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domenica 27 settembre 2020
 
 

Quei tifosi beceri figli di nessuno

04/01/2013  Il caso della partita sospesa a Busto Arsizio dopo i cori razzisti a Boateng dà un segnale di reazione positivo, ma non basta: è necessario che le società smettano di tollerare.

Kevin Prince Boateng lascia il campo (Ansa).
Kevin Prince Boateng lascia il campo (Ansa).

Il bicchiere della partita sospesa a Busto Arsizio, soprattutto quello delle reazioni che ha suscitato, è mezzo pieno e mezzo vuoto, tutto dipende dal lato da cui lo si guarda.

È mezzo pieno perché il mondo del pallone nella reazione di Boateng, che ha lasciato il campo portandosi dietro il Milan, dopo l’ennesimo buu a sfondo razziale, ha dato finalmente un segnale contro il razzismo da stadio più significativo e visibile della goccia nel mare di una multicina alla società.

È mezzo pieno perché finalmente il resto del mondo si è accorto di un problema che troppe volte, ogni domenica più o meno, passa inosservato, con tanti saluti alla civiltà.

È mezzo pieno perché nel calcio e fuori con tutti i mezzi di comunicazione immaginabili si è levato un coro di solidarietà per Boateng, anche se non tutti pensano che la partita andasse interrotta definitivamente. Alcuni suoi colleghi, come Clarence Seedorf che tante volte ha patito lo stesso trattamento, è convinto che la partita andasse sospesa solo il tempo necessario a isolare i violenti, per poi riprendere a beneficio dei tanti sostenitori che si sono schierati contro i cori e i loro beceri autori. Ma sono sfumature.

E’ mezzo pieno perché qualcuno dei razzisti è stato individuato e un’inchiesta è stata aperta.

È  mezzo vuoto, invece, perché è difficile immaginare che la reazione sarebbe stata la stessa se i medesimi episodi si fossero verificati, come in effetti si verificano, in una partita vera e seria, di campionato o Champions League, anziché in un’amichevole che valeva più o meno un allenamento. Servirebbe coraggio anche quando ci sono in ballo titoli e soldini.

È mezzo vuoto
perché non c’è un regolamento, in Italia, che consenta all’arbitro di decidere l’interruzione se la situazione sugli spalti degenera, solo la pubblica sicurezza può farlo. Ma purtroppo il recente caso Cellino ci rammenta in quale considerazione certo calcio tenga gli agenti di pubblica sicurezza, se un presidente si permette di invitare i suoi tifosi a ignorare le porte chiuse imposte da un prefetto per ragioni di sicurezza.

È mezzo vuoto soprattutto, perché al netto delle belle parole e dei buoni propositi della società Pro Patria di aprire gratuitamente e simbolicamente gli spalti a una folla di sostenitori multicolore, si è già sentito dire che gli eleganti signori che hanno scatenato il putiferio «Non sono tifosi abituali». Cioè non si sa chi siano, non sono di nessuno, sono figli di nessuno.

E, invece, ed è per questo che il mezzo vuoto potrebbe diventare sottovuoto spinto, sono figli del calcio com’è e di quel legame che non si spezza mai davvero tra il tifo becero, razzista, incivile e le società di calcio che lo rifiutano a parole ma lo tollerano a fatti a ogni giornata di campionato su tutti gli spalti, dalla Serie A in giù.

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