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martedì 26 ottobre 2021
 
 

Il lungo cammino della pace

25/09/2011  La Marcia Perugia-Assisi festeggia i 50 anni di vita. Cronaca, testimonianze, riflessioni di un appuntamento che è rimasto coscienza critica per un modo lacerato da odio e guerre.

Foto di Roberto Brancolini
Foto di Roberto Brancolini

Oltre 200 mila persone. La 19° edizione della Marcia per la Pace e la Fratellanza fra i popoli «è stato uno straordinario successo», come ha commentato a caldo il coordinatore della Tavola della Pace Flavio Lotti.

     La coloratissima processione, partita come da tradizione alle 9 del mattino dai Giardini del Frontone di Perugia, ha sviluppato un corteo di 20 chilometri di persone, senza soluzione di continuità, per chiudersi alla Rocca di Assisi, dove a partire dalle 15,00 si susseguono gli interventi finali.

     Alla Marcia 2011 hanno aderito oltre 1.000 scuole, enti locali, associazioni da tutte le regioni e da tutte le province italiane. Ma la presenza particolare è stata senz’altro quella degli ospiti internazionali provenienti dai Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente che hanno vissuto le “primavere arabe”, i movimenti per la democrazia del Maghreb.

     Tra i simboli di questa edizione della marcia, un passaggio di testimone della bandiera della pace, usata per la prima volta nel 1961, dai giovani di allora a quelli di oggi; un trattore con un mappamondo, in ricordo di quello dei fratelli Cervi (i sette contadini trucidati dai nazi-fascisti nel 1943), scelto come simbolo di speranza in un futuro in cui l'agricoltura potrà sostenere il pianeta; e ancora, una barca per ricordare le 1.500 persone che da marzo a oggi hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere le nostre coste.

     Come 50 anni fa, la marcia si è conclusa con la lettura di una “Mozione della Pace”: allora fu letta da Aldo Capitini, quest’anno saranno i giovani, cui è stato dedicato il Meeting dei 1.000 giovani per la pace, a leggere il documento dal palco della Rocca di Assisi.

Foto di Roberto Brancolini.
Foto di Roberto Brancolini.

Quanto alle ragioni del marciare, a cinquant’anni da quella prima processione di 20-30 mila persone promossa da Capitini, ecco le opinioni di qualcuno dei partecipanti.

      Alex Zanotelli, padre comboniano: «Aldo Capitini è stato essenzialmente un discepolo di Gandhi. Il messaggio di oggi, forse più ancora di quello di allora, è che – come diceva Gandhi – o scegliamo la non violenza attiva o siamo destinati ad autodistruggerci. E questo necessità un grande e profondo cambiamento».

     Padre Renato Kizito Sesana, missionario a Nairobi: «Quest’anno sono qui con altri amici kenyani, che vogliono continuare a seguire questo cammino di pace. Veniamo da un Paese che soffre una terribile siccità, causata anche da errori politici e dagli squilibri del pianeta. Siamo in un Paese, il Kenya, dove c’è una grande crescita economica, di cui gode una piccolissima parte della popolazione, mentre la stragrande maggioranza vive una povertà che è una sorta di schiavitù economica. Marciare per la pace significa anche impegnarsi per cambiare queste ingiustizie che coinvolgono milioni di persone nel mondo».

     Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera: «Pace non è solo assenza di guerra e di conflitti. C’è un’altra guerra che vede l’impoverimento materiale e sociale delle persone, c’è l’impoverimento etico e della moralità pubblica. Ma soprattutto c’è molta disuguaglianza nel nostro Paese. Il 10 per cento delle persone ricche detiene il 50 per cento della ricchezza. E in questo momento di crisi economica non si va a tassare quella parte più ricca. Se mettiamo insieme le varie forme di illegalità vediamo che i profitti delle attività criminali nel loro insieme assommano a 560-570 miliardi di euro: la politica deve andare là a prendere il soldi che occorrono al bene comune e allo stato sociale. Allora, questo è il messaggio che vorrei lasciare ai giovani che partecipano oggi alla Marcia: occorre vivere per la pace, non vivere in pace. Sono tanti ad essere pronti a farlo. Qui tra Perugia e Assisi ce ne sono diverse migliaia; e vorrei ricordarne altri 4.500 che questa estate hanno fatto volontariato nei campi di lavoro sui beni confiscati alle mafie. La speranza o è di tutti o non è una speranza».

don Luigi Giotti al Meeting dei giovani di Bastia Umbra (Foto di Roberto Brancolini).
don Luigi Giotti al Meeting dei giovani di Bastia Umbra (Foto di Roberto Brancolini).

