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domenica 31 maggio 2020
 
Nuovi schiavi
 

Quel giudice "alla rovescia" che scrive di rifugiati

25/03/2018  Incontro con Luciana Breggia, presidente della sezione specializzata per la protezione internazionale e l'immigrazione del Tribunale di Firenze. "Giro molto per le scuole e scrivo di quegli uomini ridotti in condizione di schiavi"

"Bisogna recuperare la fattualità della giustizia, che deve essere ‘’carnale’’, come dice l’ex presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi. Deve avere attenzione ai fatti concreti. Ha bisogno anche di emozione, di comprensione profonda, insomma, ha bisogno di umanesimo per essere tale. Le leggi non sono rigide, ma si prestano ad un’interpretazione flessibile molto spesso. Oltre alle leggi, ci sono le fonti superiori, la Costituzione, le Carte dei diritti a livello europeo e internazionale che ci aiutano a scongiurare il pericolo della legge ingiusta. La Giustizia è sempre una meta da raggiungere con grande fatica. Una meta da perseguire sempre, ogni giorno, pur sapendo quanto sia difficile il suo raggiungimento.”  Sono parole del giudice del Tribunale di Firenze, Luciana Breggia, presidente della Sezione Specializzata per la protezione internazionale, l’immigrazione e la circolazione dei cittadini  dell’Unione europea, una delle 26 sezioni italiane istituite alla fine di luglio del 2017 e attive dal 18 agosto dello stesso anno in base al decreto legge n.13/17. Firenze è una delle città col più alto numero di rifugiato d'Italia.

E' un magistrato piuttosto particolare, che viaggia tra le scuole italiane per parlare ai bambini di giustizia, ancor più che di legalità. “La legalità viene richiamata ad ogni momento, da molti individui ed è una cosa buona, ma, ancor più che della legalità, dobbiamo parlare di giustizia. Mentre la prima è tema sempre e comunque gradito nelle discussioni, la giustizia, molto spesso, viene meno sollecitata, meno discussa, meno ricercata. Ma la legge è soltanto un vettore che dovrebbe condurre le persone alla giustizia. La meta finale è lei, la giustizia, intesa come bene comune. La legge o il diritto, che  è un  insieme di norme, è soltanto il perseguimento della giustizia”, spiega.

Può succedere, però, continua il magistrato, che le leggi che costituiscono il diritto, non vadano proprio nella direzione della giustizia. Ne è capitato nella storia umana. Le leggi razziali sono uno degli esempi più evidenti della discrasia tra diritto e giustizia. “Ai tempi del nazismo, i forni crematori dei campi di concentramento erano assolutamente legali, anche se, lo sappiamo bene, erano crudeli e rappresentavano l’essenza dell’ingiustizia”.

Le sezioni specializzate sono nate in seguito del decreto legge n. 13 del 2017, chiamato anche decreto Minniti. Tra gli  obiettivi c’era quello di velocizzare i ricorsi in materia di immigrazione, ma la realtà dei fatti è molto diversa. Nel solo Tribunale di Firenze  ci sono ad oggi circa 5.400 ricorsi in pendenza da parte dei richiedenti asilo,  in seguito ai dinieghi della richiesta di protezione internazionale o umanitaria dalla Commissione Territoriale, primo organismo di vaglio delle domande di asilo. Una situazione non certo facile da portare avanti con mezzi ancora scarsi per il pieno svolgimento del lavoro della magistratura.

Una differenza di vedute  troppo grande tra la prima e la seconda valutazione. Ma tra una e l’altra spesso trascorrono anni, prima che il richiedente asilo possa avere una definizione della sua condizione giuridica. Il decreto legge esclude, inoltre, il secondo grado di giudizio (l’appello) per il richiedente asilo e rischia di compromettere anche il suo diritto al contraddittorio, ossia che il richiedente asilo possa presentarsi davanti a un giudice in sede di udienza per spiegare le proprie motivazioni. In tal caso, verrebbe a meno la “questione umana”, essendo la presenza dello  straniero sostituita da una registrazione eseguita prima, in sede di commissione.

Il limbo nel quale vivono queste persone, all’interno delle strutture chiamate CAS, centro di accoglienza straordinaria, è fatto di insicurezza non soltanto per loro stessi, per le loro condizioni sociali e giuridiche, ma molto spesso per quella dei loro familiari, figli, moglie, marito, genitori, rimasti nel Paese di origine e sottoposti spesso a gli stessi rischi di coloro che hanno varcato i confini, fuggendo da una situazione disumana e degradante. Ci sono  casi di richiedenti asilo che sono letteralmente impazziti durante la lunga attesa, anche a causa delle gravi situazioni dei familiari rimasti in loco. Storie di vite spezzate, di famiglie distrutte. Storie di enorme sofferenza.

Nelle parole della dottoressa Breggia si legge la preoccupazione  di potenziare al massimo la macchina giurisdizionale: “Dietro a quelle ‘’pratiche’’, quei fascicoli, c’è la storia umana del nostro tempo. Non sono numeri, ma persone e spesso dietro a queste persone ci sono altre persone in bilico, in pericolo”, aggiunge.

Per meglio rielaborare dentro di sé il difficile lavoro che deve fare un magistrato del mondo che le passa sotto gli occhi, questo magistrato specailizzato in diritti umani scrive. Scrive libri. Libri per adulti, ma anche per bambini: “Non avevo mai visto prima, in vita mia, un uomo ridotto alla condizione di schiavo. Sono cose forti, che ci devono interrogare. Ascoltare quella persona che mi raccontava la sua storia di individuo ridotto a merce, venduto da uno all’altro come se non fosse lui un uomo, mi ha molto colpito. Le storie che sento sono sempre più difficili da ascoltare e non possono lasciarmi indifferente, anzi, mi interrogano.”

“Parole con Etty” è uno dei libri che ha scritto. Etty, una delle vittime innocenti di una legge del tutto ingiusta, le leggi razziali messe in atto durante il nazismo, fascismo, in  Europa e  che ha portato alla morte oltre sei milioni di individui durante la seconda Guerra Mondiale. Ma oltre a questo c’è anche “Il giudice alla rovescia”, un libro per invogliare piccoli e grandi ad intraprendere la marcia verso la giustizia, strada indispensabile alla ricerca della pace. La trama è semplice. Un giudice arriva in un piccolo Comune dove gli abitanti litigano di continuo. Gli viene chiesto di restare per aiutarli, e il giudice comincia a esaminare i casi offrendo sempre sentenze imprevedibili: il suo insolito punto di vista rovescerà i vecchi schemi e aiuterà gli abitanti a cercare soluzioni che accontentino tutti.

Dal colloquio con questo giudice, donna vitale e piena di umiltà davanti alle questioni umane, emerge un forte senso di responsabilità verso la società e di speranza, non soltanto per il suo impegno alla ricerca della giustizia, in qualità di magistrato, ma anche per la dedizione ai piccoli, ai bambini, nel tentativo non soltanto di insegnare loro la difficile e complessa strada della giustizia, bene comune, ma per quel che lei definisce “imparare dai bambini la semplicità ad individuare l’evidenza della necessità di stare bene con gli altri.”

                                                                      

 

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