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giovedì 21 ottobre 2021
 
Affido
 

"Quel bambino poteva essere salvato"

21/01/2014  Perché affidare un minore al nonno pluripregiudicato e sorvegliato speciale? Se lo chiede l'associazione Sos Villaggi dei bambini dopo il triplice delitto di Cassano allo Ionio dove è stato trucidato un bimbo di tre anni.

Com’è possibile dare in affido un bambino di tre anni al nonno pluripregiudicato? Non era forse meglio allontanare il minore da quella famiglia, in primo luogo per la sua incolumità?    A chiederselo sono in molti dopo la tragedia di Cassano allo Ionio, di qualche giorno fa, dove hanno trovato una morte orribile, bruciati dentro un'auto, Giuseppe Iannicelli, cinquantaduenne sorvegliato speciale, la compagna di 27 anni, e il nipotino dell’uomo, di soli tre anni.  Probabilmente trucidati in un agguato per una vendetta legata al mondo della droga. Forse “una tragedia annunciata”. Ma ancora una volta una notizia di cronaca che ripropone, nel modo più drammatico, la problematica situazione in cui versa l’istituto dell’affido nel nostro Paese.

Quali motivazioni giustificano questo affidamento, a dir poco, problematico? “ItaliQuesto terribile fatto di cronaca assume i contorni dell’orrore perché tra le vittime c’era un bambino, la cui vita, forse, la si sarebbe potuta e dovuta proteggere”, denuncia Alverio Camin, il presidente di Sos Villaggi dei bambini Italia, la maggior organizzazione a livello mondiale impegnata nel sostegno dei minori senza cure familiari, che poi s’interroga: “Fermo restando il principio della legge 149/2001 che sancisce il diritto di ogni bambino a crescere nella sua famiglia, sono state seguite le ‘Linee guida ONU sull’accoglienza fuori famiglia’ nel decidere l’affidamento del minore? E’ stato rispettato il cosiddetto ‘principio di appropriatezza’ che sancisce che ‘laddove si rendesse necessario allontanare il bambino dalla propria famiglia, la soluzione scelta deve essere consona alle necessità del singolo bambino’? E ancora: quale ‘appropriatezza’ si evince nell’affidare un bimbo di tre anni a un uomo sotto sorveglianza?”.  

  Quindi, analizzando il caso, osserva ancora: “Visto che lo spaccio della droga appare, inoltre, l’elemento che lega le sorti di molti dei componenti di quella famiglia mi chiedo i motivi che hanno portato le autorità competenti, in merito all’affidamento del bambino, a privilegiare quel contesto familiare, invece di cure alternative (famiglie affidatarie o comunità di accoglienza)”. E conclude: “Occorre mettere il bambino al centro, sempre. Se questo non accade il suo futuro viene compromesso. Ne abbiamo avuto la terribile prova”.  

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