     Aluisi Tosolini, professore e dirigente scolastico: «Qui vedo decine di migliaia di studenti, molti dei quali il 23 e 24 settembre hanno dato vita al Meeting “1.000 giovani per la pace”, in preparazione alla marcia. Ebbene, al Meeting si è parlato molto di scuola. Si è detto che se non vuole ridursi a fare la badante o la tour operator di giovani sempre più instupiditi è chiamata a fare il suo compito nell’aiutare i ragazzi a diventare cittadini adulti e critici. Al Meeting si è detto che è ora di dire basta alla “manomissione delle parole”, come dice Carofiglio: si parla di “missioni umanitarie” o  di “interventi chirurgici” per non usare la parole giuste, che sono guerra e violenza, come pure l’economia ingiusta che c’è dietro. La scuola deve saper costruire una nuova narrazione con le parole giuste della pace. Gli adulti spesso rovesciano sui giovani il proprio fallimento, per cui vorrebbero dai giovani quella ribellione al mondo che quegli stessi adulti hanno rovinato. Ecco, credo che la scuola sia un luogo dove costruire comunità e costruire pace».

     Roberto Natale, Presidente della Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana): «Non vogliamo farci sequestrare il diritto di sapere. Giovedì 29 settembre il popolo della pace e della libertà d’informazione si trova a Piazza del Pantheon a Roma, alle 15, in ideale continuità con la Marcia di oggi. Perché? Perché quel giorno il Governo Berlusconi riporta in aula il decreto legge sulle intercettazioni che ci scipperà del diritto di sapere, che renderà ai magistrati difficile indagare e ai giornalisti impossibile raccontare i fatti. Un’altra legge ad personam. Non se ne può più. Ogni volta che uno scandalo colpisce il Presidente del Consiglio, il Governo torna a voler limitare la libertà d’informazione. Non ce la faremo togliere, questa libertà».

Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace, alla chiusura del Meeting "1.000 giovani per la pace".
Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace, alla chiusura del Meeting "1.000 giovani per la pace".

«Ancora una volta un successo inatteso e straordinario: oltre 200 mila persone hanno partecipato alla 19° edizione della Perugia-Assisi, nel suo 50° compleanno. Un serpentone di più di 20 chilometri di coloratissimo corteo. Una marcia che non smette di sorprendere. Una parte numerosa e bella d’Italia su cui può veramente contare chi vuole cambiare in meglio questo nostro Paese».

     Non nasconde la soddisfazione, Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace. Una soddisfazione particolare anche per l’occasione celebrativa di quest’anno: esattamente mezzo secolo fa, il 24 settembre 1961 Aldo Capitini, padre della “non violenza” italiana dava vita alla prima edizione della Perugia-Assisi.

- Oggi, perché marciare ancora?

     «Innanzitutto per riscoprire che la capacità di camminare insieme un giorno può aiutare a camminare insieme tutti i giorni per costruire e salvaguardare la pace. Il secondo motivo è che c’è troppo poca pace in giro per il mondo. Ancora troppo poca. Il terzo è che noi, in Italia, l’abbiamo goduta per 65 anni, ma oggi rischiamo di perderla, a causa del degrado quotidiano che vediamo nel nostro Paese, ogni giorno peggiore. La crisi economica è il disastro del liberismo e della globalizzazione selvaggia, del dominio del denaro al quale abbiamo consegnato la nostra vita».

- C’è un messaggio che vorresti lanciare a chi non è venuto?

     «Vorrei dire loro che questa è la parte migliore dell’Italia. Non l’unica, ma senz’altro fa parte del meglio del nostro Paese».

