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venerdì 18 settembre 2020
 
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Rapporto Caritas, quando il lavoro confina con la schiavitù

01/05/2015  In occasione del 1° maggio Caritas Italiana pubblica un dossier con dati e testimonianze su lavoro e sfruttamento nel mondo, in particolare sulla situazione in Asia. Ma il Rapporto non si limita alle cifre, presenta anche alcune storie emblematiche: volti del lavoro schiavo.

Questa e le altre immagini sono tratte dal dossier realizzato da Caritas Italiana.
Questa e le altre immagini sono tratte dal dossier realizzato da Caritas Italiana.

«Al centro di ogni questione, specialmente quella lavorativa va sempre posta la persona e la sua dignità». Le parole sono di papa Francesco, pronunciate lo scorso 25 marzo. Il Papa torna a parlare di lavoro, condannandone sia l’assenza che lo sfruttamento.

E da queste parole muove lo studio di Caritas Italiana, intitolato: "Lavoro dignitoso per tutti. Disoccupazione, sfruttamento, riduzione in schiavitù ledono i diritti umani fondamentali".

ll Dossier approfondisce con dati e testimonianze proprio il dramma dello sfruttamento del lavoro nel mondo, in Europa e in Asia, in particolare in Thailandia, India, Bangladesh e Sri Lanka. «Il livello di occupazione», ricorda il documento, «ha risentito della crisi economica e di altri fenomeni globali, soprattutto nei Paesi industrializzati. Ovunque, la vera sfida è quella per il “lavoro decente” e la lotta allo sfruttamento. Tratta a fini di prostituzione, sfruttamento dei minori, lavoratori migranti sottopagati sono fenomeni che rendono ingiusto ciò che invece dovrebbe nobilitare».

Milioni di lavoratori bambini

L’analisi presentata nel dossier evidenzia le sofferenze e le ferite anche invisibili patite dai più deboli. «Occorre alzare la nostra voce contro ogni “struttura di peccato” che umilia sistematicamente milioni di persone», denuncia il dossier. «Occorre affrontare con decisione il problema della “povertà nel lavoro”, di coloro che vivono ai margini, nonostante un’occupazione. Occorre un approccio completamente nuovo e responsabile, a livello personale, collettivo. E politico. A partire dalle istituzioni europee e internazionali».

L’articolato documento di Caritas presenta dati spaventosi, specie per lo sfruttamento del lavoro minorile. Ad esempio, nella regione dell’Asia-Pacifico i lavoratori-bambini sono ancora 78 milioni, pari al 9,3% della popolazione infantile. Per contro, in Africa Sub-sahariana i 59 milioni di lavoratori-bambini sono pari al 21% dell’infanzia.

L’Asia meridionale non presenta una situazione migliore: i bambini costretti a lavorare sono  16,7 milioni, tra i 5 e i 17 anni. Al primo posto di questa classifica negativa c’è l’India, con 5,8 milioni, seguita dal Bangladesh con 5 milioni, dal Pakistan con 3,4 e dal Nepal con 2 milioni.

Quanto alla Thailandia, l’emergenza è quella dello sfruttamento sessuale. «I lavoratori del sesso sfruttati, maschi e femmine, provengono spesso dai Paesi limitrofi, tra cui il Myanmar (Birmania)», specifica il rapporto, «con circa 30.000 prostitute, e il Laos, da dove giovani donne e uomini fuggono a causa della povertà, dei regimi repressivi e delle persecuzioni su base etnica, finendo così vittime delle maglie dello sfruttamento sessuale. Si calcola che circa il 40% di tutti i soggetti dediti alla prostituzione sia minorenne».

Ma oltre ai dati sulla situazione e alla denuncia, lo studio presenta anche alcune storie concrete, raccolte dagli operatori delle Caritas locali. Eccone due.

