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martedì 21 settembre 2021
 
Campagna di solidarietà
 

Questa casa non è un albergo

16/09/2013  Fino al 21 settembre, Fondazione Arché lancia una campagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi con sms solidale al 45505 per una struttura destinata a madri e bambini

«Nel contesto di crisi economica che perdura ormai da diversi anni ci risulta sempre più difficile far fronte alle richieste di aiuto che ci arrivano. I tagli al Fondo Nazionale per le Politiche Sociali - che dal 2004 a oggi è stato ridotto di oltre il  70 % - incidono pesantemente sulla vita della Casa Accoglienza che, quale struttura riconosciuta e accreditata dai comuni di Milano e della Provincia, riceve una retta che riesce a coprire solo parzialmente i costi di gestione della Casa stessa. Ad oggi i comuni garantiscono il sostegno e il contributo solo per i casi inviati dal Tribunale mentre, in coscienza, ci risulta difficile “dimettere” le mamme nel bel mezzo del loro percorso di recupero a causa della mancanza di fondi. Mamme che invece avrebbero bisogno di un tempo più disteso per poter essere in grado di ritrovare la loro autonomia». Le parole sono di padre Giuseppe Bettoni, anima di Fondazione Arché, in una lettera aperta che rappresenta un appello, una chiamata alle armi della solidarietà nonostante tutto. 

Una società che si definisce civile ha il dovere di prendersi cura degli ultimi, come quel numero crescente di madri e bambini con grave disagio psichico e sociale che, senza un aiuto che proviene dall'esterno, non hanno speranze di incamminarsi lungo un percorso di autonomia e reinserimento. E la Casa accoglienza per bambini e madri di Fondazione Arché si propone proprio questo, in fondo: offrire una chance non ne ha mai avuta una. 

Per sostenere le attività della struttura, Fondazione Arché ha dunque deciso di lanciare una campagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi con sms solidale al 45505 che però termina il 21 settembre: mancano pochi giorni e le 136 mamme con i 146 minori che sono passate dalla Casa riaccendendo la speranza sono le testimonial ideale per convincere chi è ancora indeciso.

«Voi mi avete accolto a braccia aperte - scriveva pochi giorni fa una delle donne che sono stati ospiti - e mi avete fatto sentire a casa per la prima volta dopo tanto tempo, mi avere rassicurato e mi avete dato una tranquillità che avevo perso, grazie a voi non ho avuto più bisogno di scappare ma mi avete fatto capire che i problemi si possono risolvere con tranquillità». 

Ancora padre Bettoni: «Verso la fine degli anni ’80, all’inizio dell’emergenza dell’Aids pediatrico, ho passato alcuni anni tra ospedali e quartieri di periferia, percorrendo le strade della droga e dell’alcol, nel tentativo di garantire ai piccoli malati di Aids e ai loro fratelli e sorelle sieronegativi una qualità di vita a misura di bambino. Mi sono subito reso conto dell’importanza di non istituzionalizzare il problema. Ho quindi pensato che, per garantire ai piccoli e alle loro mamme (nella maggior parte dei casi più gravi le figure paterne erano del tutto assenti) una qualità di vita dignitosa, la soluzione migliore poteva essere una casa per una famiglia allargata dove, nel rispetto degli spazi personali, ci fosse anche la possibilità di condividere alcuni momenti della giornata. È nata così nel 1997, grazie alla disponibilità di un immobile del COPAT (Pio Albergo Trivulzio), la “Casa Accoglienza Arché”, la prima comunità in Italia per mamme e bambini sieropositivi, in grado di accogliere complessivamente fino a 18 ospiti».

In seguito alla diminuzione dell’emergenza dell’Aids pediatrico, la comunità, a partire dal 2002, comincia ad accogliere e ad accompagnare verso l’autonomia non solo le mamme e i bambini affetti da Hiv, ma anche nuclei mamma-bambino in particolari condizioni di disagio psichico che arrivavano su segnalazione dei servizi sociali e del Tribunale dei Minori. Si trattava di madri vittime di maltrattamenti, madri che avevano gravi dipendenze o che soffrivano di un grave disadattamento sociale.

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