- Quali sono le priorità che il popolo della pace porterà anche lungo la Perugia-Assisi?

     «Le urgenze sono tante. Porteremo non solo i problemi, ma anche le proposte: riscoprirci esseri umani, guardandoci come persone, come fratelli, perché la crisi tende ad acuire l’egoismo e la chiusura; poi, faremo un appello affinché la politica cambi le sue priorità, metta al centro le persone, questo è un nodo cruciale. Ribadiremo quindi il ripudio della guerra: col crescere del disordine internazionale non è facile capire quando dire “no” alla guerra, la Libia lo conferma».

- È sempre una risposta inefficace?

      «Sì. Lo abbiamo visto in Afganistan e in Iraq. Lo vedremo pure in Libia. Quella guerra non è finita, in questi giorni sta iniziando una nuova fase della guerra... L’Italia ha bisogno di costruire una politica estera nuova e coerente».

- Hai detto che il limite più grande che ha incontrato la Perugia-Assisi è proprio la politica.

«È il problema numero uno. Io credo a un pacifismo politico, che porta reale cambiamento, non credo a un pacifismo di sola testimonianza. So che non tutti sono d’accordo, ma ne sono profondamente convinto.

Quattromila giovani da tutta Italia. Il Meeting organizzato alla vigilia della Marcia della Pace (il 23 e 24 settembre) è stato intitolato “1.000 giovani per la pace”, ma di ragazzi ce n’erano molti di più.

     L’intensa “due-giorni” è stata ospitata da Umbriafiere, a Bastia Umbra. E oggi i quattromila giovani – provenienti da 19 delle regioni italiane – sono confluiti nella più vasta folla della Marcia.

     Un Meeting fatto da decine di dibatti, incontri, laboratori, seminari, workshop. Con loro i giovani protagonisti delle “rivoluzioni arabe”, giornalisti, operatori dell’informazione, attivisti per i diritti umani.

Protagonisti di questo percorso per la pace e dimenticati nel Paese dalla politica, i giovani si sono ripresi, qui al Meeting, lo spazio per partecipare, proporre e ragionare su pace, diritti umani, lavoro e futuro. Insieme a loro, la vicepresidente della Giunta regionale umbra Carla Casciari, Donatella Porzi della Provincia di Perugia, monsignor Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi.

     Sul palco la pace vista dai ragazzi, attraverso le storie della resistenza, quella dei familiari delle vittime delle mafie, quella dei lavoratori precari, quella dei coetanei che in tutto il mondo si ribellano alle dittature nei propri Paesi, comprese le storie giunte dalle “piazze arabe delle rivoluzioni”, o ancora quella di chi viene a testimoniare la propria storia di “operatore di pace” in terra di missione, fra gli ultimi delle baraccopoli di Nairobi, come padre Renato Kizito Sesana o padre Alex Zanotelli.

Un esemplare di cacciabombardiere F-35 in volo.
Un esemplare di cacciabombardiere F-35 in volo.

«È venuto il tempo di tagliare e rivedere completamente la nostra spesa militare». Uno dei messaggi forti della Perugia-Assisi è questo. Lo ribadisce Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace: «È giusto continuare a spendere in questo modo 24 miliardi di euro all’anno? È questo il modo migliore per garantire la nostra sicurezza?»

     «Quando si continua a chiedere agli italiani di stringere la cinghia, non vi può essere un solo capitolo del bilancio dello Stato che passi indenne da una seria revisione pubblica», continua Lotti. «Ventiquattro miliardi sono una somma enorme e ogni tentativo di evitare la discussione su questi fondi non è solo attentato non alla democrazia ma un ostacolo insormontabile posto sulla via di uscita dalla crisi».

