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sabato 28 maggio 2022
 
Politica e cittadini
 

Quel pasticciaccio brutto del Pd in Campania

06/03/2015  La vittoria, come al solito travolgente del sindaco di Salerno De Luca, inquisito in primo grado per abuso d'ufficio e ineleggibile per la legge Severino, ha messo nei guai il Pd di Renzi. Ma ci vorrebbe un mago per sbrogliare un guaio simile.

E niente, ci vorrebbe un mago per sbrogliare il pasticciaccio brutto in cui si è ficcato il Pd dopo la vittoria alle primarie della Regione Campania di Vincenzo De Luca, classe 1949, sindaco sceriffo di Salerno per ben quattro mandati, carissimo nemico di Bassolino, già dalemiano, oggi renziano, in realtà – da sempre - delucano, nel senso che in fondo in fondo ha sempre giocato in proprio. Vittoria travolgente, alla De Luca, verrebbe da dire, che nella sua città gode di un consenso quasi plebiscitario (oltre il 70 per cento) per averla trasformata, all'insegna dello slogan  "legge e ordine", in una città modello (basterebbe citare la raccolta differenziata), una piccola Barcellona. Tra l'altro De Luca, cui molti attribuiscono connotati politici di stampo leghista, ha da sempre instaurato una sorta di asse politico col sindaco di Verona Tosi. Oggi entrambi sono in difficoltà con il governo centrale dei rispettivi partiti, e forse non è un caso.

Insomma, alla fine, una specie di "anatra zoppa" finirebbe per salire sulla poltrona di governatore della Campania. De Luca infatti ha qualche piccola pendenza giudiziaria per effetto di una condanna in primo grado per abuso d’ufficio. Lui si appella al popolo e dice che una legge che definisce “sgangherata” non può arrestare la volontà del popolo. Ha già fatto ricorso contro la sospensione da sindaco e da viceministro delle Infrastrutture ( cariche che avrebbero dovuto abbandonare per effetto della legge Severino) e ha già annunciato ricorso in caso di elezione a governatore. Alla poltrona in Regione non vuole rinunciare (gli sfuggì già nel 2010) e come lui la pensano i 70 mila e passa che lo hanno votato alle primarie. E così, mentre il sindaco già annuncia il suo programma da governatore e dichiara che non pagherà “cambiali” ai clan della camorra, ecco che il problema si trasferisce sui tavoli romani. De Luca non prova alcun imbarazzo e invita il Parlamento a risolvere la faccenda. Chiede che il Pd cambi la Severino, prima del voto in Campania. Peccato che la Severino sia la stessa legge che ha provocato la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore. Oggi qualche esponente renziano afferma sommessamente che sì, in effetti, qualche problema dentro la legge c’è, come ha detto Debora Serracchiani. Ma da qui ad applicare una legge ad personam, usando due pesi e due misure, ce ne corre. Sarebbe un suicidio politico a livello nazionale, anche se gli elettori di De Luca approverebbero.

E dunque che fare? Rinunciare a un successo annunciato in nome della coerenza, rottamando il sindaco di Salerno dopo quattro mandati di sindaco, o arrischiare qualche correttivo legislativo per dare disco verde al beniamino dei salernitani, che si appella al popolo contro le sentenze, esattamente come ha fatto Berlusconi in quasi 30 anni? Le sentenze sono diverse, sia detto a onor del vero, per gravità  ma anche come grado di giudizio (proprio oggi il Cavaliere ha finito di scontare una condanna in giudicato per frode fiscale), ma il principio è lo stesso, non si scappa. Al momento non sa come uscirne nemmeno quel maghetto di Renzi. L’elezione di Mattarella al Quirinale era più semplice, al confronto.    

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