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sabato 28 maggio 2022
 
 

Quei religiosi martiri di ebola

12/08/2014  Storia della suora e dei due frati che hanno perso la vita in Liberia per assistere fino all'ultimo i "loro" malati. La situazione del contagio.

Fra Georges Combey.
Fra Georges Combey.

L’ultimo bilancio indica 961 morti per il virus dell’ebola, ma a breve sarà aggiornato e il numero crescerà sensibilmente; per ora è stato proclamato lo stato di emergenza in Liberia, Guinea, Sierra Leone e Nigeria, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) parla «dell’epidemia peggiore degli ultimi 40 anni».

Anche Papa Francesco all’Angelus di domenica ha invitato a pregare «per le vittime del virus e per quanti stanno lottando per fermarlo
». Tra di loro, ci sono una suora e due religiosi che hanno perso la vita perché hanno scelto fino all’ultimo di stare accanto ai malati nell’ospedale dell’Ordine dei Frati ospedalieri di San Giovanni di Dio – noti come Fatebenefratelli – a Monrovia, capitale della Liberia.

L’ultimo, il ghanese fra Georges Combey di 47 anni, è morto ieri mattina. «Frequentava Farmacia e come studente avrebbe potuto non seguire i pazienti. Invece piombava in reparto non appena finiva l’università». Così lo ricorda, commuovendosi, fra Pascal Ahodegnon, che ora si trova presso la sede di Roma ma aveva fatto con lui il noviziato.

Suor Chantal Pascaline.
Suor Chantal Pascaline.


Con la sua morte, non rimangono più frati ospedalieri in Liberia. Erano in tre, tutti in servizio presso l’ospedale: giovedì lo spagnolo Miguel Pajares è stato evacuato in Spagna con un aereo sanitario militare ed è poi morto a Madrid, mentre il direttore, il camerunense fra Patrick Nshamdze, 52 anni, è stato ucciso dal virus il 4 agosto. Aveva studiato in Italia e la sua professione solenne si era svolta nella chiesa dell’Isola Tiberina di Roma: «Abbiamo lavorato per sei anni insieme – racconta fra Marco Fabello, direttore del San Giovanni di Dio di Brescia – e conservo il ricordo di un uomo generoso. Non mi sorprende che non si sia tirato indietro in questo momento di emergenza, in una fraternità di spirito e di vita con i malati che è il cuore della nostra vocazione».

All’ospedale di Monrovia, prestavano servizio anche dei collaboratori laici – ad oggi, due morti e 4 malati gravi – e le Missionarie dell’Immacolata Concezione come infermiere. Tutte le quattro suore sono state contagiate e sabato è morta la congolese suor Chantal Pascaline di 48 anni. Stanno lottando per la vita la guineana Paciencia Melgar e la liberiana Helena Wolo, che ha contratto il virus assistendo le due consorelle, mentre suor Juliana Bonoha è ora ricoverata in Spagna insieme a fra Miguel.

Suor Chantal era conosciuta per il suo sorriso con cui dava coraggio agli ammalati. «Voglio essere la madre di tutti», ripeteva spesso. «Avevamo chiesto – aggiunge fra Pascal Ahodegnon – di trasportare a Madrid anche lei e fra Patrick, ma il governo spagnolo ha accettato di aiutare solo i suoi cittadini». Fra Miguel non voleva salire sull’aereo senza il frate camerunense, ma alla fine ha ceduto per le insistenze di fra Patrick stesso. Convincere il confratello spagnolo a salvarsi è stata una della sue ultime azioni.

Fra Patrick Shamdze.
Fra Patrick Shamdze.


«Certo – commenta Ahodegnon – i frati e le suore sapevano di rischiare la vita, ma hanno scelto di stare da cristiani ai piedi della Croce, fedeli al nostro quarto voto, quello dell’ospitalità, e al carisma della cura dei pazienti. Quando si è diffuso il virus, tutti gli ospedali liberiani hanno chiuso perché il personale aveva paura di contrarre la malattia; noi abbiamo continuato ad accogliere chi lamentava febbre e diarrea, possibili sintomi dell’ebola».

Ora anche il Fatebenefratelli ha dovuto chiudere e i contagiati sono isolati in un campo ad hoc fuori città, dove si trovano anche le due suore malate. «La situazione è molto caotica, perché chi ha patologie diverse dall’ebola, anche gravi, non è più curato
». Il ministro della Sanità ha ammesso che il suo Governo è in grave difficoltà, riferendo di ospedali abbandonati dal personale.

Da ieri in Liberia e nella vicina Sierra Leone, la Chiesa ha indetto tre giorni di preghiera e digiuno: prima di entrare negli edifici di culto e dopo esserne usciti, i fedeli si lavano le mani con acqua e varechina, per ridurre la possibilità di nuovi contagi. La Chiesa sta infatti aiutando nella sensibilizzazione in favore di pratiche igienico-sanitarie essenziali al contrasto dell’epidemia.

 

 
 
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