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Angeli dell'aria
 

L'allarme, i soccorsi, l'elicottero in volo...

31/01/2017  Una giornata in compagnia degli uomini del soccorso alpino della Val d’Aosta. Un lavoro difficile, sempre in condizioni precarie. In cui la professionalità non può non essere anche passione

L’elicottero del Sav, Soccorso alpino valdostano, si alza in volo dall’aeroporto di Aosta con rapida virata verso il Monte Rosa. È una splendida mattina d’agosto, ma per la montagna è un nuovo giorno di dolore. Una cordata di quattro alpinisti è precipitata sul ghiacciaio del “Naso” del Lyskamm, a 3.900 metri. Due giovani triestini, in ascesa poco distante, hanno visto l’ultimo dei quattro scivolare e portare con sé i tre compagni. Vano il disperato tentativo del primo di piantare più volte nel ghiaccio la piccozza. Hanno dato l’allarme. Partono i soccorsi.

Al centro operativo di Aosta si vive la tensione dei contatti radio, della localizzazione esatta dell’incidente, delle difficoltà di recupero dei quattro alpinisti tedeschi in un crepaccio. L’elicottero rimane sospeso nell’aria mentre due guide e il medico si calano col verricello nella frattura del seracco in cui sono finiti, scivolando per quasi 200 metri a valle. Uno di loro è deceduto, ennesima vittima di un’estate in cui la morte pare essersi fermata sui ghiacciai.

«Eppure il Rosa è una montagna buona e fortunata»: non ci sono dubbi per Alessandro Comune, guida del Sav. «Rispetto a quanti vanno in cordata, ai rischi che si prendono, alle fatiche di una scalata, le cose vanno ancora bene. Poi c’è quello che non ti aspetti, che non prevedi, un attimo di deconcentrazione e succede l’incidente. Talvolta è più pericoloso un passaggio considerato semplice rispetto a uno più impegnativo. Molli la tensione e finisce in tragedia».

OGNI INTERVENTO È DIVERSO DAGLI ALTRI

Ma cosa spinge a sfidare i ghiacciai? «In vetta l’ombra, la luce, i colori, il mondo non sono più gli stessi», continua Comune. «Sei in cielo, ti senti diverso. Felice». Parliamo degli incidenti e dei soccorsi. «A volte un recupero è più complesso e difficile di una cordata. È il nostro lavoro, ma anche il nostro modo di amare la montagna».

Sono trascorse più di tre ore e l’operazione è terminata. L’elicottero atterra, l’ambulanza porta in ospedale l’ultimo ferito. L’equipaggio è stremato.

Giancarlo Farinetti, 42 anni, pilota da 20, parla del volo in montagna. «Il difficile in Valle d’Aosta è la prevalenza del vento di Nordovest, un maestrale di caduta talvolta forte, che ti mette alla prova in certe manovre. La squadra è eccezionale. Ognuno aiuta gli altri a dare il meglio di sé. Non esiste un intervento uguale all’altro. Cambiano le condizioni atmosferiche, psicologiche, l’ambiente, la luce la posizione dei feriti. Questo aiuta a non deconcentrarsi».

Il Sav ha due elicotteri Mv Agusta con verricello e un Koala per il semplice trasporto. Giulio Signò, vice capo del Sav, è uomo di montagna, schivo quanto ardimentoso. È il più provato per lo sforzo del mattino. Parla delle difficoltà di trovare l’ultimo ferito, che la caduta aveva spinto più a valle. Scendendo ha chiesto il silenzio, perché percepiva un lamento. Poi il ritrovamento, con il collega Marco Seghezzi: l’aiuto sceso dal cielo. «Il Sav è un’emanazione delle guide alpine valdostane e opera dal 1975. Ogni anno effettuiamo circa mille interventi. L’intensità maggiore è in inverno e in estate: traumatismo e valanghe nel periodo sciistico, alpinismo ed escursioni nella bella stagione».

Le guide alpine in Val d’Aosta sono 60 e 30 operano al Sav. Ogni squadra è composta dall’equipaggio dell’elicottero, un medico anestesista rianimatore e due guide. Continua Signò con orgoglio: «Il Sav è un riferimento anche per i soccorsi in altura di altre nazioni. Con i nostri elicotteri abbiamo la possibilità di salire fino alla cima del Bianco».

Gianni Maria Colarelli, medico, è da cinque anni nel Soccorso alpino. Ha partecipato alle operazioni sul Lyskamm. «Nei canaloni, nei seracchi e nei crepacci i recuperi presentano un aspetto sanitario complesso. Il ferito va immobilizzato in condizioni precarie. Occorre poi un intervento farmacologico, di monitoraggio, di diagnosi, di comunicazione con l’ospedale. Tutto questo nella voglia di fare presto e bene, di capire per aiutare meglio».

UNA SPINTA VERSO L’INFINITO

  

«La vita in montagna ha in sé rischi specifici», aggiunge Colarelli, «connessi con l’ambiente, né più né meno che la vita sulle strade. La prudenza, il rispetto di sé stessi, la conoscenza delle proprie forze, la capacità tecnica sono poi le armi per limitare gli incidenti».

Arriva una comunicazione. L’equipaggio deve ripartire per il Gran Paradiso. Non sembra un intervento complesso, né particolarmente grave. Il secondo elicottero è fuori per un altro soccorso. «È proprio una giornata intensa questa!», dice Signò mettendosi l’imbracatura. Il vento sale d’intensità e le nubi salgono da dietro le cime. La richiesta delle condizione meteo e poi via.

Alla fine della giornata le uscite saranno cinque, marcate dalla morte dell’alpinista tedesco sul ”Naso”. Al centro operativo, con Alessandro Comune parliamo poi della tragedia sul Bianco, della famiglia olandese, dell’eco degli incidenti sull’Himalaya. «Il fascino del ghiacciaio ti spinge verso l’infinito, è una forza che è difficile da spiegare».

Le cime, dalle vetrate del centro, sembra di poterle toccare, mentre l’elicottero atterra nell’ultima luce.

 
 
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