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lunedì 29 novembre 2021
 
 

Quei sopravvissuti senza diritti

03/10/2013  Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medu, Medici per i diritti umani, descrive le procedure italiane per chi richiede asilo: «La nostra politica sull'immigrazione è una macchina che produce homeless»

Ad Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medu, Medici per i diritti umani, chiediamo di spiegare che cosa avviene e cosa si deve fare quando sbarcano sulle nostre coste dei migranti.

Che succede dopo che vengono fisicamente salvate queste persone?
«Va fatta una premessa: nel caso di Lampedusa queste persone sono in maggioranza eritree o somale, quindi dobbiamo supporre che abbiano le caratteristiche per richiedere protezione internazionale, cioè la richiesta d’asilo».

Loro lo sanno?
«Difficile da dire, non si può rispondere per tutti. Comunque, sono persone che fuggono da situazioni di guerra e di violenza e che arrivano in Europa per cercare protezione. Quindi, è ovvio che devono ricevere tutte le informazioni e l’orientamento legale per fare un'eventuale richiesta di protezione internazionale. I rifugiati, non dimentichiamolo, sono tutelati da leggi internazionali oltreché da quelle italiane. E l’Italia e l’Europa hanno l’obbligo di accoglierli e cercare di integrarli nel modo migliore possibile».

L’Italia risponde in modo positivo a questa prassi?
«Quello che avviene nelle coste del Sud Italia è sotto gli occhi di tutti: una realtà drammatica. Ma attenzione, perché gli stessi problemi ci sono anche sulla costa adriatica. A novembre presenteremo un’indagine realizzata da Medu in Grecia e in Italia su questo tipo di realtà dei migranti. Quelli che sbarcano in Grecia, per esempio, non possono pensare di rimanere lì per le insufficienze economico-politiche del sistema ellenico ma anche per il clima xenofobo che ultimamente si è venuto a creare. E allora cosa fanno questi migranti? Cercano, magari, di raggiungere l’Italia. Però, ci sono anche qui situazioni in cui i diritti scarseggiano».

Come agiamo nei loro confronti? Qual è l’iter?
«Il sistema d’accoglienza in Italia si articola in diverse strutture: ci sono i Centri di primo soccorso e accoglienza, come quello di Lampedusa, ma anche altri, informali, sorti ultimamente in Sicilia e che sono stati deputati alla prima accoglienza».

Perché li definisce informali?
«Perché burocraticamente non sono ancora inseriti nella lista del ministero dell’Interno, essendo sorti da poco. Comunque, il primo step è quello dei centri d’accoglienza e di primo soccorso. Dopodiché, chi vuole, può richiedere asilo ed essere accolto nei Cara (Centri d’accoglienza richiedenti asilo) o all’interno del sistema Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Chi invece non fa questo tipo di richiesta o non ha un profilo utile a questo percorso, va nei Cie (Centri d’identificazione ed espulsione). Il problema è che il nostro sistema d’accoglienza è gravemente insufficiente nonostante l’Italia abbia un numero di rifugiati relativamente basso rispetto ai principali Paesi europei: 60.000 i nostri rifugiati, ma in Germania, tanto per fare un esempio, arrivano anche a 600.000. I nostri numeri sono ridotti rispetto a Francia, Inghilterra, Olanda, ai Paesi scandinavi. Il nostro è un sistema insufficiente perché si viene a creare una specie di imbuto. Farò un esempio: le persone nel Cara, una volta uscite perché la loro domanda è stata accolta, sono, di fatto, allo sbando. Escono dal Cara e trovano il nulla. Finiscono nelle grandi aree metropolitane per vivere in strada. A Roma, noi abbiamo un’unità mobile che dà assistenza sanitaria a chi è senza fissa dimora alla Stazione Termini: ebbene, il 40% delle persone che curiamo sono richiedenti asilo o già riconosciute come rifugiate. La stessa cosa anche a Firenze, dove abbiamo un altro progetto d’assistenza con alcuni ex ospedali come il Meyer. Lì ci sono un’ottantina di rifugiati somali. Vivono lì perché non trovano altre prospettive. Stiamo registrando ulteriori arrivi e, di conseguenza, anche le condizioni igienico-sanitarie e di vita all’interno delle strutture tendono a peggiorare. Il sistema italiano, dunque, non funziona perché sottodimensionato rispetto alle esigenze reali. Se da una parte è un modello più che accettabile per quanto riguarda il tasso di riconoscimento, poi però non c’è integrazione e si creano situazioni definibili come drammatiche. I problemi che noi verifichiamo sono quelli dell’emarginazione, della mancata integrazione, della carenza di alloggi o dell'assenza di cure. Tanto per capirci: a Firenze, questi poveracci, vivendo in edifici diroccati o abbandonati, non riescono a ottenere la residenza e quindi neanche l’assistenza sanitaria nazionale».

Che idea si fa di quello che sta accadendo a Lampedusa?
«C’è un problema enorme che riguarda questi flussi. La politica italiana, negli anni, non li ha affrontati in modo adeguato, essendo più tesa a respingere che ad accogliere, orientata solo sulla sicurezza ma con poca attenzione all’accoglienza e all’integrazione. Tuttavia, questo problema non può essere affrontato solo dall’Italia. Tutta l’Europa deve farsi carico dei flussi migratori che non si possono arrestare, proprio perché dettati anche da condizioni geopolitiche. L’Ue, che ha anche ricevuto un premio Nobel per la pace, non può trascurare questo dramma o caricarlo su singoli Stati. A nostro avviso c’è negligenza anche a livello europeo. Ci auguriamo che col semestre di presidenza italiana il tema venga finalmente posto all’ordine del giorno. Qualche spiraglio c’è, perché il governo ha previsto di potenziare il sistema Sprar. Fino all’anno scorso, infatti, i posti a disposizione erano 3.000, un numero irrisorio e gravemente insufficiente ma adesso si vuole coinvolgere i Comuni aumentando fino a 16.000 posti. Se avverrà e se sarà fatto in modo articolato e programmato, costituirà un cambiamento importante».

In definitiva, chi viene salvato deve essere inizialmente accolto perché ha dei diritti. Poi, dopo, la successiva fase diventa più fumosa e addirittura negativa, perché questi poveretti vengono lasciati allo sbaraglio, senza casa, denaro, lavoro...
«Esatto, siamo come una macchina che produce homeless. L’Italia deve farsi carico del problema perché è inaccettabile per un Paese che si dice civile. D’altra parte, i flussi sono questi e non si può accettare che le barche affondino e la risposta deve sì essere italiana ma anche e soprattutto europea».

 
 
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