INDIA: PANKAJ, CENTO METRI DI LIBERTÀ

  

Pankaj ha 13 anni, dieci dei quali passati in una casa di fango e sterco di vacca. Una casa pulita, fresca d’estate e calda d’inverno. Con lui abitano i genitori e i quattro fratelli. Manoj, il più piccolo, va ancora a scuola, ma è l’unico. Gli altri lavorano nei campi con il papà: sveglia alle quattro di mattina, colazione con il chapati e il curry di cavoli, mungitura dell’unica vacca e poi nei campi. Ma dopo pranzo c’è il riposo, alcune ore sul charpoi, il letto di corde intrecciate, fuori di casa. Raju, il fratello di mezzo, va anche alla scuola pomeridiana del villaggio, dove una suora e alcuni volontari insegnano a leggere e a scrivere.

Pankaj, invece, dopo la sveglia sale su uno degli autobus che portano in città, a Varanasi. Quando può non paga il biglietto. Se lo beccano si lancia fuori dal mezzo in corsa, o viene lanciato. Se invece ci sono le poche rupie che servono, allora compra il biglietto e si siede anche. Quei giorni gli sembra di essere un re, senza la paura del controllo, senza la tensione dei muscoli magri pronti al salto e con la fierezza di chi ha diritto di sedersi schiacciato tra gli altri. Dalla fermata del bus alla casa del padrone sono poche centinaia di metri, ma è in quel breve tratto che si assapora la libertà di muoversi tra gli altri. Certo, tra gli altri straccioni, ma senza il papà che controlla e bastona, senza la mamma che dice che cosa fare e non fare, senza il fratello più piccolo da custodire.

E poi si arriva al lavoro: una casa di tre stanze in cui si preparano bastoncini di incenso. Ogni mattina venti operai, di cui quattro donne, due uomini e quattordici bambini, si accovacciano sulle stuoie e modellano pasta di sandalo intorno a bastoncini di paglia. La casa ha le pareti scure a causa del bruciare continuo di un fuoco per la preparazione della pasta. Il fumo annerisce i polmoni almeno quanto le pareti e il profumo di essenze poco può contro l’odore di urina che viene dalla strada: quaggiù, nelle viuzze di Benares, passano ininterrottamente da mattina a sera bufale, uomini, donne, barboni, bambini, scimmie e capre, tutti con il loro carico di vita e di escrementi.

Pankaj arrotola con maestria, dopo due anni di pratica e scudisciate, i bastoncini, li passa a Sunita che ne conta mazzetti di venti e li impacchetta in quella carta arancione che solo a vederla fa venire in mente la festa. La paga dipende dalla produzione, ed è fissata in 30 rupie indiane ogni cento bastoncini, per una media di circa 3 euro e mezzo al giorno. Già a 13 anni Pankaj soffre di tosse costante e di mal di schiena, mentre le donne anziane che lavorano con lui assumono costantemente antidolorifici per potersi alzare e camminare dopo otto o dieci ore di lavoro accovacciate sul pavimento di pietra. E tornare a casa nella loro condizione, ormai permanente, di vedove inutili.

Se si sta a casa si perde la paga del giorno e se l’assenza dura più di cinque giorni consecutivi si perde del tutto il lavoro. Il padrone, sahib, come si fa chiamare Chandrakant, il corpulento omaccione che gestisce la casa, passa tre o quattro volte al giorno per controllare che tutto funzioni e distribuire le scudisciate a suon di bambù.

Ma quando torna a casa, la sera, Pankaj, vede nella smorfia della madre la sofferenza per il figlio stanco ed emaciato mischiarsi alla soddisfazione di poter mettere il cibo in tavola e allora è come se passassero la tosse, il mal di ossa e lo schifo per la puzza di urina, i giochi mancati. E la libertà di cento metri di strada.

La copertina del dossier Caritas (scaricabile dal sito www.caritasitaliana.it).
La copertina del dossier Caritas (scaricabile dal sito www.caritasitaliana.it).

SRI LANKA: DALLA POVERTÀ ALLA SCHIAVITÙ

Questa è la storia di Ramyalatha, una donna di 31 anni di Kandy. Ramyalatha è partita per il Kuwait quando aveva 26 anni, appena dopo il ritorno della madre, che era stata anche lei a lavorare all’estero. I maltrattamenti sofferti da parte del datore di lavoro e le brutte esperienze vissute tornano ancora come degli incubi. 

