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martedì 18 gennaio 2022
 
Il libro di Barbara Schiavulli
 

Quelli che si portano la guerra dentro

12/02/2014  Nel suo nuovo libro, la giornalista intervista i militari italiani. Per capire il dramma della guerra attraverso le emozioni di chi la fa

Barbara Schiavulli, autrice de "La guerra dentro (le emozioni dei soldati), pp. 141, Youcanprint Self-publishing
Barbara Schiavulli, autrice de "La guerra dentro (le emozioni dei soldati), pp. 141, Youcanprint Self-publishing

«Questo libro è un esperimento. Di solito mi infilo nelle storie per raccontare chi subisce le guerre. Stavolta ho cercato di farlo dal punto di vista di chi le guerre le fa».

Barbara Schiavulli è una delle più note giornaliste di guerra italiane, una freelance che da vent'anni si muove su tutti i fronti caldi e ne ha scritto un po' per tutti i giornali nostrani. Ha vissuto a Gerusalemme per quattro anni; ha raccontato l'Irak, unica italiana rimasta sul posto dopo il rapimento di Giuliana Sgrena; ha viaggiato dal Darfur al Libano, dallo Yemen alla Malesia, ma la sua seconda casa ormai è l'Afghanistan.

Caparbia, irruente, indomita e appassionata del suo lavoro, ma anche autoironica, stavolta ha deciso di raccontare la guerra da un'altra prospettiva: intervistando i militari italiani. «Volevo parlare con soldati semplici, persone che non rivestissero cariche particolari, raccontare la loro quotidianità, le loro paure, le loro speranze, capire come la guerra cambia, prima di tutto, chi la fa».

Il percorso non è stato semplice, per ogni intervistato servivano permessi e autorizzazioni, che a volte stentavano ad arrivare.  Una volta ottenuto il nulla osta dal ministero della Difesa, è stata accompagnata quasi per mano – come una scolaretta sotto sorveglianza – in tutti gli Stati Maggiori, dalla Marina all'Aviazione, e non tutti i corpi militari sono stati felici di aprirle le porte.

Barbara voleva infatti raccontare con una certa completezza varie figure e ruoli, alcuni noti, altri sconosciuti ai più. E così in "La guerra dentro" leggiamo la testimonianza di un artificiere che mette ogni giorno le mani in ordigni che potrebbero farlo saltare in aria, o quella di un capitano investito da un'esplosione a Herat e quasi dato per morto; c'è l'alpino rallista (chi sta al centro del blindato con mezzo busto fuori) e il medico militare, il sommergibilista e il tiratore scelto, il pilota e la psicologa, ma anche il generale che ha perso quattro uomini e il membro delle forze speciali, corpo militare di cui molti italiani ignorano del tutto l'esistenza.

Storie personali, autentiche, sofferte, dove ci si trova a sospendere il giudizio per immedesimarsi e capire. Storie che introducono temi scomodi, come il medico che spiega quanto la chirurgia sia cambiata “grazie” alla guerra: sul campo si sperimentano tecniche nuove, si fa l'impossibile per salvare tutti, e quanto appreso viene poi adoperato nella medicina civile. Ma si fanno i conti anche con nuovi tipi di ferite, e così il rischio di attentati e bombe porta molti soldati statunitensi a conservare il proprio sperma prima della partenza.

Storie che mostrano l'importanza dell'aspetto psicologico, di come la guerra ti cambia irrimediabilmente e quando torni a casa non sei più come prima, per quel che vedi, subisci e fai. «Gli italiani si “salvano” perché stanno in missione sei mesi e sono militari adulti e preparati; gli americani invece stanno sul campo per un anno intero e spesso sono ragazzini impreparati: alcuni si arruolano per pagarsi gli studi, altri per avere la green card. E la differenza si vede».

La Schiavulli sottolinea anche come in Italia non ci siano statistiche ufficiali su suicidi e sindrome post traumatica: negli Stati Uniti, sappiamo che tale patologia è stata diagnosticata a 200 mila soldati e che ogni giorno sono in 18 a tentare il suicidio. «Alcuni di loro in Irak subivano anche venti o trenta attentati al giorno: con un tale livello di stress, se non ti suicidi, ammazzi qualcuno. O ti annienti di alcool e psicofarmaci».

 
 
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