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sabato 06 marzo 2021
 
Governo
 

Quel pasticciaccio brutto di Autostrade per l'Italia

15/07/2020  La questione sulle concessioni della rete autostradale si trascina da quasi due anni. Ora il premier Conte annuncia che la società tornerà ad essere di Stato. Ma sarà davvero così?

Comunque vada a finire, la vicenda Governo-Autostrade per l’Italia sarà un insuccesso. La questione della revoca della concessione autostradale ad Aspi, la società controllata da Atlantia, a sua volta controllata dalla holding dei Benetton, si è trascinata per troppo tempo. Al punto che si è fatto prima a costruire il nuovo ponte di Genova progettato da Renzo Piano. Ci sono varie ipotesi, tutte poco vantaggiose per lo Stato a parte forse l'ultima, di cui parleremo.

La prima è che il premier Conte, come tante volte promesso, dia un seguito alle sue parole e confermi la revoca ad Aspi. Le conseguenze finanziarie e sociali sarebbero enormi. Innanzitutto ci sarebbe da pagare l’indennizzo per il benservito. Il decreto Milleproroghe lo aveva abbassato di imperio da 23 a sette miliardi. Ma si tratta pur sempre di una cifra enorme per le casse del Tesoro. Dobbiamo poi considerare le conseguenze per i mercati e per l’occupazione. Lo strappo farebbe andare Aspi e tutta la sua costellazione in fallimento e il default renderebbe inesigibili 19 miliardi di euro di debiti (tanti sono quelli in capo ad Atlantia e ad Autostrade per l’Italia). A rimanere con un pugno di carta straccia non sarebbero soltanto i grandi investitori internazionali, ma anche quei 17 mila piccoli risparmiatori che hanno sottoscritto un prestito obbligazionario di 750 milioni di euro. Al dramma dei piccoli e grandi detentori del prestito si aggiunge il più grave dramma della sorte di 7.340 dipendenti di Autostrade per l’Italia. Che ne sarà di loro?

Al di là delle vicende personali, lo Stato ci rimetterebbe altro denaro – come è giusto beninteso, in questi frangenti - in termini di ammortizzatori sociali. Ecco perché sarebbe bene pensarci non una, ma mille volte prima di revocare la concessione. Il viceministro delle Infrastrutture Giancarlo Cancellieri ha proposto di far pagare l’indennizzo da sette miliardi alla società che rileverà la manutenzione e i pedaggi della rete autostradale, ma è chiaro che la clausola dell’«indennizzo sospeso» renderà ancora più difficile l’eventualità che si faccia avanti qualcuno. Inoltre non si risolverebbero le gravissime conseguenze occupazionali e finanziarie che abbiamo esposto.

Nel caso in cui invece il governo intendesse “accontentarsi” dei 3,4 miliardi di risarcimento messi sul piatto dai Benetton a mo’ di riparazione e confermare la concessione («proposta imbarazzante», l’ha definita Conte), ci sarebbero conseguenze sul piano morale, a cominciare dai parenti delle vittime del crollo del Ponte Morandi che hanno chiesto la revoca del contratto. Fin qui il premier è stato tanto categorico nei confronti di Aspi quanto immobile nel passare a vie di fatto. Si è persino parlati di una partnership Stato-Benetton ma Conte l’ha esclusa quasi sdegnato. «Sarebbe davvero paradossale», ha detto, «se lo Stato entrasse in società con i Benetton, per le gravi responsabilità accumulate dal management nel corso degli anni fino al crollo del Morandi e anche dopo». Responsabilità, a dire il vero, ancora al vaglio della magistratura e non ancora dimostrate, almeno dal punto di vista giuridico.

Da un consiglio dei ministri che si è trascinato fino all’alba pare sia uscito il cilindro dal cappello: la public company. In pratica lo Stato tornerebbe padrona della rete autostradale attraverso il denaro della Cassa depositi e prestiti. L'uovo di Colombo, poichè la società non fallirebbe. E i Benetton? Sarebbero ancora lì, in consiglio di amministrazione, ma con una quota di minoranza, anche se hanno dichiaratodi rinunciare a tutti gliindennizzi (sarà vero?).  Il  processo secondo fonti di governo si consumerebbe nel giro di sei mesi o un anno, e avverrebbe in due fasi: nella prima Cdp entrerebbe con il 51% e ci sarebbe lo scorporo che porterebbe il peso della famiglia Benetton tra il 10 e il 12%, soglia sotto la quale non si entra in Cda; nella seconda  si arriverebbe a una società con un azionariato diffuso alto, fino al 50%, in cui potrebbero entrare nuovi soci, con un'operazione di mercato, abbassando ulteriormente il peso della famiglia Benetton. A bene vedere è una soluzione controversa. Cassa depositi e prestiti significa i conti correnti dei clienti delle Poste. Davvero non avrebbero potuto essere destinati a operazioni migliori e più convenienti?

Anche sul range temporale dell'uscita dei Benetton il M5S mostra subito un evidente scetticismo. "E' un tempo troppo lungo". Molto lungo. Durante il quale potrebbe succedere di tutto. Il sospetto è che Conte abbia semplicemente spostato la decisione più in là salvando però una questione di principio. E poi in fondo i Benetton rimarrebbero lo stesso in Aspim, dopo aver ritirato le proprie quote. A che prezzo?

E’ noto che Conte deve tenere a freno i mal di pancia dei Cinque Stelle, che hanno sempre gridato alla revoca e hanno già espresso un verdetto morale all’indomani della tragedia, non ritenendo sufficiente l’inchiesta della Procura di Genova. E allora vedremo come andrà a finire. Ormai i nodi stanno venendo al pettine. Finora è sembrato che Conte facesse la voce grossa più per tenere a freno il suo partito di riferimento, mentre nei fatti si è rivelato molto cauto. Pochi giorni fa ne ha parlato anche con la Merkel, poiché tra gli investitori in Aspi ci sono anche i tedeschi di Allianz, oltre al solito fondo cinese (questo si chiama Silk Road, ormai sono come funghi nei mercati internazionali). L’informativa al consiglio dei ministri in fondo non scioglie la questione anche se spinge verso la soluzione della public company. Vedremo quando Conte calerà veramente le sue carte.

 

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