«Quando arrivai a Kuwait City, l’intermediario che si era occupato di organizzare tutto era all’aeroporto per ricevermi, e mi portò subito in una famiglia di quattro persone, padre, madre e due figli». La famiglia per la quale Ramyalatha lavorava non le fornì neanche una stanza in cui stare: le mostrarono semplicemente un angolo della cucina dicendole di tenere lì i suoi vestiti e le sue cose.

Dal primo giorno venne messa al lavoro. «Sentivo la nostalgia di casa», dice Ramyalatha. «Mi ricordavo dei miei genitori ma non potevo comunicare con nessuno». Il cibo che riceveva era per lo più immangiabile; doveva lavorare dalle sei di mattina fino ad oltre mezzanotte, senza neanche un posto per poter riposare. Anche la notte, rimaneva sempre in cucina seduta su una sedia con i piedi appoggiati al muro cercando di riposare un po’ prima di riprendere il lavoro all’alba. «Nonostante tutto questo cercavo sempre di fare del mio meglio con il lavoro», aggiunge.

I contatti con la famiglia in Sri Lanka erano proibiti, e le lettere che scriveva erano immediatamente stracciate. Una volta che sua madre aveva telefonato, le era stato detto che Ramyalatha era morta. I suoi datori di lavoro temevano che lei potesse segretamente parlare con lo Sri Lanka e l’avevano minacciata di morte puntandole un coltello alla gola. Un giorno riuscì a parlare con la madre in Sri Lanka; piangevano tutte e due al telefono e Ramyalatha chiese alla madre di riportarla a casa.

Quando la famiglia usciva, Ramyalatha veniva chiusa a casa in una stanza, e doveva mangiare il cibo che le lasciavano oppure digiunare. Un’unica volta le fu concesso di uscire di casa per buttare la spazzatura, sempre sotto il controllo della padrona di casa, che temeva potesse parlare con qualcuno. «Così passavano le mie giornate. Quando ero da sola non facevo che piangere», racconta ripensando alle sofferenze subite. «Anche quando pensavo di scappare da quel posto, mi prendeva la paura, e rimanevo nella mia miseria. Quando chiedevo di essere pagata, venivo minacciata di morte. Così, smisi del tutto di chiederlo…». In aggiunta alla crudeltà degli adulti, anche i due figli la perseguitavano e la picchiavano.

Ramyalatha rimpiangeva amaramente di aver cercato quel lavoro, ma rimaneva in quella casa poiché non sapeva dove altro andare, soltanto aggrappata al ricordo dei suoi familiari e dei suoi amici in Sri Lanka. Un giorno la padrona di casa le chiese di pulire tutta l’abitazione. Ramyalatha si preparò con un secchio di acqua calda e una tanica di varechina. Ma la padrona le ingiunse di buttare via l’acqua, e di usare la varechina soltanto. Ramyalatha sentiva gli occhi lacrimare e le mani bruciare, ma non poteva interrompere poiché la padrona di casa continuava a sorvegliarla. Quando ebbe finito, Ramyalatha corse a lavarsi le mani, e sentì la pelle delle parti ustionate che veniva via.

Dopo sei o sette mesi le cose continuavano a peggiorare. Un giorno, i suoi padroni erano usciti chiudendola in una stanza; ma quando Ramyalatha provò la serratura vide che era aperta. Corse allora a chiamare la madre, raccontandole tutti i dettagli della trappola in cui si trovava e le chiese di riportarla a casa prima che fosse troppo tardi. Poi tornò nella sua stanza, facendo finta di nulla.

La madre si recò dall’intermediario che in Sri Lanka aveva organizzato tutto, ma venne cacciata via. Allora si recò dall’agente kuwaitiano, e lo minacciò di riferire tutto alla polizia; infine, lui acconsentì di riportare Ramyalatha in Sri Lanka allo scadere del primo anno di contratto. Qualche settimana dopo, Ramyalatha usò i pochi risparmi che era riuscita ad accumulare per comprare un biglietto aereo, e tornò in Sri Lanka.

«Ora sono contenta di essere ritornata viva», conclude, «e penso di sposarmi il mese prossimo. Ci sono ancora macchie sulla mia mano, lì dove sono stata bruciata dal disinfettante».

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