     «Niente è più inutile di una portaerei, un sommergibile o un cacciabombardiere», sottolinea il coordinatore della Tavola della Pace, «per proteggere i cittadini dalle mafie e dal terrorismo, dalla malavita e dall’illegalità, dalla corruzione e dalla disoccupazione, dall’inquinamento e dalla sofisticazione alimentare. Eppure continuiamo a comperare costosissimi sistemi d’arma e lasciamo i poliziotti senza auto e benzina. Le nostre spese per la sicurezza sono fortemente squilibrate a favore di un modello militare anacronistico e inutilmente offensivo, mentre i problemi della sicurezza oggi esigono una pluralità di strumenti in prevalenza preventivi e non militari, fra cui la cooperazione, la diplomazia (anche popolare), l’intelligence. Strumenti molto più efficaci che mantenere in vita un mastodontico esercito di 180 mila uomini».

Padre Alex Zanotelli parla al Meeting dei giovani a Bastia Umbra.
Padre Alex Zanotelli parla al Meeting dei giovani a Bastia Umbra.

Il primo “taglio”? Tra le decine di migliaia di partecipanti alla marcia non vi sono molti dubbi: si deve partire dalla cancellazione del programma di acquisto dei 131 cacciabombardieri F-35 (costo complessivo 20 miliardi di euro) e dalla revisione dei 71 programmi di ammodernamento e riconfigurazione di sistemi d’arma che ipotecano la nostra spesa militare fino al 2026.

     Ma non solo. Anche la questione delle missioni militari italiane nel mondo è tutta da rivedere, specie quelle in Afghanistan e in Libia.

     «Il mondo è superarmato e tremendamente affamato», dice padre Alex Zanotelli. «L’anno scorso la spesa militare mondiale ha raggiunto la cifra record di 1.630 miliardi di dollari, mentre il numero di persone che patiscono la fame ha superato il miliardo, e altri due vivono in condizioni di povertà. Con 44 miliardi di dollari si potrebbe sfamare il mondo intero».

    «Invece l'Italia», continua il missionario comboniano, «l'anno scorso ha speso 27 miliardi di euro in armi. Manco ci dovessero invadere gli alieni. Che senso ha? Eccola, la manovra contro la crisi: in quei 27 e più miliardi di euro che spenderemo anche quest'anno».

     La crisi economica e la manovra del governo sono temi forti di questa Marcia: «Non è possibile tagliare i servizi di trasporto per i disabili e continuare a fabbricare caccia bombardieri», sottolinea Luciano Della Vecchia, assessore ai Trasporti della provincia di Perugia. Da parte sua, Mauro Valpiana, del Movimento Non violento, ricorda che non c’è solo il problema delle armi ma anche quello culturale: «Certo, la manovra economica si deve affrontare prima di tutto bloccando l’acquisto dei caccia bombardieri F-35; ma serve anche un disarmo interiore per fare crollare i muri nella nostra testa».

Accadde mezzo secolo fa. «Assisi, 24 settembre 1961: settecento anni sono passati da quando il più umile e il più grande figlio dell'Umbria, Francesco, lanciava da questi colli, all'Italia e al mondo, il suo messaggio di umana fratellanza, di amore per la vita e le sue creature». È l’inizio della cronaca della prima Marcia per la pace. Con il commento di un cronista d’eccezione: Gianni Rodari. Nell’archivio della Tavola della Pace c’è il prezioso video con quel lungo servizio sulla processione che vide alla testa Aldo Capitini. Un testo firmato da famoso scrittore.

Eccone alcuni passaggi. «Nel secolo dei satelliti artificiali e della bomba all'idrogeno, una folla diversa si raccoglie all'ombra dell'antica rocca per ascoltare un nuovo messaggio di pace; è la stessa folla che oggi, domenica, riempie gli stadi o si sgrana lenta all'ora del passeggio cittadino. Ma su di essa piovono tristi e solenni le parole che il poeta turco Nazim Hikmet ha scritto in memoria delle 70mila vittime di Hiroshima, di una bambina giapponese che vive ormai solo in quei versi: “Avevo dei lucenti capelli: il fuoco li ha strinati, avevo dei begli occhi limpidi: il fuoco li ha spenti, un pugno di cenere: quello son io, poi venne il vento e ha disperso la cenere”». 

