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sabato 18 settembre 2021
 
 

Un Referendum contro le scuole paritarie

23/05/2013  Il 26 maggio a Bologna un Referendum per abolire i finanziamenti comunali alle scuole paritarie. Una battaglia ideologica che ignora la realtà dei fatti.

Il sindaco di Bologna Virginio Merola.
Il sindaco di Bologna Virginio Merola.

Difficile scommettere sull’esito del referendum che si svolgerà domenica prossima a Bologna. Sulla carta è in gioco il finanziamento pubblico alla scuola materna paritaria, più o meno un milione di euro che il Comune destina ogni anno alle 28 scuole paritarie cittadine. “Un regalo bello e buono alla scuola delle suore” per  i promotori dell’iniziativa, gli attivisti del comitato Articolo 33.

La cosa singolare è che il più agguerrito antagonista dei referendari è proprio il sindaco Pd, Virginio Merola, che ormai non perde occasione per bollare l’intera operazione come pura ideologia invitando, insieme ai suoi assessori, a votare l’opzione B , per il mantenimento del contributo.

B come Bologna ma anche B come bambini. Secondo il primo cittadino infatti i primi a essere penalizzati, nel caso di vittoria dell’opzione A e dell’eventuale azzeramento del contributo, sarebbero i bambini con le loro famiglie.

Difficile dargli torto, se si prendono in esame i dati senza essere accecati dai pregiudizi.

Il sistema integrato della scuola per l’infanzia bolognese, frutto di un accordo con la storica giunta di sinistra che risale al  lontano 1994, accoglie attualmente 8368 bambini. Il 61% nelle scuole comunali, il 18% nelle scuole statali e il 21% nelle scuole paritarie convenzionate, nella quasi totalità cattoliche. Considerando il finanziamento di un milione di euro, ognuno dei 1736 bambini iscritti alle  paritarie costa al comune 600 euro l’anno, a fronte dei 6900 euro che  l’amministrazione spende per ognuno degli iscritti alle comunali.  Risparmiando quel milione, con gli stessi soldi sarebbe in grado di attivare non più di 150 posti nelle sue scuole, con una drammatica contrazione dell’offerta che andrebbe a penalizzare i bambini e le famiglie.

Dall’altra parte le scuole paritarie, private del finanziamento, sarebbero costrette ad alzare le rette, trasformandosi in scuole di élite, oppure a chiudere i battenti con tanto di maestre e personale. La domanda è: a chi giova tutto questo? Una domanda cui il sindaco ha risposto da tempo. 

Se vincesse la A, vincerebbe un’ideologia rancorosa e passatista contro l’interesse delle famiglie. Per questo Merola si è unito all’appello della chiesa bolognese invitando tutti i cittadini ad andare a votare l’opzione B compatti.

Tirando le somme, c’è in gioco ben altro che un semplice finanziamento. Ci sono degli equilibri, c’è un’idea di scuola che in quanto parificata è sempre pubblica, c’è in gioco la libertà di scelta delle famiglie e un’idea di città e di politica. Non per niente il sistema integrato bolognese fino a questo momento è stato considerato come il fiore all’occhiello della città, da sempre vetrina della sinistra.

Attenzione. Il referendum è consuntivo, non occorre raggiungere il quorum. Vince chi prende più voti, qualunque sia la percentuale di chi si recherà alle urne. Date queste premesse, nulla si può dare per scontato.


                                                      di Simonetta Pagnotti

«Non è un caso che non ci siano amministratori tra i sostenitori del referendum».
È una constatazione pura e semplice quella che fa Rossano Rossi, presidente della Fism (Federazione italiana scuole materne) di Bologna.

In compenso si sprecano i nomi delle celebrità che hanno firmato l'appello dei referendari. Tra i primi Stefano Rodotà e Andrea Camilleri. E poi Gino Strada, Margherita Hack, Philippe Daverio, Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Maurizio Landini, Neri Marcorè. E tanti altri.

La motivazione è sempre la stessa. La difesa della scuola pubblica, come se la legge Berlinguer del 2000 non avesse stabilito una volta per tutte che la scuola paritaria è a tutti gli effetti scuola pubblica.

«Tutta gente che non ha idea di che cosa si stia parlando», ha commentato il sindaco di Bologna Virgilio Merola. «Credo sia meglio appellarsi a uomini e donne che conoscono la situazione bolognese e i suoi meriti piuttosto che a persone che, con tutto il rispetto, ignorano il tema della discussione».

