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venerdì 17 settembre 2021
 
Tragedia sfiorata
 

Quella volta che in Sardegna i miei figli finirono alla deriva su un canottino

25/08/2020  La vicende della bimba di cinque anni che in Grecia è finita in mare aperto su un canotto a forma di unicorno ed è stata salvata da un traghetto ha riportato alla memoria una vicenda analoga accaduto alla nostra giornalista. Il mare nasconde insidie spesso sottovalutate: ora come allora un provvidenziale aiuto ha scongiurato la tragedia (di Fulvia Degli Innocenti)

Ha fatto il giro del mondo il filmato amatoriale in cui si vede l’equipaggio di un traghetto recuperare in alto mare una bambina di 5 anni finita alla deriva, nei pressi di Patrasso, in Grecia, sopra un canottino a forma di unicorno, di quelli che quest’estate impazzano sulle spiagge. La bimba era rimasta caparbiamente  aggrappata al collo dell’unicorno armata anche di braccioli. Come tanti bambini sguazzava vicino alla riva con i genitori. Ma sono bastati pochi secondi di distrazione perché la corrente la portasse al largo senza che mamma e papà potessero con le loro forze recuperarla. Ma non si sono persi d’animo, e chissà con quale angoscia nel cuore, hanno allertato per telefono la capitaneria di porto, che a sua volta ha diramato l’Sos raccolto poi da un traghetto. L'imbarcazione ha intercettato il canottino bianco e rosa e ha portato in salvo la bambina piangente.  Il mare può essere molto insidioso e trasformare un gioco innocente in una tragedia. Chi scrive si è trovata a vivere un’esperienza simile alcuni anni fa all’arcipelago della Maddalena. Mi trovavo in vacanza con i miei figli, allora di dieci e sette anni. Avevamo comprato un canottone dotato di remi, che ogni giorno veniva gonfiato per delle piccole navigazioni nei pressi della riva. Eravamo a cala Garibaldi, nell’isola di Caprera, i ragazzi avevano trovato un amichetto e tutti e tre erano sul canotto a portata di vista.

Si erano un po’ allontanati, ma sembrava tutto sotto controllo quando a un certo punto mi accorsi che c’è qualcosa che non andava. Erano lontani, troppo lontani, e soprattutto si sbracciavano facendo capire che non riuscivano più a governare il canotto. In poche parole la corrente li stava portando in mare aperto. L’istinto materno mi portò a buttarmi in acqua e a cominciare a dare furiose bracciate. Sono una buona nuotatrice, ma il cuore allarmato mi spingeva a forzare la nuotata senza dosare le forze. Così, dopo qualche metro, mi mancò il fiato e mi resi conto che non ce l’avrei mai fatta a raggiungerli, anche perché la corrente continuava a trascinarli via. Dietro di me anche la mamma dell’amichetto aveva dovuto desistere. Qualche secondo di panico, la mente svuotata senza capire come agire. Era agosto, e pur essendo calette abbastanza deserte, qualche bagnante c’era. Uno di questi stava pagaiando con la sua canoa, e si accorse dei bambini in difficoltà. Con pochi colpi di remi li raggiunse, agganciò il canotto a una corda e li riportò a riva, con me che mi proferivo in mille ringraziamenti ancora scioccata. Una disavventura finita bene che è entrata a far parte dei ricordi intrepidi dell’infanzia, ma che avrebbe potuto avere esiti ben più drammatici. 

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