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sabato 08 agosto 2020
 
Uomini di fede
 

Addio a rav Laras, protagonista con Martini del dialogo ebraico-cristiano

15/11/2017  Si è spento a Milano Giuseppe Laras, rabbino capo prima ad Ancona, poi a Livorno e infine a Milano, dov'è rimasto per oltre 25 anni alla guida spirituale della locale comunità ebraica. L’incontro più sconvolgente e ricco di frutti della sua vita è stato con il cardinale Carlo Maria Martini, avvenuto nel 1980. Ne è nato un rapporto di profonda amicizia, stima e sintonia tra due uomini innamorati dello stesso Dio

Si è spento oggi a Milano, dopo una grave malattia, l'ex rabbino capo di del capoluogo lombardo Giuseppe Laras, torinese, classe 1935, studioso di filosofia medievale, professore universitario, conferenziere e saggista di fama internazionale, uno dei maggiori protagonisti al mondo del dialogo ebraico-cristiano e grande amico del cardinale Carlo Maria Martini. È stato rabbino capo prima ad Ancona, quindi a Livorno e a Milano, dove è rimasto per oltre venticinque anni alla guida spirituale della locale comunità ebraica.

Già docente di Storia del pensiero ebraico all’Università Statale di Milano, rav Laras è stato per circa tre decadi presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia. Ha presieduto il Tribunale rabbinico dell’Alta Italia ed era presidente della Fondazione Maimonide di Milano. Persona apparentemente ruvida e distaccata, nel colloquio diretto rav Laras si rivelava invece affabile e dotato di una grande carica di empatia. La sua figura è profondamente legata anche al cardinale Carlo Maria Martini, di cui è stato grande amico. Ma Rav Laras sarà ricordato, oltre che per la sua levatura intellettuale e morale, come uno dei grandi protagonisti del dialogo ebraico-cristiano, spesso costruito sulla cura dei rapporti personali con alcune figure di sacerdoti cattolici che, secondo il rabbino, sono veri testimoni del cristianesimo più autentico. «Il cammino del dialogo dopo la Nostra Aetate», ricordava Laras, «non è stato facile. Dopo tutto quello che gli ebrei hanno subito, all’inizio c’era molta diffidenza».

Le prime mosse della ritrovata fraternità tra le due fedi nell’Unico Dio di Israele muovevano dalla semplice conoscenza reciproca, quasi ci fosse il desiderio «di riscoprirsi sul piano tattile e della vista», sottolineava lo scomparso esponente della Comunità ebraica milanese. «Quando ero rabbino capo a Livorno, nel 1968 ho conosciuto nella vicina Pisa un sacerdote della curia che aveva la responsabilità dell’archivio inquisitoriale, che avevo necessità di consultare per una ricerca sugli ebrei perseguitati nei secoli successivi all’Espulsione degli ebrei dalla Spagna e dal Portogallo alla fine del Quattrocento. Questo giovane prelato abitava in una piccola casa in campagna dove ospitava i poveri bisognosi e cercava di dare da mangiare a tutti. Svolgeva quest’opera di misericordia in silenzio, nell’anonimato e in totale semplicità. Lì c’era lo spirito del cristianesimo».

Qualche tempo prima vi fu l’incontro con un grande sacerdote che ha segnato la storia più recente della Chiesa cattolica. «Un’altra figura che mi ha molto colpito è don Lorenzo Milani». Rav Laras quasi si commuoveva nel ricordarlo e non solo perché si tratta di un religioso con una fede intensa. «Don Milani aveva la mamma ebrea e certamente non nascondeva le sue origini, anzi», racconta. «Sono stato a Barbiana e mi aveva colpito il mondo in cui insegnava a sillabare e quindi a parlare ai bambini che avevano perso la parola, a seguito di terribili traumi, grazie al cinguettio degli uccelli».

A questo punto rav Laras, durante l'intervista di qualche tempo fa, si era ammutolito mentre gli occhi erano diventati lucidi: «Anch’io ho perso la parola per alcuni mesi quando da bambino, nel 1943, perché sotto shock. Mia madre, assieme a mia nonna, è stata deportata sotto i miei occhi dopo la denuncia della nostra portinaia che per questo suo gesto di delazione aveva ricevuto cinquemila lire dell’epoca per persona. Dopo questo tragico evento, di notte raggiunsi persone amiche e riparai, dove ritrovai l’altra nonna, fuori Torino, in campagna, in una cascina, e lì ho ripreso piano piano a parlare grazie alla compagnia degli animali e soprattutto di una capretta molto affettuosa, Bianchina».

Con lo sguardo intenso e a tratti malinconico, rav Laras passava in rassegna i volti e le amicizie di coloro che in concreto hanno costruito il dialogo tra ebraismo e cristianesimo in Italia impegnandosi in prima persona e, talvolta, ben oltre rispetto a quanto richiesto dal ruolo religioso o istituzionale ricoperto. Come quando il vescovo di Livorno Alberto Ablondi, subito dopo la sua investitura, nel 1970, si recò in sinagoga per salutarlo. «Una per sona di pace, gentile e impegnato nel dialogo interreligioso», ricordava rav Laras, «tanto che è stato l’ideatore della giornata dedicata all’ebraismo. Un grande amico che ha dovuto subire l’onta di un’accusa infamante. Si è ritirato nel 1980 e quando andavo a trovarlo a Livorno, ormai anziano, mi diceva che era sempre stato dalla parte di Israele».