«Si conclude ad Assisi, poco prima del tramonto, la Marcia della Fratellanza e della Pace: venti, trentamila persone sono partite stamattina da Perugia; hanno percorso a piedi i lunghi e faticosi chilometri che separano il capoluogo dell'Umbria verde dalla città di san Francesco, solo per dire all'Italia e al mondo, in questa penultima ora del giorno: “Vogliamo vivere, vogliamo che il mondo viva, vogliamo che da un continente all'altro le mani si stringano.” Il professor Aldo Capitini, che ha ideato e organizzato la marcia, in collaborazione con associazioni democratiche, sindacati e uomini di cultura prende la parola per primo: "Questa marcia – egli dice – era necessaria e altre marce saranno necessarie nel nostro e negli altri Paesi, per porre fine ai pericoli della guerra». «Le bandiere hanno il colore dell'arcobaleno, ma il richiamo alla natura ha un suo significato speciale: l'arcobaleno, questa volta, lo vogliamo prima della tempesta, non dopo. La pace deve precedere, impedire la guerra, per non essere soltanto un doloroso bilancio di rovine. Molte città sono rappresentate dal loro sindaco. Di quando in quando un canto si leva dalle file del corteo, giovani e ragazze non si contentano dei muti cartelli: alla loro volontà di vita vogliono dare una voce più robusta».

«Due giovani e già famosi scrittori, Italo Calvino e Giovanni Arpino, aprono il corteo reggendo lo striscione che reca la scritta: Marcia della Pace e della Fratellanza. Il corteo si snoda di colle in colle come un discorso nel quale confluiscano argomenti diversi; lo vedete dai cartelli che fioriscono tutti dalla stessa profonda aspirazione alla pace, ma alla figura della pace recano ciascuno un tocco particolare. Così sarà, del resto, se vorremo la pace: essa potrà essere soltanto la somma e la moltiplicazione di volontà diverse, e non già il frutto uniforme dell'imposizione di una sola volontà sulle altre».

«Dopo cinque ore il corteo giunge ai piedi di Assisi; rimangono da affrontare gli ultimi chilometri fino alla Rocca, la salita stretta e ripidissima fra le antiche case. Il passo è sempre fermo e sicuro, ma più lento; quando la testa del corteo raggiungerà la cima della collina e l'ombra degli ulivi, la sua coda serpeggerà ancora lontano, in basso, nella dolce valle del Subasio. Ma dove giungerebbe, fin dove, il corteo dei 26 milioni di europei morti nella Seconda Guerra Mondiale, quello dei 6 milioni di ebrei trucidati nei campi di sterminio?»

L'arrivo della Marcia, alla Rocca di Assisi (Foto di Roberto Brancolini).
L'arrivo della Marcia, alla Rocca di Assisi (Foto di Roberto Brancolini).

Ecco il testo della Mozione finale della Marcia della Pace, 50 anni dopo quella di Aldo Capitini:

A conclusione della Perugia-Assisi, che abbiamo convocato a cinquant’anni dalla prima Marcia organizzata il 24 settembre 1961 da Aldo Capitini, vogliamo lanciare un nuovo appello per la pace e la fratellanza dei popoli.

 

     Lo facciamo richiamando il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che proclama: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

 

     La fratellanza dei popoli si basa sulla dignità, sugli eguali diritti fondamentali e sulla cittadinanza universale delle persone che compongono i popoli. I diritti umani sono il nome dei bisogni vitali di cui è portatrice ogni persona. Essi interpellano l’agenda della politica la quale deve farsi carico di azioni concrete per assicurare “tutti i diritti umani per tutti” a livello nazionale e internazionale. La sfida è tradurre in pratica il principio dell’interdipendenza e indivisibilità dei diritti umani – civili, politici, economici, sociali e culturali – e ridefinire la cittadinanza nel segno dell’inclusione. L’agenda politica dei diritti umani comporta che nei programmi dei partiti e dei governi ciascun diritto umano deve costituire il capoverso di un capitolo articolato concretamente in politiche pubbliche e misure positive.

