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venerdì 10 luglio 2020
 
mafia al nord
 

Ma in Lombardia c'è anche chi dice: "Qui la 'ndrangheta non mangia"

27/09/2017  All'indomani dell'operazione che ha portato in Lombardia all'arresto di 27 persone accusate di legami con la 'ndrangheta, compreso il sindaco di Seregno Enzo Mazza, la storia emblematica del ristorante La Tela di Rescaldina (Milano). Per decenni il locale è stato nelle mani del clan Medici. Lo Stato lo ha confiscato, ma loro ne hanno aperto un altro proprio di fronte, vantandosene pure in un'intercettazione. Finché l'anno scorso non sono stati tutti arrestati. E ora il ristorante, con una nuova proprietà, va a gonfie vele. Perché, almeno in questo caso, politica e imprenditoria hanno saputo stare dalla parte giusta.

Cento passi separavano la casa della famiglia di Peppino Impastato da quella del boss Tano Badalamenti. Solo una strada, la Saronnese, e cinquanta metri separavano due ristoranti: La Tela e Brace e abbracci. Il primo fino al 2011 si chiamava Re nove e per decenni era stato nelle mani della famiglia Medici, affiliata alla ’ndrangheta. Dopo l’arresto nel 2010 del boss Giuseppe Antonio Medici, che lavorava nel locale come aiuto cuoco, è stato confiscato e nel 2015 ha riaperto come “La Tela, tutto il gusto della legalità”, gestito da una cordata di associazioni guidata dalla cooperativa Arcadia.

E Brace e abbracci invece di chi era? Nel 2014 Francesco Salvatore Medici, fratello di Giuseppe Antonio, mentre passa con la sua auto proprio sulla Saronnese, si rivolge così al cognato che sta con lui: «Te lo ricordi questo, era il ristorante che ci hanno levato, vedi?». E un istante dopo aggiunge: «E adesso ce l’abbiamo qua!». Insomma, perso un locale, i Medici ne hanno aperto un altro proprio di fronte, per far capire che, nonostante gli arresti e le confische, comandano ancora loro, secondo la tipica mentalità mafiosa esportata fino a Rescaldina, paesino di 14 mila anime ai confini tra le province di Milano e di Como.

E invece non è così. «Il controllo del territorio ce l’abbiamo noi», scandisce il comandante provinciale dei Carabinieri Canio Giuseppe La Gala (lo era al momento in cui ci ha rilasciato queste dichiarazioni. Ora è stato trasferito al Comando generale di Roma). «Noi, con le nostre 110 stazioni che esercitano una pressione continua verso chi tenta di proporsi come anti-Stato».

Tanto per cominciare, anche Francesco Medici ha raggiunto l’anno scorso suo fratello dietro le sbarre. Mentre si vantava di aver aperto un nuovo locale di fronte a La Tela e di aver creato un vano nel cruscotto della sua Peugeot 206 dove nascondeva una pistola («Chi la trova là? Neanche se mettono i cani...» ), non aveva pensato che proprio in quel momento grazie a una cimice i carabinieri ascoltavano tutto. E così lo hanno arrestato nell’ambito dell’operazione “Crociata”, che ha smantellato la “locale” a cui apparteneva, ossia la cellula ’ndranghetista che riunisce più famiglie di una stessa zona geografica, in questo caso il territorio intorno a Mariano Comense.

Con lui sono finiti in carcere altri 27 affiliati e probabilmente questo ha sventato una faida tra i Medici e l’altra famiglia presente sul territorio: i Muscatello. Entrambe originarie di Sant’Agata del Bianco, un borgo di appena 649 abitanti in provincia di Reggio Calabria, avevano però strategie diverse, come ci spiega un investigatore: «I Muscatello appartengono alla vecchia scuola, di chi vede la Lombardia come una costola della Calabria. I Medici, invece, volevano maggiore autonomia. Francesco Salvatore Medici, in particolare, voleva salire di grado nella scala gerarchica delle ’ndrine, passando da “padrino” a “crociata” (da qui il nome dell’operazione, ndr), incontrando però l’opposizione del rivale Salvatore Muscatello .

In ogni caso, prima di essere arrestato Francesco Medici ha fatto in tempo a visitare il suo vecchio ristorante. «È entrato, si è seduto e ha detto: “Questo tavolo l’avevo fatto comprare io” , ricorda Giovanni Arzuffi, coordinatore della cooperativa Arcadia che gestisce La Tela. Si è complimentato perché diamo lavoro a giovani e poi ha aggiunto: “Certo che però se ne sta parlando un po’ troppo di quest’apertura…”». In un’altra intercettazione il boss è stato molto meno sibillino. Dopo aver confidato a un conoscente l’intento di far saltare in aria la villetta del fratello Giuseppe a Cermenate, confiscata e trasformata nella sede del Centro studi sociali contro le mafie, aggiunge: «Così volevo fare io pure con il ristorante!».