Da parte sua, nella battaglia antireferendaria per la soluzione B, ovvero per il mantenimento dei finanziamenti comunali alla materna paritaria, Merola ha ottenuto il pieno sostegno dei colleghi primi cittadini. Trenta sindaci di diverso colore politico della provincia di Bologna hanno firmato un appello con il quale «si chiede che sia tutelato nel modo più estensivo il diritto alla scuola delle bambine e dei bambini, preservando un'esperienza di alto valore sociale e civile che garantisce qualità al sistema scolastico emiliano-romagnolo».

Il gruppo dei sostenitori del sistema pubblico integrato schiera personalità autorevoli e trasversali. Il capofila è l'economista Stefano Zamagni e tra i componenti più noti ci sono Walter Vitali, ex sindaco di Bologna, Alessandro Alberani, segretario metropolitano della Cisl, Salvatore Vassallo e Roberto Farnè, professori dell'Università di Bologna. Personaggi diversi per colori politici e per provenienza culturale che si sono uniti però a favore del finanziamento comunale alle scuole paritarie.

Di fatto, se si prendono in esame le compagini dei diversi schieramenti, non dovrebbero esserci sorprese sui risultati della consultazione. Da parte sua il mondo cattolico, che si spera compatto e sensibile su questi temi, potrebbe contare sull'appoggio del partito del sindaco, ovvero del Pd, e poi del Pdl, della Lega e di Scelta civica. Dalla parte dei referendari rimarrebbero solo gli esponenti del Sel e del partito di Grillo.

Il timore è che a Bologna si stia ingaggiando una battaglia politica tutta interna al Pd e che per i delusi del partito il referendum diventi l'occasione per andare a contarsi e per manifestare il proprio dissenso alle larghe intese e al governo Letta.

In questo caso il voto di Bologna fungerebbe da cartina di tornasole in un momento in cui il Pd rischia la spaccatura.

Simonetta Pagnotti

Roberto Gontero presidente dell'Agesc.
Roberto Gontero presidente dell'Agesc.

La chiesa di Bologna ha espresso preoccupazione per il clima che si sta creando alla vigilia del referendum. Un clima che rischia di creare odio e divisioni impoverendo il pluralismo. «L'intervento della diocesi è da leggere in questa chiave, perché non possiamo ignorare un'importante fetta della nostra città che si sente rappresentata dall'attuale sistema scolastico», ha dichiarato il vicario generale, monsignor Giovanni Silvagni.

Il comitato Articolo 33, promotore del referendum, accusa la scuola paritaria di essere confessionale e di "indottrinare" i piccoli alunni. In realtà nelle ultime settimane hanno fatto sentire la loro voce genitori di diversa estrazione religiosa e culturale, che hanno iscritto i propri figli alla scuola paritaria cattolica con piena fiducia nel suo valore formativo ed educativo. Anche mamme e papà dichiaratamente atei o di religione musulmana.
Se il cardinale Bagnasco ha ribadito l'importanza del ruolo formativo svolto dalle scuole paritarie e della libera scelta educativa delle famiglie, nel dibattito è intervenuto anche il presidente dell' Agesc (associazione genitori scuole cattoliche) Roberto Gontero. La sua preoccupazione va al di là dei confini della scuola bolognese.

«Ormai il referendum di Bologna ha assunto una valenza nazionale», ha dichiarato, «in quanto la situazione scolastica del capoluogo emiliano-romagnolo è paradigmatica di quella delle più importanti città italiane».

Il rischio è quello di tornare indietro e di mettere in discussione risultati importanti nel campo della parità scolastica.

«Se venissero meno i contributi statali o comunali alle scuole paritarie, a Bologna come altrove, assisteremmo a un'impennata delle rette tale da renderle proibitive per la maggioranza delle famiglie», ha aggiunto, «si ritornerebbe al vecchio modello selettivo delle scuole per ricchi, mentre la scuola paritaria in cui crediamo è assolutamente una scuola popolare, aperta a tutti».

Votare B significa difendere la libertà di scelta di migliaia di famiglie
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Intanto il clima che si è creato a Bologna alla vigilia della consultazione sembra andare in direzione contraria. Le ragioni dei referendari infatti si sono sposate con la protesta delle maestre delle scuole comunali, preoccupate per l'imminente passaggio delle materne del comune a un' Asp unica, che dal prossimo anno assorbirà anche i servizi educativi fino a questo momento gestiti direttamente dall'amministrazione.

La loro protesta genera inevitabilmente confusione e imbarazzo, soprattutto tra i genitori. Le maestre non solo organizzano cortei e notti bianche, coinvolgendo le famiglie degli alunni, ma distribuiscono volantini e fanno propaganda, anche all'interno delle scuole. Naturalmente a favore dell'opzione A, mettendo in difficoltà i genitori che non sono d'accordo. La situazione sta diventando bollente. Pochi giorni fa una mamma ha presentato un esposto al Comune.