 

Il nostro appello per la pace e la fratellanza dei popoli contiene alcuni principi, proposte e impegni:


     Principi

     Primo. Il mondo sta diventando sempre più insicuro. Se continuiamo a spendere 1.6 trilioni di dollari all’anno per fare la guerra non riusciremo a risolvere nessuno dei grandi problemi del nostro tempo: la miseria e la morte per fame, il cambio climatico, la disoccupazione, le mafie, la criminalità organizzata e la corruzione. Se vogliamo uscire dalla crisi dobbiamo smettere di fare la guerra e passare dalla sicurezza militare alla sicurezza umana, dalla sicurezza nazionale alla sicurezza comune.

 

     Secondo. Se vogliamo la pace dobbiamo rovesciare le priorità della politica e dell’economia. Dobbiamo mettere al centro le persone e i popoli con la loro dignità, responsabilità e diritti.

 

     Terzo. La nonviolenza è per l’Italia, per l’Europa e per tutti via di uscita dalla difesa di posizioni insufficienti, metodo e stile di vita, strumento di liberazione, strada maestra per contrastare ogni forma d’ingiustizia e costruire persone, società e realtà migliori.

 

     Quarto. Se vogliamo la pace dobbiamo investire sulla solidarietà e sulla cooperazione a tutti i livelli, a livello personale, nelle nostre comunità come nelle relazioni tra i popoli e gli stati. La logica perversa dei cosiddetti "interessi nazionali", del mercato, del profitto e della competizione globale sta impoverendo e distruggendo il mondo. La solidarietà tra le persone, i popoli e le generazioni, se prima era auspicabile, oggi è diventata indispensabile.

 

     Quinto. Non c’è pace senza una politica di pace e di giustizia. L’Italia, l’Europa e il mondo hanno bisogno urgente di una politica nuova e di una nuova cultura politica nonviolenta fondata sui diritti umani. Quanto più si aggrava la crisi della politica, tanto più è necessario sviluppare la consapevolezza delle responsabilità condivise. Serve un nuovo coraggio civico e politico.

 

Sesto. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo costruire e diffondere la cultura della pace positiva. Una cultura che rimetta al centro della nostra vita i valori della nostra Costituzione e che sappia generare comportamenti personali e politiche pubbliche coerenti. Per questo, prima di tutto, è necessario educare alla pace. Educare alla pace è responsabilità di tutti ma la scuola ha una responsabilità e un compito speciali.

Foto di Roberto Brancolini
Foto di Roberto Brancolini

Proposte e impegni


1. Garantire a tutti il diritto al cibo e all’acqua

È intollerabile che ancora oggi più di un miliardo di persone sia privato del cibo e dell’acqua necessaria per sopravvivere mentre abbiamo tutte le risorse per evitarlo. Ed è ancora più intollerabile che queste atroci sofferenze siano aumentate dalla speculazione finanziaria sul cibo, dall’accaparramento delle terre fertili, dalla devastazione dell’agricoltura e dalla privatizzazione dell’acqua.

 

2. Promuovere un lavoro dignitoso per tutti

Un miliardo e duecento milioni di persone lavorano in condizioni di sfruttamento. Altri 250 milioni non hanno un lavoro. 200 milioni devono emigrare per cercarne uno. Oltre 12 milioni sono vittime della criminalità e sono costrette a lavorare in condizioni disumane. 158 milioni di bambine e di bambini sono costretti a lavorare. Occorre ridare dignità al lavoro e ai lavoratori, giovani e anziani, di tutto il mondo.

 

3. Investire sui giovani, sull’educazione e la cultura

Un paese che non investe, non valorizza e non dà spazio ai giovani è un paese senza futuro. La lotta alla disoccupazione giovanile deve diventare una priorità nazionale. Investire sulla scuola, sull’università, sulla ricerca e sulla cultura vuol dire investire sulla crescita sociale, politica ed economica del proprio paese.

 

4. Disarmare la finanza e costruire un’economia di giustizia

La finanza, priva di ogni controllo internazionale, sta mettendo in crisi l'Europa politica e provoca un drammatico aumento della povertà. Bisogna togliere alla finanza il potere che ha acquisito e ripristinare il primato della politica sulla finanza. Occorre tassare le transazioni finanziarie, lottare contro la corruzione e l’evasione fiscale e ridistribuire la ricchezza per ridurre le disuguaglianze sociali.

