: incapacità di presentare progetti appropriati, mancata esecuzione di quelli approvati, tempi lunghi, burocrazia, incapacità organizzativa, pochi controlli, infiltrazioni della criminalità. La Commissione, bocciando l’ultimo piano, ha chiesto al Governo di migliorare la sua “capacità amministrativa” e di introdurre “strategie di specializzazione intelligente”, linguaggio tecnico che vuol dire agire sulla pubblica amministrazione, sull’incomunicabilità tra centro e periferia e concentrare le spese su interventi strutturali piuttosto che in mille rivoli. La lettera da 249 punti dà varie indicazioni; per esempio, il Fesr non deve finanziare «eventi culturali a basso valore aggiunto», con buona pace della Festa di Piedigrotta, ma «solo interventi che possono avere un impatto strutturale». Si potrebbe partire da un’azione concreta sollecitata dall’Ue: a Pompei, dei 105 milioni di fondi stanziati, ad oggi ne è stato utilizzato solo l’1%. Ecco, meno lamenti e più operatività, cercando di salvare i 14,39 miliardi non spesi e di evitare nuovi crolli, a Pompei e in Italia.    

 
 
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