Ma l’incontro più sconvolgente e ricco di frutti è stato quello con il neoeletto arcivescovo della diocesi di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini, avvenuto nel 1980. È stato prima di tutto un rapporto di profonda amicizia, stima e sintonia tra due uomini innamorati dello stesso Dio, più che un rapporto tra i rappresentanti di due fedi. Nel ricordare il grande cardinale, la voce di rav Laras cambiava tonalità. «Era il Number One, quello che purtroppo, con tutta evidenza, manca oggi. La prima volta che ci siamo visti disse che era molto contento di vedermi e che bisognava fare qualcosa per rilanciare il dialogo tra noi e loro. E aggiunse che ci voleva molta pazienza. Ci siamo visti parecchie volte, anche dopo la sua rinuncia all’incarico nel 2002. Veniva spesso in sinagoga, a volte in forma privata e senza l’abito talare, per venire a trovare me o per prendere parte alle funzioni. Era “semplicemente” di casa».

L’ex rabbino capo di Milano ne parlava come se la perdita di questo grande amico lo avesse privato di un bene prezioso. «Andavo ogni tanto a trovarlo e pochi mesi prima della sua morte, quando ho saputo che la sua situazione era molto peggiorata, sono andato a salutarlo. Sono stato ricevuto in una stanzetta molto semplice con il suo assistente don Damiano Modena, una figura meravigliosa di prete! Purtroppo non si riusciva a capire più quello che diceva il cardinale, e don Damiano che aveva imparato a leggere il movimento delle labbra ci traduceva quello che Martini diceva.

Era una situazione bella ma tristissima allo stesso tempo. Nonostante la sua prostrazione parlammo di cose che presupponevano una forte volontà di vivere. Intavolò perfino un discorso sul filosofo Martin Heidegger. E alla fine, perché era molto stanco, mi sono alzato, l’ho salutato, mi sono avvicinato a lui, e mi è venuto spontaneo imporre le mani sulla testa recitando la benedizione sacerdotale. E quando ho ritirato le mie mani, lui ha posto le sue sulla mia testa e anche lui mi ha dato la benedizione».

L’eredità del cardinale Martini è stata alimentata dalla presenza del rabbino Giuseppe Laras, entrambi protagonisti e pionieri dell’avvio del dialogo in Italia. «Dopo due millenni, si trattava di riallacciare i rapporti e riconoscersi come persone», racconta l’esponente della Comunità ebraica di Milano. «Era una condizione inedita e difficile che creava problemi a entrambe le parti». Si è trattato di una grande sforzo in un ambiente limitato. Il rabbino Laras ricordava le parole di Giovanni Paolo II durante il suo viaggio a Praga nell’aprile del 1990: «Un cristiano antisemita non è un buon cristiano». «L’antisemitismo si prese una bella botta», ricordava Laras. «Così, il dialogo si allargava, ma non è mai stato un fenomeno di massa. Martini sapeva che tutto si fermava a livello parrocchiale».

Eppure, di fronte all’avanzata del terrorismo e del nichilismo, l’alleanza tra le due fedi può fare moltissimo. Come diceva il cardinale Martini: «La posta in gioco non è semplicemente la maggiore o minore vitalità di un dialogo, bensì l’acquisizione della coscienza, nei cristiani, dei loro legami con il gregge di Abramo e le conseguenze che ne deriveranno per la dottrina, la disciplina, la liturgia, la vita spirituale della Chiesa e addirittura per la sua missione nel mondo d’oggi».

Acuto osservatore della storia contemporanea, Laras, nel suo testamento spirituale diffuso a poche ore dalla sua scomparsa rivolgendosi alla sua Comunità, dice: «In questi ultimi anni ho ritenuto di aiutare il dialogo ebraico-cristiano con una serie di critiche controcorrente. Per alcuni ciò è stato destabilizzante e fastidioso, alienandomi delle simpatie. Pazienza. Sono convinto della giustezza delle critiche mosse, tese solo al suo progredire e al suo correggersi, nonostante essere soli sia spesso difficile da sostenere ed estremamente scomodo. Purtroppo, confermando la vacuità che contraddistingue gran parte dell’esperienza umana, tale dialogo resta esposto a tentazioni e a miseri giochi di potere di individui che amano presentarsi come irreprensibili, ognora inclusivi e “pronti a fare la storia”. Se tale Dialogo vuole continuare (come è imperativo che sia!), dovendo essere in primo luogo non tanto teoretico ma pratico, deve progressivamente uscire dalle ambiguità su Israele, dato che è lì che vive la maggior parte del nostro Popolo ed è sempre lì che si sta edificando, tra disillusioni e speranze, il futuro di un ebraismo in ampia parte post-diasporico. Tale dialogo dovrebbe sempre più coinvolgere inoltre gli ebrei religiosi, cosa difficoltosa da entrambe le parti, dato che l’altro soggetto è in sé religioso, ossia i cristiani. Si spera che vi siano slanci nuovi, entusiastici e autentici».

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