Non l’ha fatto solo perché aspettava che il fratello fosse scarcerato. E invece è finito dietro le sbarre pure lui, mentre La Tela va a gonfie vele grazie alla formula che unisce l’alta qualità, garantita dallo chef Alessandro Borghesan, che in passato ha sfamato pure l’equipaggio di Mascalzone Latino durante la Coppa America di vela, a prezzi contenuti (a pranzo c’è il menu a 10 euro). Ma La Tela è molto più di un buon ristorante. Continua Arzuffi: «Siamo prima di tutto un’impresa sociale. Da noi, oltre agli stagisti delle scuole professionali, lavorano dieci persone a tempo indeterminato, tra cui tre soggetti svantaggiati ma bravissimi come Noemi Giudici, che ha la sindrome di Down ed è campionessa italiana di nuoto. Nessun fornitore viene pagato in contanti, tutto deve essere tracciabile. E sui nostri tavoli non si trova il pomodoro raccolto con il caporalato, mentre le mozzarelle di bufala ci arrivano da una cooperativa di Libera a Castel Volturno».

Ci raggiunge il sindaco di Rescaldina Michele Cattaneo: «Lo schiaffo peggiore che si può dare alla ’ndrangheta è dimostrare che un’impresa può produrre utili anche rispettando tutte le regole, senza ricorrere a scorciatoie. Non è vero, come vogliono far credere, che “la mafia dà lavoro”. Anzi, lo distrugge. Mi è capitato di ricevere in Comune alcuni imprenditori che chiedevano un aiuto. Indagando un po’, è saltato fuori che si erano messi nelle mani di persone poco pulite che a poco a poco avevano acquisito il controllo delle loro aziende. Il problema è che è difficile convincerli a denunciare. L’imprenditore sotto scacco ha paura non solo di vedere la propria azienda bruciata, ma di avere la reputazione rovinata se salta fuori che è stato legato a certa gente».

Fino all’operazione Infinito, che nel 2010 rivelò quanto fosse ramificata la ’ndrangheta in Lombardia, era normale sentir ripetere a rappresentanti delle istituzioni, in particolare leghisti, che «la mafia al Nord non esiste». Una convinzione diffusa anche tra la gente comune, tanto che all’indomani dell’operazione Crociata, il comandante La Gala lanciò un appello: «Chiedo ai cittadini di collaborare e di darci una mano nelle segnalazioni».

Un anno dopo il comandante dice che il suo appello è stato in larga parte raccolto: «Qui possiamo contare su un senso civico che purtroppo in altre zone d’Italia ancora non c’è ed è su questo che dobbiamo battere per spingere chi vuole denunciare a vincere la paura, perché abbiamo tutti gli strumenti per garantire la sua sicurezza e mettere i criminali nelle condizioni di non nuocere più». Un carabiniere in servizio a Legnano racconta in proposito un episodio: «Di recente abbiamo arrestato due delinquenti comuni che, spacciandosi per ’ndranghetisti, hanno provato a taglieggiare una commercialista. Lei, dopo un iniziale tentennamento, è venuta da noi e li ha denunciati».

Anche la politica gioca un ruolo fondamentale nel creare questo clima di fiducia nelle istituzioni, come spiega il sindaco Cattaneo: «Lo scorso novembre su denuncia della nostra amministrazione è stato arrestato un funzionario del Comune che aveva commesso delle irregolarità sulla concessione di alcuni appalti. Le mafie agganciano spesso persone in difficoltà, come può essere un politico che teme di non essere rieletto. Se invece si comunica quest’immagine di fermezza, credo arrivi un messaggio molto chiaro sia a chi dovesse avere strane idee su di noi sia ai cittadini».

Cattaneo ci accompagna poi in una villetta a Rescaldina. È stata conscata a Emilio Di Giovine, il boss di piazza Prealpi a Milano, ora collaboratore di giustizia. «Entro la fine di quest’anno sarà trasformata in una residenza per malati psichiatrici per favorire il loro reinserimento. Un altro segno del fatto che qui lo Stato fa sul serio». Gli fa eco il comandante La Gala: «La criminalità organizzata ricicla i soldi sporchi in bar, ristoranti, discoteche. E noi glieli sequestriamo. Così impediamo che si usino le risorse accumulate per assoldare nuove leve che rimpiazzino gli arrestati. La repressione è fondamentale, ma per colpire al cuore un clan bisogna colpire le sue ricchezze illecite».

A proposito, che fine ha fatto Brace e abbracci, il ristorante aperto dai Medici di fronte a La Tela? Dopo l’arresto di Francesco Medici, ha cambiato nome. Ora si chiama Pizza random e risulta intestato a una società controllata al 90% dalla moglie di Marco Medici, cugino dei fratelli finiti in galera.

Ufficialmente non risultano affiliati alla ’ndrangheta e se si parla con loro rispondono che con i parenti non hanno nulla a che fare. Comunque a Rescaldina tutti lo sanno, ma non se preoccupano più di tanto, anche perché pare che la pizza sia molto buona.

Ovviamente pure i carabinieri lo sanno e tengono sott’occhio la situazione. Situazione che a Rescaldina ora è tranquilla. Ma la guardia non si abbassa mai, anche perché le nuove leve della ’ndrangheta hanno imparato a non commettere gli errori dei loro padri: parlano pochissimo al telefono, si incontrano solo all’aperto e usano i nuovi ritrovati delle tecnologie per trattare i loro affari.

Ma un altro investigatore spiega: «A parte che anche noi disponiamo delle nuove tecnologie, l’indagine classica fatta di informative, appostamenti, pedinamenti, resta fondamentale. Gli ’ndranghetisti non fanno una bella vita. Temono costantemente o di essere uccisi dai clan rivali o di essere catturati da noi. E fanno bene a stare sempre all’erta. Perché prima o poi li prendiamo. Tutti».

Foto di Ugo Zamborlini

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