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lunedì 06 dicembre 2021
 
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Napoleone a Sant'Elena, come un ergastolo della memoria

04/05/2021  Gli ultimi sei anni trascorsi con una piccola corte sul piccolo e malsano scoglio del Pacifico, sotto la strettissima sorveglianza degli inglesi furono durissimi per Bonaparte. Lo studio della biografia di Giulio Cesare lenirono in parte l'apatia e le sofferenze

«Andarono. L’imperatore avanti con passo risoluto e portamento eretto, con quei calzoni bianchi, abbaglianti, e gli stivali lustri che mandavano lampi, mentre a ogni passo gli sproni tintinnavano lamentosi. La barca aspettava già con le vele gonfie. L’imperatore vi salì sopra. Non si voltò indietro. La brezza era leggera. Si vedeva il Bellérophon». Così Joseph Roth nei “Cento giorni” dipinge l’imbarco di Napoleone, «il più grande degli imperatori sconfitti», sul primo dei vascelli che doveva portarlo a Sant’Elena dopo il trasbordo sul Northumberland, la nave che fece il tratto più lungo della traversata. L’approdo non era una gabbia dorata, come l’isola d’Elba, il paradiso tirrenico da cui era fuggito cento giorni prima per andare incontro a Waterloo, simbolo eterno di tutte le sconfitte della storia. Questa volta si trattava di un ergastolo, di una lenta e soffocante agonia.

Sant’Elena è un lembo di terra di 120 chilometri quadrati appoggiato sugli scogli che affiora dall’oceano Atlantico meridionale, a mille miglia dalla costa occidentale africana, fuori da ogni rotta commerciale o turistica. Dal 2017 la si può raggiungere anche in sei ore di aereo da Johannesburg. Prima di allora, per secoli, l’unico modo per raggiungerla era stato via mare: oggi ci vogliono cinque giorni e mezzo con partenza da Cape Town. Nel 1815 la traversata durò due mesi e mezzo. Mi sarebbe piaciuto visitarla: devo accontentarmi di “google map”.

Secondo le direttive di Wellington l’imponente guarnigione di stanza sull’isola trattò Bonaparte poco meno che alla stregua di un detenuto di una colonia penale. La prigionia era resa acuta dal clima. Sant’Elena è spazzata dagli Alisei tutto l’anno, vento gelido e scrosci di pioggia caldi o freddi si alternano generando malsane nebbie mattutine afose d’estate e umide d’inverno. I continui sbalzi di temperatura tormentavano con mal di gola, tosse, catarro e reumatismi Napoleone e la sua piccola e coraggiosa corte di fedelissimi che aveva potuto portarsi sull’isola, grottesca parodia di ciò che era stato a Parigi l’immenso seguito dell’imperatore dell’Europa. Anche la “dimora” imperiale di Sant’Elena rispondeva ad esigenze di sorveglianza più che di comodità. Gli inglesi avevano confinato il prigioniero in una sorta di recinto rettangolare di poche miglia, al cui centro era situata Longwood House, un vecchio granaio eretto nel 1743 e riadattato a casa colonica esposta ai venti incessanti dell’isola. Vi era poi un altro rettangolo più ampio presidiato dalle sentinelle, oltre il quale l’imperatore doveva essere accompagnato da un ufficiale. Il governatore Lowe, un militare ottuso e privo di tatto che Wellington considerava un imbecille (offendeva Napoleone appellandolo “generale” anziché “imperatore”), aveva aggiunto al corpo principale dell’edificio un salone, un salottino, una sala da pranzo, una biblioteca e quattro stanze che costituivano l’appartamento privato del principale inquilino: quaranticinque metri quadrati di camera da letto, studiolo, bagno e un vano destinato ad ospitare il fedele valletto di camera Louis Marchand. A tavola Napoleone aveva gusti semplici: prediligeva le zuppe di legumi e verdura, era ghiotto di dolciumi e gelati, beveva non più di un bicchiere di vino a pasto, di solito Chabertin o Bordeaux. Mangiava distrattamente, di solito in dieci minuti, alzandosi poi da tavola senza badare ai commensali.

