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lunedì 03 agosto 2020
 
Infanzia negata
 

Quel bambino dimenticato che voleva porre fine al suo dolore al di là di una finestra

20/12/2019  Lo psicoterapeuta Alberto Pellai commenta il fatto di cronaca dell'alunno che durante una recita scolastica si è sporto da una finestra, prontamente salvato dalle insegnanti. Sta vivebdo una complessa situazione familiare, con un padre violento e una madre che lo ha abbandonato. «Questo bambino» dice Pellai «diventa anche un simbolo in questo Natale, di tutti quei piccoli per cui il diritto alla protezione, alla sicurezza, al rispetto e all’amore non è un dato di fatto»

Mentre i compagni stanno provando la recita di Natale un bambino avvicina una sedia alla finestra della propria classe e cerca di arrampicarsi sul davanzale per buttarsi giù. Voleva farlo davvero? Voleva lanciare un segnale al mondo affinchè qualcuno si accorgesse del caos nel quale si trovava da mesi, a causa di una difficilissima situazione famigliare? Voleva interrompere con un gesto estremo quella sensazione di tristezza che lo aveva colto di fronte al clima di festa che invece abitava e animava lo spirito dei suoi compagni?
Solo uno specialista che si farà carico della sofferenza di questo bambino potrà comprendere che cosa ha mosso le sue azioni la mattina del 17 dicembre, quando è stato fermato prima che le sue intenzioni si trasformassero in tragedia. Gli insegnanti infatti sono riusciti a fermarlo mentre era lì in “zona davanzale”. La cronaca ci ha poi raccontato che la storia di questo bambino è la più caotica che ci possa essere.  Il bimbo si trovava infatti in una condizione di affidamento ai servizi sociali dopo ripetuti maltrattamenti da parte del padre. L’affidamento prevedeva la permanenza del bimbo al domicilio materno, con assistenza educativa domiciliare. Ma la mamma del bambino se ne è andata e si è lasciata alle spalle tutto, bambino compreso. Il piccolo così è stato ri-collocato al domicilio dei nonni paterni.E’ un caso che ci fa toccare con mano quanto i bambini possano diventare oggetti che vengono spostati di qui e di là,  quando vivono in nuclei famigliari multiproblematici. E che denuncia, forse (ma questa è una mia supposizione)  anche la difficoltà con cui i servizi sociali, oggi, dopo lo scandalo di Bibbiano, provino ad allontanare un minore dal nucleo famigliare di origine. 
Un fatto è certo: il caso di cronaca ci racconta di un piccolo abitato dalla sofferenza, di adulti che non sanno farsene carico, sia dentro che fuori la famiglia. E quando sei piccolo, isolato e pieno di dolore, il modo che utilizzi per raccontare al mondo ciò che non puoi dire con le parole spesso diventa estremo. A volte irrimediabile.La prontezza delle insegnanti rende la storia di questo bambino una storia che può scrivere un nuovo capitolo in cui la dimensione dell’amore, della protezione e del rispetto possono essere rimesse al centro della sua esistenza con i dovuti interventi. Questo bambino diventa anche un simbolo in questo Natale di tutti quei piccoli per cui il diritto alla protezione, alla sicurezza, al rispetto e all’amore non è un dato di fatto. La crisi economica, la fragilità relazionale che connota oggi il mondo adulto, spesso rende vittime, inconsapevoli e piene di dolore, proprio i bambini. Che ahimè sono la parte più dimenticata e meno vista da un mondo adulto che non sa investire sulla protezione dei minori le risorse economiche e formative che invece sarebbero necessarie. Anche Gesù Bambino venne al mondo in condizioni precarie, con due genitori in fuga e un Re così avido di potere da scatenare una “strage degli innocenti”. Oggi “le stragi degli innocenti” sono più silenziose, ma non per questo meno eclatanti. Bambini che affogano durante viaggi su barconi che nessuno vuole fare attraccare ad un porto. Minori dispersi in quartieri dormitorio, in cui nessun adulto sa alzare lo sguardo sui loro bisogni di crescita e che vanno ad alimentare la percentuale, sempre crescente, della dispersione scolastica e della microcriminalità. Ma anche del disagio emotivo e psicologico.  Il fatto che il bambino sia ancora vivo non scrive un lieto fine della sua storia. Il lieto fine potremo verificarlo tra una decina di anni. Solo se questo bambino avrà trovato un contesto di vita adatto a farlo crescere capace di alzare lo sguardo e di afferrare tra le mani il proprio futuro in modo dignitoso e adeguato, solo allora potremo dire “e vissero tutto felici e contenti”. Proprio come è successo a Pollicino. 

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