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La beata Caterina Troiani che liberava le bambine dagli harem

06/05/2019  La suora italiana viveva al Cairo nell’800, riscattando dalla schiavitù le ragazze e accogliendo i bambini abbandonati

Seconda metà dell’Ottocento, il Cairo: una città complessa, dove regna la miseria, la sopraffazione dei diritti dei più deboli, i bambini e le donne, dove ancora c’è la schiavitù e i neonati vengono spesso abbandonati per strada, condannati a morire, soprattutto se affetti da malformazioni. C’è tanto lavoro da fare per chi, come le suore Terziarie francescane, sono arrivate lì in nome della carità cristiana. L’anima di queste suore è una donna straordinaria, Caterina Troiani, infaticabile nel suo desiderio di strappare anime e corpi alla desolazione. Un’altra “vita esagerata”, un’altra storia che ci porta a scandagliare l’animo di chi ha interpretato l’esistenza come una missione da perseguire con tutta sé stessa. A tratteggiare la sua figura è la scrittrice e direttrice di Rai Teche Maria Pia Ammirati, nel libro Fuori dall’harem. Caterina Troiani tra schiave nere e rubaparadiso (Edizioini San Paolo).


«Non è stato facile ricostruire la sua vita», dichiara la Ammirati, «perché non ci sono tante fonti e mi è stato molto utile consultare le lettere che suor Caterina inviava dal Cairo ai vescovi che si occupavano delle missioni. La sua è stata la prima missione femminile in Nord Africa».


Suor Caterina Troiani veniva dal convento di un piccolo paese del Lazio, Ferentino, in provincia di Frosinone. Partì nel 1859 con altre cinque consorelle dal porto di Napoli con un piroscafo alla volta di Alessandria d’Egitto e poi da lì raggiunse il Cairo. Ben presto divenne la badessa della comunità e rivelò da subito la sua tenacia nello strappare alla strada i bambini abbandonati, definiti rubaparadiso perché se morivano, e spesso accadeva a causa delle malattie e della malnutrizione, una volta arrivati in paradiso avrebbero pregato per i vivi. Altra sua opera era il riscatto di quelle che venivano chiamate “le morette”, ovvero ragazze, spesso solo bambine, rapite nei Paesi dell’Africa centrale e vendute come schiave.


Il libro immagina gli ultimi giorni della vita della suora, quando, spossata dalle febbri, racconta a una consorella di colore, suor Nicolina, gli episodi drammatici della sua infanzia. A soli sei anni Costanza, così si chiamava, perse la madre in circostanze non del tutto chiarite, probabilmente uccisa a pochi giorni dal parto dal marito che si era invaghito di un’altra donna. Una zia prese con sé la bambina e i suoi tre fratelli ma poco dopo li mandò in conventi diversi. Costanza approdò al convento di Ferentino, era l’unica bambina tra una decina di suore tutte adulte.

«Non si sa nulla di quel periodo di solitudine e di angoscia», commenta la Ammirati, «e ho cercato di immaginare come poteva sentirsi questa bambina strappata ai suoi affetti eppure già animata dal fuoco della fede». All’interno di quelle mura Costanza maturò la sua vocazione e si fece suora con il nome di Caterina. «Questa suora ha dimostrato di essere una donna intuitiva, di grande intelligenza, forza e generosità», prosegue la scrittrice. «Era sicuramente molto severa, convinta che il lavoro e la preghiera dovessero essere i cardini della vita religiosa. Ed era ossessionata dall’idea di salvare più bambine possibili. Nelle sue lettere si riferisce a queste creature come perle e gioielli per evitare di essere accusata di traffici illeciti, perché di fatto quello che facevano era comprare queste ragazze per strapparle alla schiavitù e alla prostituzione». Grande era la loro riconoscenza: crescevano nel convento, e in molti casi si facevano suore e spesso venivano mandate in Italia. Per poter accogliere i bambini maschi, visto che in un convento femminile, a parte i primissimi mesi, non ci potevano stare, li affidava a delle tate. «La sua opera è di una straordinaria modernità. In un’epoca e in un luogo come quelli esigeva che le ragazze ricevessero un’istruzione, in modo che potessero leggere da sole le Sacre Scritture». Ancora oggi il suo Ordine, le Suore francescane missionarie del Cuore Immacolato di Maria, dette popolarmente Francescane missionarie d’Egitto, lavora nei Paesi del Medio Oriente, ma anche in Eritrea, Ghana e Stati Uniti con l’obiettivo di promuovere il dialogo ecumenico e interreligioso.

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