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lunedì 22 aprile 2024
 
Società
 

Quei segnali d'allarme per gli anziani fragili

07/06/2017  Al 12° Festival dell'Economia di Trento, dedicato alla “Salute disuguale”, si è discusso di come la fragilità aumenti a mano a mano che l'età avanza. Ma l'età anagrafica non è il solo fattore che può destabilizzare: incidono anche istruzione e reddito

Difficoltà a camminare, scarsa attività fisica a moderato dispendio di energia, senso di spossatezza,  calo dell'appetito, difficoltà a tenere in mano oggetti di un certo peso, problemi di memoria. Sono tutti fattori di allarme in grado di segnalare situazioni di fragilità nelle persone più avanti con l'età. Talmente utili da essere stati selezionati per costruire una sorta di “indice della fragilità” in una imponente indagine mondiale sulla salute in età adulta: è infatti condotta in 20 Stati di tutta Europa (e in forme analoghe anche in altri continenti) da più di 10 anni e vede coinvolte 120mila persone ultracinquantenni in 20 Stati: in pratica l'indagine, che si occupa non solo dell'aspetto socioeconomico ma anche della salute, delle relazioni sociali ed interpersonali, è svolta in tutti i Paesi dove l'invecchiamento della popolazione è una realtà crescente e una sfida per le politiche pubbliche. Finora sono state effettuate 297mila interviste individuali, ripetute nel tempo per monitorare l'andamento della vita degli intervistati man mano che il tempo passa.

IL RUOLO DI ISTRUZIONE E REDDITO

I risultati, presentati dal vicecoordinatore europeo di Share, l'economista Guglielmo Weber, al 12° Festival dell'Economia di Trento dedicato alla “Salute disuguale”, evidenziano come la fragilità aumenti man mano che l'età avanza. Ma l'età anagrafica non è il solo fattore che conta. Anzi, sul livello di fragilità incidano principalmente due fattori: istruzione e reddito. “Entrambi – spiega Weber – giocano un ruolo rilevante. Se i due fattori sono bassi, l'anziano è a maggiore rischio-fragilità”: un'indicazione precisa di quanto sia urgente intervenire per la riduzione delle disuguaglianze e sui programmi di formazione continua (quella che gli addetti ai lavori chiamano “Life long learning”) per limitare il decadimento. “L’istruzione si accompagna infatti a maggiori capacità cognitive, ma anche ad un tenore di vita più alto” conferma Weber. Qualche dato: agli intervistati vengono ad esempio lette 10 parole, chiedendo poi di ricordarle immediatamente e dopo cinque minuti. Chi ha maggiore istruzione ricorda sempre più parole e, man mano che si va avanti con l'età, il divario cresce: nel caso degli uomini, 12 parole contro 10 a 51 anni, 8 parole contro 5 a 84.

STUDIA E SARAI MENO DEPRESSO

  

Divari analoghi si notano se, dai test di memoria, si passa a indagare il livello di depressione. In questo caso a essere verificata è la presenza di almeno 4 sintomi su dodici tra pessimismo, pensieri violenti contro sé stessi, sensi di colpa, difficoltà a dormire, nervosismo, perdita di appetito o interesse per le cose, perdita di concentrazione, pianto, stanchezza, mancanza di compagnia e sensazione di isolamento dagli altri.

L'indagine Share rivela poi che, a parità di età, le donne, che pure vivono più a lungo rispetto agli uomini, mostrano maggiori tassi di disagio fisico e mentale, soprattutto dopo i 70 anni. E la forbice si allarga man mano che si diventa più anziani.

MEDITERRANEO DEPRESSO

Altro aspetto che incuriosisce, leggendo i risultati, è nascosto nella comparazione tra i risultati di aree geografiche: sia che si leggano gli esiti sul test di memoria, sia che ci si concentri su quelli di forza fisica e depressione, gli Stati dell'Europa mediterranea (Spagna, Italia, Grecia e Israele) evidenziano performance mmancabilmente peggiori rispetto non solo rispetto ai coetanei dell'Europa settentrionale scandinava ma anche rispetto a quella centrale e orientale. Per alcune classi di età, i tassi di depressione addirittura si dimezzano tra Nord e Sud Europa. Un campanello di allarme per chi è poi chiamato a pensare correttivi nelle politiche pubbliche: “Indubbiamente è un segnale dell'esigenza di intervenire con strumenti che rispondano alle esigenze quotidiane delle fasce più anziane, soprattutto se queste ultime appartengono alle categorie socio-economicamente più svantaggiate”. Ma per raggiungere l'obiettivo di contrastare in modo efficace al rischio-fragilità è essenziale anche studiare forme di sostegno per “aiutare chi aiuta” spiega Weber. “In Italia c'è tutto un patrimonio di welfare informale, al di là dei singoli nuclei familiari ma anche associazioni no profit – che sono molto rilevanti in Italia. Possono essere un modo per ridurre poi i costi degli interventi sanitari necessari quando i sintomi della depressione sono più acuti”. Molto spesso infatti gli investimenti utili a prevenire lo stato di depressione comportano spese decisamente inferiori rispetto a quelle necessarie a curare quando la malattia è ormai in fase avanzata.

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