La consuetudine e l’adrenalina di Parigi gli rendevano insopportabile quel ménage su quell’isola infernale. Di sé stesso diceva: «Ho bisogno di essere spronato, solo il piacere di avanzare mi può sostenere». Cercava di tenere impegnata la mente dettando al barone Emmanuel de Las Cases le sue memorie, che aveva iniziato già a bordo del Northumberland. Guardava il mare dalla sua finestra e l’oceano diveniva un campo di battaglia: Castiglione, Rivoli, Marengo, Austerlitz, Jena, Smolensk, Borodino, le armate si affrontavano nella sua mente disegnando traiettorie sullo scacchiere della memoria, unico balsamo a quell’esistenza da morto vivente. L’imperatore aveva dettato al valletto Louis-Joseph Narcisse Marchand anche un delizioso manualetto dedicato a Giulio Cesare (Précis des guerres de César). Napoleone, che conosceva bene i suoi commentari sulla guerra civile e sulla guerra gallica, è stato non a torto intriso di “cesarismo” e certamente la figura di Cesare era uno dei suoi modelli principali. Più come militare però, perché al dittatore della tarda Repubblica il corso imputava il fatto di non essere stato un buon politico. Celebre anche il passo in cui accusa Pompeo di aver commesso l’imperdonabile errore di aver abbandonato Roma e di aver affrontato Cesare – dopo che questi aveva varcato il Rubicone -  in Oriente, anziché nella capitale. A Farsalo Pompeo era destinato a soccombere proprio perché non aveva con sé “le peuple”, lo aveva abbandonato e inevitabilmente «le peuple était contre lui».  Questa riflessione sul popolo spiega con nettezza il legame “popolare” dell’ imperium napoleonico. Niente di meglio che questo libretto per capire l’animo più intimo di Bonaparte riflesso nelle campagne di Cesare e riflettere sulla vacuità della gloria di qualsiasi uomo, per quanto geniale militarmente, da Alessandro ad Annibale. Qualunque trionfo è polvere nella prospettiva dell’esistenza, della vita e della morte.

A quel tempo l’imperatore era tutt’altro che quel generale possente, indomito, ispirato mentre fissa il mare e passeggia sugli scogli, ritratto  dall’oleografia dell’epoca. Sir William Doveton, che lo aveva ospitato nella sua casa a Sant’Elena qualche mese prima, lo dipinge «grasso e rotondo come un maiale della Cina». All’inizio di aprile il medico personale di Napoleone Antonmarchi (che il malato eccellente chiamava “il dottoraccio”), pregò il maresciallo Bertrand di far sapere a Napoleone che la sua ora si avvicinava. Aveva un tumore allo stomaco ormai all’ultimo stadio. Sulla morte del vincitore di Austerlitz si sono versati fiumi di inchiostro. Fu lo stesso prigioniero a inficiare il sospetto di essere stato avvelenato con l’arsenico.  Ma le ricerche più raffinate hanno dimostrato che non vi è traccia di alcun avvelenamento volontario. È stato lo stesso Marchand, nell’introduzione al volumetto sulle guerre di Cesare, a raccontare (certo con l’aiuto dell’editore) gli ultimi momenti della sua vita con parole gonfie e solenni:  «Alle sei e mezzo della sera udiamo il cannone della ritirata. Il sole svanisce nei fiotti di luce; nello stesso momento il Grande che ha dominato il mondo con il suo genio sta per ammantarsi di gloria immortale. L’ansia del dottor Antonmarchi raddoppia. Quella mano che guidava la vittoria, ma di cui ora lui conta le pulsazioni, quella mano è ormai fredda. Passano quindici secondi, poi trenta, poi un minuto. Aspettiamo ancora, ma invano. L’imperatore non è più». Non è difficile riconoscere l’eco dell’«ei fu» del “Cinque maggio” del Manzoni: «Fu vera gloria? Ai postumi l’ardua sentenza».

 

 
 
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