 

5. Ripudiare la guerra, tagliare le spese militari

La guerra è sempre un’inutile strage e va messa al bando come abbiamo fatto con la schiavitù. Anche quando la chiamiamo con un altro nome è incapace di risolvere i problemi che dice di voler risolvere e finisce per moltiplicarli. Promuovere e difendere sistematicamente i diritti umani, investire sulla prevenzione dei conflitti e sulla loro soluzione nonviolenta, promuovere il disarmo, contrastare i traffici e il commercio delle armi, tagliare le spese militari e riconvertire l’industria bellica è il miglior modo per aumentare la nostra sicurezza.

 

6. Difendere i beni comuni e il pianeta

Se non impariamo a difendere e gestire correttamente i beni comuni globali di cui disponiamo, beni come l’aria, l’acqua, l’energia e la terra, non ci sarà né pace né sicurezza per nessuno. Nessuno si deve più appropriare di questi beni che devono essere tutelati e condivisi con tutti. Urgono istituzioni, politiche nazionali e internazionali democratiche capaci di operare in tal senso. Occorre ridurre la dipendenza dai fossili, introdurre nuove tecnologie verdi e nuovi stili di vita non più basati sull’individualismo, la mercificazione e il consumismo.

 

7. Promuovere il diritto a un’informazione libera e pluralista

Un'informazione obiettiva, completa, imparziale, plurale che mette al centro la vita delle persone e dei popoli è condizione indispensabile per la libertà e la democrazia. Sollecita la partecipazione alla vita e alle scelte della collettività; favorisce la comprensione dei fenomeni più complessi che attraversano il nostro tempo, promuovere il dialogo e il confronto, costruisce ponti fra le civiltà, avvicina culture diverse, diffonde e consolida la cultura della pace e dei diritti umani.

 

8. Fare dell’Onu la casa comune dell’umanità

Tutti nelle Nazioni Unite, le Nazioni Unite per tutti. Se vogliamo costruire un argine al disordine internazionale, i governi devono accettare di democratizzare e rafforzare le Nazioni Unite mettendo in comune le risorse e le conoscenze per fronteggiare le grandi emergenze sociali e ambientali mondiali.

 

9. Investire sulla società civile e sullo sviluppo della democrazia partecipativa

Senza una società civile attiva e responsabile e lo sviluppo della cooperazione tra la società civile e le istituzioni a tutti i livelli non sarà possibile risolvere nessuno dei grandi problemi del nostro tempo. Rafforzare la società civile responsabile e promuovere la democrazia partecipativa è uno dei modi più concreti per superare la crisi della politica, della democrazia e delle istituzioni.


10. Costruire società aperte e inclusive

Il futuro non è nella chiusura in comunità sempre più piccole, isolate e intolleranti che perseguono ciecamente i propri interessi ma nell’apertura all’incontro con gli altri e nella costruzione di relazioni improntate ai principi dell’uguaglianza e alla promozione del bene comune. Praticare il rispetto e il dialogo tra le fedi e le culture arricchisce e accresce la coesione delle nostre comunità. I rifugiati e i migranti sono persone e come tali devono vedere riconosciuti e rispettati i diritti fondamentali.

 

Queste priorità devono essere portate avanti da ogni persona, a livello locale, nazionale e globale, in Europa come nel Mediterraneo.

 

Per realizzarle abbiamo innanzitutto bisogno di agire insieme con una strategia comune e la consapevolezza di avere un obiettivo comune.

Per realizzarle abbiamo bisogno di dare all’Italia un governo di pace e una nuova politica, coerente in ogni ambito, e di investire con grande determinazione sulla costruzione di un’Europa dei cittadini, federale e democratica, aperta, solidale e nonviolenta e di una Comunità del Mediterraneo che, raccogliendo la straordinaria domanda di libertà e di giustizia della primavera araba, trasformi finalmente quest’area di grandi crisi e tensioni in un mare di pace e benessere per tutti.

 

Assisi, 25 settembre 2011

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