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Benessere

Rapporto padre-figlio, quando l'eredità diventa pesante

10/08/2015  Il ricambio generazionale è spesso una causa di conflitti non soltanto in famiglie “famose”, ma anche in quelle comuni. Ecco alcuni segreti e strategie per una vita equilibrata fra l’esperienza degli adulti e il talento dei giovani.

Lui è ormai vecchio e “acciaccato”: ottanta e passa anni e la dipendenza da una macchina per mantenersi in salute. Ma Giovanni è stato un uomo d’acciaio, di quelli di una volta, tutto d’un pezzo, un tipico imprenditore del Nord, che si è fatto da solo e che nel giro di quarant’anni ha messo in piedi un’azienda di medie dimensioni, che dà da vivere a oltre 40 persone. Produzioni di qualità, capannoni raddoppiati attorno agli anni Ottanta, un marchio e un know-how riconosciuti in tutto il mondo. E anche adesso che è “in pensione” e i due figli Piero e Maria, quarantenni, hanno preso in mano l’azienda, innovandola e continuando a credere nel sogno del padre, se arrivano in fabbrica certi clienti o alle Fiere internazionali è ancora lui, il patriarca, che vogliono vedere e incontrare. Quasi che, sotto sotto, i figli non siano mai considerati all’altezza del vecchio imprenditore.

Lui si è fatto da parte da un paio d’anni, con grande fatica, e non nascondendo un certo risentimento per il fatto che i figli- dirigenti della “sua” azienda non proseguono i suoi metodi e prendono decisioni che lui non avrebbe mai accettato. E così, i rapporti personali qualche volta si fanno difficili anche tra le pareti domestiche e l’eredità del padre incombe sulle spalle dei rampolli. Bocconi amari da mandar giù; ma aiutano i valori che hanno sempre cementato la vita di famiglia, che rigorosamente si raduna attorno alla tavola della domenica, con figli, nuore, generi e nipoti: il rispetto per i genitori, tanta pazienza, e qualche volta l’umiltà di tornare a interpellare il vecchio genitore e chiedere consiglio.
Storie comuni, e non solo, nel difficile campo del ricambio generazionale delle imprese familiari. Storie di figli che sono alle prese con la “pesante” eredità dei loro padri; “grandi” padri, perché protagonisti di vere e proprie imprese, o padri “terribili” perché ricordati per atti criminali o scandali epocali.

Le cronache hanno recentemente portato alla ribalta il caso di un figlio “famoso”, Angelo Provenzano, primogenito di Bernardo, storico capomafia di Corleone, da anni al carcere duro. E lui, alle soglie dei 40 anni, ha scelto di sfruttare la notorietà del suo cognome, senza nulla concedere al dibattito e alle considerazioni sul fenomeno mafioso, per farne un’occasione di business.
In sostanza, accogliendo l’idea di un tour operator americano, ha accettato di entrare come pezzo forte di un pacchetto originale per i ricchi e “curiosi” turisti d’oltreoceano. Insieme a vitto, alloggio e visite guidate alle bellezze naturali, c’è anche la testimonianza diretta del figlio del boss. Scelta che ha scatenato polemiche di ogni tipo in Italia, soprattutto nel ricordo di quanto sangue ha lasciato per le strade l’impresa criminale di Provenzano.
Mentre Angelo minimizza: «Io cerco soltanto una vita normale e questa rappresenta un’opportunità professionale nel campo del turismo.» Eredità pesanti, dunque, cognomi famosi che condizionano comunque la vita dei figli. Pur con le loro qualità, e con chance ed energie nuove, nella costruzione del proprio futuro personale e professionale, essi devono sempre fare i conti con la storia di famiglia. E come fare? Come gestire al meglio la notorietà ereditata e la possibilità di mostrare il proprio valore? «Ci vuole dialogo, stima reciproca, disponibilità al confronto» è la ricetta di un “guru” della materia, quel Luis Iurcovich, economista e sociologo, autore di Le convivenze possibili in famiglia e nelle imprese di famiglia (Franco Angeli, 144 pagine, 20 euro), scritto a quattro mani con il figlio Ezequiel. Con lui gestisce “Trasversale”, una società di consulenza di economia applicata, con particolare attenzione al “passaggio generazionale”. I due Iurcovich hanno messo a punto una tecnica consolidata di analisi e gestione dei rapporti affettivi e professionali di padre e figlio, per risolvere al meglio le crisi che si verificano quando le nuove generazioni subentrano al padre-padrone nella gestione dell’attività di famiglia. Modelli che, per analogia, possono applicarsi anche ad altri ambiti di vita. «Occorrono intelligenza emotiva, definizione dei ruoli, consapevolezza della convenienza e delle opportunità del lavorare insieme e anche volontà di fare insieme », dice Iurcovich.

Ma quali sono gli ingredienti positivi che facilitano i rapporti?
Perché le cose funzionino, bisogna che i padri considerino i figli come una “risorsa”, mentre ai figli è chiesto di nutrire stima per ciò che i loro padri hanno realizzato nella propria vita. «Se poi c’è una conflittualità, non va ignorata, ma riconosciuta e affrontata».
Altro elemento da non sottovalutare è quello dei condizionamenti emotivi e affettivi. E per gestirli, nella relazione tra padre-padrone e figlio appare fondamentale il ruolo femminile: «Madri e mogli, che in molti casi non lavorano nell’impresa, hanno un forte ruolo come mediatrici, collanti e scioglitrici di nodi e tensioni, perché magari invitano il marito a mutare determinati atteggiamenti e poi spiegano al figlio altre situazioni...».
Valori in gioco? Dice il sociologo-padre: «Trasferimento di conoscenza, volontà di cedere, desiderio di condividere e una certa propensione a fare da mentore ai propri figli». E il sociologo-figlio aggiunge:«Non si tratta di favorire un passaggio di potere dai vecchi ai giovani, ma di costruire un rapporto “cogenerazionale” in cui tutti trovino motivi di soddisfazione, lavorando insieme con un interscambio continuo, che si basa su due ingredienti ugualmente necessari: il talento dei giovani e l’esperienza degli adulti.»
È un’esperienza comune ad altri rampolli dal cognome famoso, come Enrico Moretti Polegato, oggi presidente di Diadora, del gruppo Geox. In un convegno promosso da Confindustria Umbria proprio sul tema del passaggio generazionale dell’azienda di famiglia, ha parlato della sua esperienza come del «difficile mestiere del figlio di un imprenditore di successo», sottolineando però nel contempo «le soddisfazioni che il mestiere di imprenditore consente di raggiungere.» Ma ci sono anche figli dal cognome importante, che nella propria vita fanno costantemente i conti con un’“eredità” anche ideale e spirituale lasciata loro da padri che hanno speso l’esistenza sotto il segno dell’”eroismo”. Sono Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi ucciso dai terroristi nel 1972; oppure Nando Dalla Chiesa, che perse il padre generale Carlo Alberto in un agguato mafioso dieci anni dopo a Palermo; o ancora Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter ammazzato quando lei aveva tre anni, nel maggio 1980, dai terroristi.
Tre nomi, tre storie di figli che nella professione scelta, di giornalista o sociologo, e nella loro stessa identità di adulti nel nostro tempo, continuano a essere testimoni dei valori e delle lotte dei propri genitori “famosi”. Un difficile lavoro di riconciliazione con il proprio passato, senza dimenticare le ferite inferte ma con la capacità di tracciare strade nuove e originali di convivenza possibile.

 
 
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