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mercoledì 15 luglio 2020
 
Educazione
 

"Questa scuola non fa per me"

27/10/2019  Una frase che dicono sempre più adolescenti. Cosa si può fare per arginare la dispersione scolastica. Intervista al professor Maurizio Maglioni, formatore Miur, autore de La classe capovolta

C’è una soluzione per arginare la dispersione scolastica e per rendere pieno di stimoli il tempo
vissuto fra i banchi?
Sicuramente esiste un ampio margine di miglioramento, secondo il professor Maurizio Maglioni, formatore Miur, che insegna chimica nelle scuole superiori di Roma ed è presidente dell'associazione Flipnet per la promozione delle didattiche attive, creative, cooperative e capovolte. Sabato 26 ottobre all’Università degli Studi Roma Tre si è tenuto il quinto convegno nazionale dell’associazione, sul tema “Questa scuola non fa per me”. Maglioni è autore, fra gli altri, dei saggi “La classe capovolta" (scritto con Fabio Biscaro), “Capovolgiamo la scuola”, pubblicati da Erickson. Per i tipi dello stesso editore è in uscita “I compiti autentici nella didattica capovolta”.


Professore, cosa intende per compiti autentici?
«Sono quelli da fare a scuola in alternativa alle attività passive delle interrogazioni e spiegazioni. Gli alunni, nella migliore delle ipotesi, devono ascoltare le lezioni ma non partecipano, per dire un eufemismo. Invece devono lavorare in classe: una cosa semplice da capire ma complicata da fare. Gli studenti, per esempio, non sono preparati ad attività multimediali, come una presentazione Power Point da illustrare alla classe, così i lavori di gruppo (che nel mondo anglosassone sono pane quotidiano) o esercizi scientifici riferiti a oggetti reali. Si tratta di un compito sfidante che genera più attenzione e l’attività in classe diventerà sicuramente più produttiva. Si impara facendo, come diceva Maria Montessori: dovrebbe essere un patrimonio comune. Invece troppo spesso il sentimento prevalente dei ragazzi a scuola è la noia e se chiedi a qualcuno di loro “cosa hai fatto oggi in classe?”, la risposta è “niente”. Sconfortante, se pensiamo che ben 8 milioni di bambini e ragazzi frequentano le aule scolastiche».

Perché siamo arrivati a questo punto?
«La scuola ha abbandonato la realtà, la società si è arroccata in una tradizione che non parla più a nessuno. E c’è un problema che la modernità ci ha imposto: i compiti a casa, che non si fanno più. Quindi meglio farli a scuola; invece di spiegare e interrogare, gli insegnanti dovrebbero predisporre videolezioni da dare a tutti gli studenti, non solo a quelli con difficoltà di apprendimento. Un secondo problema: dal dopoguerra la maggioranza degli insegnanti è diventato di ruolo non per concorso pubblico, quindi non ha obbligo di formazione, che resta facoltativa. Ma è impensabile che chi è chiamato a formare non si formi e non si aggiorni».

L’arretratezza della scuola è una delle cause della dispersione scolastica?
«Sicuramente i programmi ministeriali sono inadeguati alla modernità. E c’è uno scollamento fra l’apprendimento fra i banchi e l’ingresso nel mondo del lavoro. Ormai un minore su 5 abbandona il suo percorso scolastico di fatto e anche implicitamente: si tratta dei ragazzi che i test Invalsi hanno dichiarato incompetenti, cioè hanno raggiunto il diploma ma è come se non l’avessero. Infatti escono dalla scuola con l’incapacità di affrontare il mondo del lavoro. Abbiamo condotto un’indagine in tutta Italia su 1.300 alunni fra i 14 e i 19 anni, analizzando le loro emozioni e aspettative: ci dicono che metodi e contenuti degli insegnanti sono inadeguati e antiquati. Dobbiamo dire basta a questo immobilismo incancrenito».

Cosa fare per invertire la rotta?
«Chiediamo alle istituzioni che nel prossimo contratto di lavoro per gli insegnanti la formazione sia connessa all’aumento salariale. Se non si dà un contributo economico alla formazione, gli insegnanti non si formano. Se invece sono formati, cambia anche il rapporto con gli studenti, e ce lo dicono i risultati: non solo gli esami di maturità vanno bene, gli alunni trovano anche prima lavoro. Spendiamo 10 miliardi di euro all’anno per il reddito di cittadinanza, mentre si potrebbero destinare alla formazione. E poi la scuola deve essere libera e smettere di essere monopolio di Stato: bisogna adeguare le leggi al mercato dell’educazione, aprendo per esempio al mondo del terzo settore. Dove si lavora sull’innovazione avanzata dal punto di vista pedagogico, e dove c’è concorrenza, si cresce: è
uno stimolo a fare meglio».

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