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domenica 23 gennaio 2022
 
RECENSIONE
 

Quo vado?, il miglior film di Checco Zalone

30/12/2015  Quasi totalmente priva di volgarità, la nuova pellicola del comico pugliese è destinata a sbancare ancora il botteghino. Si ride molto, prendendo spunto dall'attualità.

       Riuscirà’ Checco Zalone a confermarsi re del botteghino? Dopo i 14 milioni di euro incassati con Cado dalle nubi nel 2009, i 43 di Che bella giornata nel 2011 e gli oltre 52 (record assoluto per un titolo  italiano) rastrellati nel 2013 con Sole a catinelle, sono in parecchi ad aspettare al varco Luca Medici, questo all’anagrafe il vero nome del comico (con cui firma sempre le musiche dei suoi film nonché le sceneggiature, in coppia con l’amico regista Gennaro Nunziante). Il primo a scommettere su di lui è il produttore Pietro Valsecchi che con la sua Taodue Film ha subito creduto in Zalone, investendo per trasportare al cinema quello che sembrava un fenomeno del web e del piccolo schermo.

Quo vado?
esce venerdì 1° gennaio in centinaia di cinema di tutta Italia con l’ambizione di scalzare dal primo gradino del podio il fenomeno delle feste: Star Wars ep. VII - Il risveglio della forza. Ci riuscirà, perché Zalone si conferma capace come pochi di costruire battute taglienti a raffica, in grado di far ridere della realtà quotidiana senza metterci troppo in crisi. Anzi, a differenza delle pellicole precedenti, Quo vado? è sostanzialmente privo di volgarità con una vena ironica puntata su vezzi e malcostumi dell’italiano medio, quello che ha sempre sognato e difeso il “posto sicuro”. Siamo poi proprio sicuri che siano finiti i tempi della prima repubblica? In quest’ottica di amara eppure divertente analisi sociale, Zalone stavolta mostra di mirare più in alto, quasi a raccogliere il testimone di quei Sordi e Gassmann che hanno scudisciato l’Italia anni ’60 e ’70.

Oddio, di strada ne ha ancora da fare. Ma con i mega incassi che farà anche Quo vado? Zalone raggiungerà l’apice della sua fenomenologia. E se vorrà andare oltre, non ripiegandosi su sé stesso come certi comici che furono le novità dei decenni passati per poi appassire in una stanca ripetitività (vedi Jerry Calà o Leonardo Pieraccioni), dovrà avere il coraggio di gettare la maschera e diventare un attore vero, affidandosi a sceneggiatori e registi che sappiano farlo crescere.Per ora, però, va bene così. Con Quo vado? risate e quattrini sono comunque assicurati.         

Protagonista della vicenda è Checco in prima persona, che incontriamo in Africa alle prese con un disastroso viaggio, una guida inetta e una tribù di indigeni per nulla bendisposti (palese il riferimento alla commedia italiana anni Settanta). Per salvare la buccia dovrà dimostrare nobiltà d’animo al capo sciamano chiamato a giudicarlo. Checco racconta così la sua storia, come e perché sia finito in quel buco sperduto del continente nero. E qui comincia la catena di gag e battute in grado di trascinare lo spettatore per un’ora e mezza, seguendo le peripezie del tipico lavoratore del sud impiegato nella Pubblica Amministrazione. Niente di nuovo, ma il tutto raccontato con una tale immediatezza da risultare, spesso, irresistibile. Il guaio è che il nuovo governo (l’ombra di Renzi aleggia tra uno sbeffeggio e l’altro) ha deciso di riformare il settore del pubblico impiego: province nominalmente cancellate e ricollocazione del personale non rientrante in determinare categoria protette. Checco non è sposato, non ha figli, non ha familiari gravati da handicap. Insomma, non ha nulla a cui aggrapparsi. Ergo, viene convocato al Ministero per ascoltare, come tanti, la fatidica proposta a cui è impossibile dire di no: dimissioni in cambio di una buonuscita oppure trasferimento forzoso. Il cerbero che lo azzanna è una fascinosa funzionaria (Sonia Bergamasco) a cui il ministro in persona ha promesso di far carriera purché risolva tutti i contenziosi. La questione Zalone, ex impiegato all’ufficio licenze caccia e pesca della provincia, diventa perciò una battaglia personale. Checco viene prima trasferito in Val di Susa a espropriare terreni per il progetto alta velocità, poi nella Sardegna in sciopero per la crisi mineraria, quindi a Lampedusa nella bolgia dei migranti.

Però, non molla. La funzionaria ministeriale si gioca allora la carta della disperazione: trasferimento a Svalbard, in Norvegia, come supporto alla missione italiana che esegue ricerche ambientali sulla calotta polare. Per Checco è troppo! Quando però sta per cedere, incontra la ricercatrice con cui dovrebbe lavorare: Valeria è giovane, moderna, bella e piena di ideali. Per amore, Checco comincerà a rivedere le sue ataviche convinzioni, fino ad abbracciare la “civiltà” dei Paesi nordici rinnegando i suoi vizi di italiano. L’altalena tra Nord e Sud assume contorni spesso esilaranti. Le battute sul krill (alimento base degli animali polari), su Sergio Mattarella, sulle analisi da fare all’orso polare sono fulminanti. Si scoprirà solo poi che Valeria ha già tre figli, avuti da precedenti unioni con fidanzati sparsi in giro per il mondo. E che per Checco mettere su famiglia significherà riuscire a  superare difficoltà e pregiudizi apparentemente insormontabili. Salvo ricredersi di fronte alla scelta suprema: meglio l’amore o il posto fisso?         

C’è il rischio che Quo Vado? passi per film politico. “Confermo che la parola mi terrorizza”, dice uno Zalone sorridente ma comunque teso alla vigilia del debutto nei cinema. “Il fatto è che oggi, come ai tempi del Gattopardo, tutto pare cambiare per non cambiare niente”.   Non si nasconde, invece, Gennaro Nunziante: “Il film racconta un tempo in bilico tra certezza e incertezza”, spiega il regista, “dove Checco, figlio di una mentalità assistenzialista, deve provarsi a vivere. In Italia, negli anni Sessanta, per contrastare l’avanzata del comunismo  si assumevano migliaia di statali. Sono stati gli impiegati pubblici a salvare la democrazia nel nostro Paese. Immaginate quanti uomini e donne, pur dotati di talento, hanno dovuto sacrificare i loro sogni per la sicurezza del posto fisso. In quegli anni, l’Italia ha subito un capovolgimento psicologico passando dai concetti futuristico-fascisti di coraggio e intraprendenza (anche troppa) al principio impiegatizio di stampo democristiano. Un profilo sociale che ha attraversato tutta la prima repubblica e che ancora segna profondamente il nostro contemporaneo. Tranquilli però: con Checco si ride di tutto questo”.     

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