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sabato 25 giugno 2022
 
Perché il magnate ha vinto
 

Quelli che si vergognano di ammetterlo, ma hanno votato Trump

10/11/2016  I sondaggisti e i giornali americani (e non solo) hanno sbagliato clamorosamente i pronostici. Perché per milioni di elettori statunitensi votare Donald Trump era una cosa imbarazzante, almeno da confessare in pubblico. Ma nel segreto dell'urna è un'altra cosa. E lo si è visto appena chiusi i seggi sulla Costa Est. E adesso a ricredersi sono gli stessi vertici Repubblicani, che grazie al "traino" elettorale mantengono la maggioranza sia alla Camera sia al Senato.

All’uscita del municipio di Somerville, Massachusetts, uno dei tanti che per due settimane avevano permesso il voto anticipato, Brian Henderson, veterano di tante elezioni in qualita’ di cameraman freelance, per una volta al seggio in veste di semplice cittadino mi aveva detto: «Stavolta votare e’ piu’ importante che mai, … e a quelli che dicono "resto a casa perche’ tanto la Clinton vince lo stesso" rispondo con una parola: Brexit!».

E Brexit e’ stata: in barba a tutte le previsioni – da quelle dettate dal buon senso, per strada e nei bar, fino ai sondaggi dei grandi, e costosissimi, centri di ricerca politica e sociale. Come nel caso del referendum nel Regno Unito, nessuno aveva previsto quel che e’ successo ieri sera e oggi tutti cercano di capire il perche’.

In realta’, malgrado si dica spesso in casi come questo, non e’ vero affatto che i sondaggi sono sempre sbagliati. Al contrario, almeno durante le primarie, le previsioni sono state piu’ che mai azzeccate, sia in campo Repubblicano che Democratico. Ma in quel caso, trattandosi di una competizione Stato per Stato, tra elettori di dichiarata fede politica e interessati alla cosa pubblica al punto da andare a votare ‘fuori stagione’, e’ piu’ facile, sia definire il campione, sia ottenere risposte chiare e soprattutto veritiere da parte degli intervistati. Quando invece, la previsione si allarga ai 120 milioni di elettori sparsi in una nazione grande quanto un continente le cose si complicano, e non solo da un punto di vista di metodologia statistica. Le continue boutade, razziste, xenofobe, sessiste, del magnate newyorhcese, - che in questa interminabile e avvelenata campagna non si e’ davvero fatto mancare nulla – hanno fatto si ‘ che, in certi ambienti, fasce sociali e zone geografiche, votare per Donald Trump diventasse una cosa imbarazzante – almeno da dichiarare in pubblico, sondaggi compresi!

Evidentemente pero’, ieri, nel segreto dell’urna le cose sono andate diversamente. Lo si e’ capito subito appena – chiusi i seggi della costa Est - hanno cominciato ad arrivare i numeri dagli stati in bilico: Florida, North Carolina, Pennsylvania, Ohio … poi, tutto e’ stato chiaro quando un’ora dopo, a causa del fuso orario, quelli dei grandi laghi, Wisconsin, Minnesota, e soprattutto il Michigan, sede delle grandi fabbriche automobilistiche e simbolo di un industria manifatturiera messa in ginocchio dalla crisi e dalla globalizzazione, dopo essere stati solide roccaforti democratiche (comprese le primarie, almeno finche’ il radicale Bernie Sanders era ancora in corsa) si sono scoperti ‘in bilico’ anche loro. A quel punto con la mappa degli Stati Uniti che si colorava quasi interamente di rosso e’ apparso chiaro a tutti che i numeri della costa ovest – interamente democratica dal Canada al Messico - a poco sarebbero serviti. Cosi’ come a poco serve il dato del voto popolare, leggermente a favore di Hillary Clinton.

A conti fatti, l’ex first lady, senatrice e segretario di Stato, non e’ riuscita da un lato a intercettare la frustrazione dei bianchi di ceto medio e medio basso delle periferie industriali, delle province e delle sterminate campagne per una ripresa economica piu’ sventolata che sentita, e dall’altro, ad accendere l’entusiasmo delle minoranze ispanica e afroamericana delle grandi citta’, che dopo aver decretato in massa il successo di Obama per due tornate consecutive, stavolta se non proprio disertato di sicuro non hanno affollato le urne.

Cosi’ tutti gli analisti, piu’ o meno esperti e piu’ o meno blasonati, (sottoscritto compreso) che l’estate scorsa non avrebbero scommesso un centesimo sulla possibilita’ che Trump sarebbe arrivato come si dice qui a “mangiare il Tacchino” (nel senso che la sua popolarita’ alimentata dai media per motivi di audience si sarebbe sgonfiata prima della Festa del Ringraziamento – cioe’ a fine novembre) si sono dovuti giocoforza ricredere – anche perche’ quest’anno il tacchino Trump se lo mangia eccome, probabilmente tra gli scatoloni del suo prossimo trasloco alla Casa Bianca. E a ricredersi non sono solo gli analisti ma gli stessi vertici Repubblicani che – anche grazie al suo ‘traino’ elettorale – sono riusciti a mantenere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato.

Lo stesso presidente della Camera Paul Ryan– distanziatosi anche lui nettamente da Trump fino agli ultimi sgoccioli di campagna elettorale –ha definito il risultato di ieri l’impresa politica piu’ incredibile mai vista nella sua vita. E nel congratularsi con lui – come imposto dal suo ruolo istituzionale - ha aggiunto «da domani il partito lavorera’ unito». Un esempio per tutti gli americani (compresi molti sostenitori di Trump) ancora sotto shock dopo questa ‘Brexit” di casa loro. Previsto o no, gradito o meno, questo e’ il risultato uscito dalle urne: l’unica cosa da fare e’ accettarlo, e mettersi a lavorare per farlo funzionare al meglio.

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