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giovedì 21 ottobre 2021
 
la storia
 

Nel Centro dove vengono accolte le madri bambine

21/11/2016  Parlano gli esperti del progetto “Due minori a rischio” dell’Ospedale San Paolo di Milano: «Molte di queste ragazze sono senza lavoro se non un’occupazione precaria e con situazioni familiari problematiche o traumatiche alle spalle. Vanno aiutate a creare un rapporto positivo col figlio»

Riuniti al settimo piano dell’Ospedale San Paolo di Milano un gruppo di esperti è intento a guardare un video sul Pc. In linguaggio specialistico, stanno utilizzando la tecnica del video-feedback: valutano, grazie al filmato, lo sviluppo della relazione tra una mamma e il suo bebè. In pratica, si stanno occupando con professionalità e umanità di una ragazza del progetto “Accompagnamento alla crescita per giovani madri e i loro bambini”, un progetto accolto con entusiasmo dall’Ospedale San Paolo cui partecipano la Fondazione Cariplo, la Fav (Fondazione ambrosiana per la vita), il dipartimento di Psicologia dell’Università Milano Bicocca, col comune intento di sostenere le mamme tra i 15 e i 21 anni.
Margherita Moioli è una psicomotricista davvero materna. Accoglie le giovani ed è capace di instaurare con loro un rapporto profondo e costruttivo durante gli incontri: «Molte delle ragazze hanno un passato difficile e, pur con gravidanze fortemente volute, non si rendono conto di ciò cui vanno incontro».

Spesso sono sole, stanche, con la Tv come compagnia e un rapporto faticoso con la famiglia: «Non le giudichiamo ma facciamo emergere le capacità che già posseggono e guidiamo lo sguardo sugli aspetti positivi del legame con il bambino. Insegniamo loro a sentirsi responsabili. La loro esistenza è in bilico. Basta poco per spostare l’ago della bilancia verso il male o verso il bene».
Continua Margherita Moioli: «Inizialmente si fa fatica a farle partecipare, ma poi con noi stanno bene. Parlano volentieri e accettano i consigli. Hanno bisogno di stabilità, chiarezza e, soprattutto, di dimenticare quanto hanno appreso dalla vita, e cioè che è meglio cavarsela da sole e non fidarsi degli altri».

La professoressa Cristina Riva Crugnola, coordinatrice del progetto, psicologa e docente presso l’Università Milano Bicocca, descrive la situazione più diffusa: «Si tratta di ragazze che hanno interrotto gli studi, senza lavoro se non un’occupazione precaria e con situazioni familiari problematiche o traumatiche alle spalle. La loro sensibilità è diversa rispetto alle donne adulte e vanno aiutate a creare un rapporto positivo col bambino. Tendono a vederlo più grande di quel che è, faticando a considerare il suo bisogno di cure».

“Due minori a rischio” è lo slogan del progetto: «I loro figli sono voluti ma questo significa anche che si tratta di gravidanze compensatorie di una vita difficile, di un senso di vuoto, e quindi più a rischio. Noi cerchiamo di educarle alla sensibilizzazione e all’attaccamento».
Giusi Sellitto è la neuropsichiatra che segue queste ragazze, ancora in crescita anche dal punto di vista fisico, durante la gestazione: «Quando sono così giovani, hanno un desiderio di gravidanza assai più forte di quello materno. Con la loro pancia si sentono adulte, ma poi fanno fatica a seguire i consigli medici, a cambiare gli stili di vita o fare delle rinunce».

Il responsabile del progetto, Alessandro Albizzati, neuropsichiatra infantile, unico e prezioso sguardo maschile del gruppo, racconta che in Italia le gravidanze adolescenziali non rappresentano un fenomeno importante come in Usa o Gran Bretagna: «Tuttavia, quando è iniziato questo progetto, 3-4 anni fa, riguardava un problema di nicchia che ora appare in crescita. Queste gravidanze sono fortemente legate a situazioni di grande povertà, al momento poco presenti in Italia, dove regge ancora e fa da prevenzione una rete di aiuti provenienti anche dall’associazionismo».
Le ragazze spesso sono molto sole, i padri dei bambini sono inesistenti o lo diventano in breve tempo, e senza amici, poiché il rapporto con i coetanei è per loro davvero difficile: «Per questo sarebbe importante che oltre a un sostegno professionale trovassero anche una rete di relazioni e contatti umani vantaggiosi».

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