Nel nido comunale in cui ha iscritto uno dei suoi figli - l'altro frequenta invece una scuola paritaria - ci sono solo i volantini che difendono l'opzione A, più un mega cartellone a firma delle educatrici. Più volte ha cercato di appendere un volantino a sostegno dei fondi alle paritarie, ma le maestre gliel'hanno sempre impedito. Alla fine, esasperata, ha presentato un esposto, perché «non mi sentivo accettata all'interno della scuola».


Simonetta Pagnotti

Le battaglie ideologiche, si sa, sono le più pericolose perché ignorano la realtà dei fatti. È quello che sta succedendo a Bologna dove domenica, 26 maggio i cittadini sono chiamati a votare per un referendum consultivo (l’eventuale vittoria del sì non sarebbe cioè vincolante) che, nelle intenzioni dei promotori, una galassia di micro partitini che vanno dalla sinistra antagonista alla Cgil scuola fino al Movimento 5 Stelle e a Sinistra e libertà di Nichi Vendola, punta ad abolire i finanziamenti comunali (circa un milione di euro l’anno) alle scuole d'infanzia paritarie, in gran parte d’ispirazione cattolica.

I promotori si appellano all’articolo 33 della Costituzione e alla famosa formula «senza oneri per lo Stato». Ma se il sindaco di Bologna decidesse di abolire il finanziamento alle scuole paritarie i costi per il Comune aumenterebbero. Stanziando infatti un milione di euro, pari al 2,8 per cento dei fondi complessivi, il Comune oggi ottiene un servizio che soddisfa il 21 per cento dei bambini bolognesi. Con gli stessi soldi, come ha scritto anche Antonio Polito sul Corriere della Sera, il posto sarebbe garantito solo a un decimo dei 1.736 alunni che frequentano le paritarie convenzionate.
quanto risparmia lo Stato con le scuole paritarie
A livello nazionale il discorso ovviamente non cambia. Lo Stato per ogni allievo della scuola pubblica spende, in media, 6.635 euro; per un allievo della paritaria ne spende 661. Il risparmio per lo Stato, quindi, è di ben 5.794 euro a studente. In totale, fanno 6 miliardi e 334 milioni di euro all’anno. Uno studente di una scuola paritaria dell’infanzia costa allo Stato 584 euro contro i 6.116 euro di una statale. Per le primarie sono 866 euro contro 7.366 euro, per le medie addirittura si scende a 106 euro contro i 7.688 euro Il referendum di Bologna, fortemente ideologico, parte dall’opposizione, erronea, tra scuola pubblica (da sostenere) e scuola privata (che è meglio si mantenga da sola).
In realtà la legge 62 del 2000, voluta dall’allora ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, afferma che «Il sistema nazionale di istruzione è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali». Quindi, "scuola pubblica" è sia quella statale che quella paritaria.

Antonio Sanfrancesco

La libertà di scelta educativa? Nel resto d’Europa è una realtà. Solo nel nostro paese, complici letture ideologiche o maldestre, continua a divampare uno scontro che si alimenta nella contrapposizione tra scuole “pubbliche” e “private”.

Ed è forse proprio da questi due termini che è il caso di partire, per fare un po’ di chiarezza. E’ stata la legge Berlinguer sulla parità scolastica, la numero 62 del 2000, a riconoscere il sistema nazionale di istruzione come un "unicum" costituito dalle scuole statali, da quelle paritarie e da quelle dagli enti locali. L'obiettivo dichiarato era quello di ampliare l'offerta formativa e rispondere alla domanda del "servizio" istruzione, dall'infanzia lungo tutto l'arco della vita.

Le scuole “paritarie” dunque non sono al di fuori del sistema nazionale di istruzione, ma ne fanno totalmente parte: sono tutte le istituzioni scolastiche non statali e in esse sono comprese anche quelle degli enti locali. Chiamarle “private” è dunque fuorviante, anche perché nel Paese sopravvivono scuole private vere e proprie che restano al di fuori del sistema nazionale d’istruzione.

Alle scuole paritarie (a gestione privata, non profit, di diverso orientamento culturale e religioso, di enti locali) è stata invece riconosciuta la "parità" in termini di allineamento ai parametri posseduti dalle scuole statali, riguardanti l'offerta formativa e l'autorizzazione a rilasciare titoli di studio equipollenti.

Ma torniamo all’Europa. Risale al 1984, cioè a 29 anni fa, una Risoluzione del Parlamento Europeo sulla “libertà di scelta in campo educativo”. In virtù di essa si sottolinea l’ “obbligo per gli Stati membri di rendere possibile tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento del loro compito e all’adempimento dei loro obblighi, in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti corrispondenti, senza discriminazioni nei confronti dei gestori, dei genitori, degli alunni e del personale”.

