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Il presidente delle Acli: «Il reddito di cittadinanza? Idea buona, ma restano delle riserve»

06/03/2019  «Se la somma mensile erogata invece che un aiuto a trovare un posto si limitasse a una rendita sarebbe un errore. Per i più poveri sarebbe stato meglio mantenere il Reddito di inclusione sociale»

«L’idea del Reddito di cittadinanza in sé è tutto sommato corretta», commenta Roberto Rossini, 55 anni, presidente delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) e portavoce dell’Alleanza contro la povertà, la rete di 35 associazioni nata in Italia nel 2013 per chiedere uno strumento universale di contrasto all’indigenza. «Il principio è questo: io ti metto nelle condizioni di poter lavorare. Nel frattempo riceverai un sussidio per vivere dignitosamente. Bisogna vedere come questo si traduce nella realtà dei fatti, se ci sono delle effettive proposte di lavoro e dove sono. La situazione della Lombardia è diversa da quella della Calabria. 780 euro valgono meno a Milano che a Reggio Calabria. Inoltre bisognerà capire se le offerte sono legate a un minimo di competenza».

Come Alleanza contro la povertà avevate contribuito alla creazione del Reddito di inclusione sociale (Rei), che con il nuovo decreto scompare.

«La differenza fondamentale tra i due redditi è che con quello di inclusione il soggetto riceve una piccola rendita ma potrebbe anche non essere in grado di lavorare, tanto è vero che viene affidato ai servizi sociali. Non si valuta solo se il soggetto è in grado o meno di svolgere un’occupazione ma vengono presi in considerazione altri fattori. Il Reddito di cittadinanza ruota invece intorno ai Centri per l’impiego, che infatti verranno potenziati».

Complessivamente, come valutano le Acli il Reddito di cittadinanza?

«Se lo valutiamo dal punto di vista della povertà, il sussidio varato dal Governo Conte ha due obiettivi: uno è quello di lottare contro la povertà, l’altro è di incentivare la ricerca del lavoro. Per affrontare il tema della povertà assoluta il Rei a mio avviso era più adatto. Va poi aggiunto che le risorse a disposizione sono diverse: dai due miliardi di euro del Rei si è passati ai sei miliardi stanziati da questo Governo».

Quando si può denire “assoluta” la povertà?

«È un concetto molto complesso, che riguarda l’impossibilità di accesso a determinati standard di vita e tiene conto di più fattori, non solo della mancanza di lavoro: problemi educativi, sanitari, psicologici. Magari il soggetto soffre di tossicodipendenza o di ludopatia. Infatti con il Rei il soggetto è preso in carico dai servizi sociali. Nel caso del Rdc c’è un bivio iniziale: se si posseggono determinati requisiti si viene inseriti in un percorso lavorativo e in attesa di un impiego si percepisce il sussidio mensile previsto».

Tra i requisiti richiesti per gli stranieri servono 10 anni di residenza e non più due come per il Rei.

«Troppi. L’alleanza aveva chiesto di estendere il Rei ai cittadini stranieri, coerentemente con quanto previsto dall’articolo 41 del Testo unico sull’immigrazione in base al quale chi ha un permesso di soggiorno di durata non inferiore a un anno ha diritto alla fruizione delle prestazioni assistenziali. Anche il Rdc dovrà rispettare la legislazione. È giusto anche da un punto di vista morale».

C’è chi dice che potrebbe favorire il lavoro nero e rivelarsi, soprattutto al Sud, una misura assistenzialistica.

«La sfida è proprio questa. I timori ci sono. Se il sussidio finisse per trasformarsi in una rendita andrebbe anche contro i principi della Dottrina sociale della Chiesa, per la quale il lavoro è parte integrante della dignità dell’uomo. Un’altra sfida è rinnovare i Centri dell’impiego. Un progetto che richiede tempo e qui invece in pochi mesi si dovrebbe partire. Pensi che noi dell’Alleanza contro la povertà dicevamo che qualunque strumento per contrastare la povertà deve avere uno sviluppo graduale, data la complessità dei problemi. Qui invece succede tutto nel giro di pochi mesi. Vedremo se questa velocità produrrà risultati o si rivelerà inadeguata».

(Foto in alto: Ansa)

 
 
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