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Quel dialogo fra Togliatti e Giovanni XXIII

20/03/2014  Non si conobbero di persona, ma nel discorso "Il destino dell'uomo" e nell'enciclica "Pacem in terris" del 1963 emerge una reciproca apertura fra comunisti e cattolici.

Se si vuole identificare uno snodo cruciale nel cammino che pose le condizioni per un dialogo costruttivo fra la cultura comunista e il mondo cattolico, questo è il 1963: in quell'anno, in uno spazio di tempo ravvicinato, Togliatti pronunciò il celebre discorso Il destino dell'uomo, mentre Giovanni XXIII pubblicò l'enciclica Pacem in terris.

Che cosa rapresentarono questi due celebri testi? E in che modo modificarono i rapporti fra comunisti e cattolici?
La risposta è racchiusa nel volume Palmiro Togliatti e papa Giovanni: cinquant'anni dopo il discorso "Il destino dell'uomo" e l'enciclica Pacem in terris pubblicato da Ediesse.

«Intanto va chiarito che il leader comunista e il pontefice non ebbero occasione di conoscersi personalmente», precisa Francesco Mores, della Fondazione papa Giovanni XXII, curatore del volume con Riccardo Terzi. «I due testi sono molti vicini cronologicamente: il primo è del marzo e il secondo dell'aprile del 1963. Secondo alcuni Togliatti avrebbe conosciuto prima della diffusione il testo del Papa e avrebbe voluto anticiparlo, con il discorso che tenne alla fine della campagna elettorale, proprio a Bergamo. Il messaggio che inviava, sul piano politico, suonava così: il Pc può essere votato anche da un cattolico. Ma le implicazioni erano ben più profonde, in quanto con quelle parole cambiava in modo epocale l'immagine del papato agli occhi dei comunisti. Il discorso di Togliatti segnò il punto di arrivo di un percorso di maturazione. E non sfugga l'importanza della sconfessione dell'ateismo materialista».

I due testi diedero inizio a un rapporto nuovo?
«Vennero percepiti come una reciproca apertura: ponevano le premesse per un dialogo inedito, e lo facevano, per la prima volta, in maniera ufficiale, dopo tanti contatti informali. Mondo cattolico e progressista si avvicinarono, anche sulla spinta della crisi dovuta alla minaccia atomica. L'apertura non costituì un cedimento: mantenendosi ciascuno nelle rispettive ragioni, si conveniva nel dire che, soprattutto in tempi di minacce per la civiltà, l'unica via era il dialogo. Non sapremo mai quali sviluppi avrebbe potuto sortire questo "scambio", perché i due protagonisti morirono di lì a poco».

In quel momento si posero le premesse anche per il compromesso storico?

«Il dialogo fra i due mondi era in atto dal dopoguerra, in realtà. E poi qui si vola più alto, rispetto al piano strettamente politico».

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