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domenica 05 dicembre 2021
 
Orientamento
 

Quei test di ingresso all'università che disorientano

19/12/2016  Nicoletta Vittadini, docente di Sociologia della comunicazione all'Università Cattolica, analizza come mai molti studenti universitari si ritrovano a studiare una materia che non avevano scelto. «E' in gioco la qualità dei professionisti che domani saranno operativi nel mondo»

Abbiamo parlato dell’approssimazione dell’orientamento dopo la scuola media, che porta il 47 % dei ragazzi delle superiori a pentirsi della scuola scelta. Ma ci sono dei problemi anche per quanto riguarda l’accesso ai corsi universitari. Ne abbiamo parlato con Nicoletta Vittadini, docete di Sociologia e della comunicazione e Web & Social media all’Università cattolica di Milano.

«Ogni volta che vengono presentati i dati che mettono a confronto il tasso di laureati italiani con quelli degli altri paesi industrializzati«, dichiara la docente, «ci stupiamo di come l’Italia finisca per collocarsi agli ultimi posti, sia per accesso all’istruzione universitaria (numero di ragazzi che si iscrivono a un corso di studi dopo il diploma) sia per completamento del corso di studi (la percentuale di ragazzi che, alla fine, si laureano). Certamente ci sono questioni economiche e sociali che possono contribuire a spiegare questo fenomeno. Però, il momento in cui avviene il passaggio dalla scuola secondaria superiore all’università, è certamente oggi complesso. Il lavoro di orientamento e di individuazione delle vocazioni, passioni, talenti dei ragazzi che scuole e famiglie fanno tra il quarto e  il quinto anno di scuola si scontra poi con le difficoltà legate all’organizzazione dell’accesso all’università. Certamente la presenza dei test di ingresso è uno strumento utile di pianificazione della formazione e di facilitazione nell’inserimento professionale. Se però osserviamo da vicino le storie di vita dei ragazzi emerge qualche scricchiolìo».  Sulla base delle sue osservazioni Vittaidni si è accorta che per esempio che voleva occuparsi di psicomotricità infantile si ritrova  invece a fare sociologia; chi voleva fare la biologa (e aveva voti lusinghieri nelle materie scientifiche) invece farà lingue; chi voleva fare l'ostetrica invece si è iscritta a lettere. Chi volevo iscriversi a psicologia alla fine si è deciso ad andare a lavorare. Chi voleva fare medicina poi è andata all'estero. «Tutto questo perché non ha passato i test di ingresso», continua la docente. «Ma potremo dire ancora: perché hai scelto questa facoltà? Perché ho passato qui i test, ne ho tentati due o tre e sono finito qui».
 

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«Queste piccole storie (piccole ma tante) fanno sorgere qualche domanda rispetto a quanto possono essere motivati e determinati gli studenti universitari. Potremmo chiederci: non stiamo creando una generazione demotivata? Chi si trova in una facoltà che non ha scelto (e non è detto che siano gli studenti peggiori) come sarà nel mondo del lavoro? Chi sa di avere la strada sbarrata verso i temi che gli interessano non abbandonerà la strada verso l'università? Chi ha passato il test d’ingresso e sa che tanto arriverà in fondo anche senza voti eccellenti perché dovrebbe impegnarsi?
Certo il carattere e la formazione dei ragazzi conta nella capacità di affrontare una eventuale sconfitta e impegnarsi comunque. Qui però non è in questione solo la loro formazione personale, ma anche la qualità dei professionisti che domani saranno operativi nel mondo. Se noi adulti continuiamo a far credere loro che la scelta per il futuro è basata sull’individuazione delle loro vocazioni e talenti, non contraddiciamoci. Se la scelta per il loro futuro dipende dall’abilità nel superare i test, spieghiamoglielo, prepariamoli e diamo loro gli strumenti per affrontarli e far fruttare i loro talenti. Ne va anche dell’onestà e della qualità nel rapporto tra generazioni».

 
 
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