Per questo motivo anche Paesi indubitabilmente laici come la Francia o la Germania sostengono con fondi adeguati le scuole non statali, anche di orientamento cattolico. Attraverso rette quasi simboliche, la libertà di scegliere la scuola e il percorso educativo dei propri figli diventa per le famiglie che abitano nel resto d’Europa un diritto davvero esigibile.

E nel nostro paese? «In Italia la discussione si porta dentro un vizio d’origine, quello dei rapporti tra Stato e Chiesa. Così si finisce per spostare il problema su un piano concordatario, con uno scontro ideologico che azzera il vero fulcro del problema, ossia il diritto delle famiglie alla libera scelta della scuola», sottolinea l’avvocato Marco Masi, presidente di Cdo Opere Educative, che a Bologna sta seguendo da vicino la vicenda del referendum. «Solo l’ideologia può aggettivare il “privato” in modo spregiativo e non rispettoso della realtà. Qui a Bologna le scuole materne paritarie accolgono il 21% degli alunni. Ad esse il Comune destina il 2,8% di quanto investe nella scuola dell’infanzia. Abbiamo già spiegato che se l’amministrazione comunale accogliesse la proposta dei referendari, con le risorse oggi destinate ai 1.736 alunni delle paritarie riuscirebbe ad attivare appena 145 nuovi posti nella scuola comunale. È evidente che l’esigenza di assicurare a tutti l’accesso alla scuola dell’infanzia impone invece di proseguire e potenziare la collaborazione tra le varie forme di gestione scolastica (comunale, statale e paritaria) oggi presenti».

Nei principali paesi europei, per le scuole paritarie funziona in questo modo (la comparazione è stata elaborata e pubblicata in un contributo di Fidae Lombardia):

Belgio
: Lo Stato paga gli stipendi del personale docente e non docente

Francia: Le paritarie qui sono 9mila, con 2 milioni di studenti (il 17% del totale). I contributi alle scuole non statali variano a seconda del tipo di contratto che il singolo istituto stipula con lo Stato, scegliendo tra 4 possibilità: integrazione amministrativa (in base a cui lo Stato paga tutte le spese); contratto di associazione (in cui lo Stato paga gli stipendi dei docenti e le spese di funzionamento); contratto semplice (in cui lo Stato paga solo gli stipendi dei docenti); contratto di massima libertà che non prevede nessun contributo.

Germania
: Il sistema integrato Stato/Laender paga alle scuole non statali l’85% del salario degli insegnanti, il 90% degli oneri pensionistici, il 10% delle spese di funzionamento, il 100% delle riparazioni dell’immobile. Le scuole paritarie cattoliche sono il 20% del totale, con un bacino di circa mezzo milione di studenti.

Inghilterra
: Le scuole non statali si chiamano “maintained schools”. Lo Stato paga l’85% delle spese di costruzione, il 100% degli stipendi e delle spese di funzionamento.

Olanda
: Lo Stato paga il 100% di tutte le spese nella scuola dell’obbligo, sussidi per il funzionamento e la costruzione nella scuola superiore, il 100% delle spese a determinati requisiti di legge.

Irlanda
: A carico dello Stato c’è il 90% delle spese di costruzione, il 100% nella scuola del’obbligo e l’88% nelle scuole superiori.
Portogallo: Per le paritarie viene coperto il costo medio per alunno di scuola statale.
Spagna: Lo Stato copre il 100% delle spese. Le scuole paritarie sono frequentate dal 30% degli studenti.

Benedetta Verrini

Il professore Giuseppe Colosio
Il professore Giuseppe Colosio

A dimostrazione che quella sulle paritarie non è una battaglia confessionale che riguarda solo il mondo cattolico interviene il professore Giuseppe Colosio che in quanto ex direttore dell’Ufficio scolastico regionale della Lombardia conosce molto bene il sistema lombardo.
«Oggi sul milione e mezzo di studenti della Lombardia», spiega, «circa 305 mila sono iscritti a istituti paritari. Se domani, tutti, in blocco, decidessero di passare alle scuole statali lo Stato dovrebbe sborsare un miliardo e 400 milioni di euro. Oggi per l’intero sistema paritario della Lombardia lo Stato sborsa 120 milioni di euro». In pratica, il risparmio è di quasi un miliardo e 300 milioni.
«Ovviamente», continua Colosio, «risparmio per lo Stato significa un aggravio dei costi per le famiglie. Ecco perché oggi non c’è una reale libertà di scelta per chi vuole mandare i propri figli alle paritarie. E questo è anticostituzionale perché la nostra Carta tutela il principio della libertà di educazione».
Se a Bologna vincesse il fronte che vuole abolire i finanziamenti alle paritarie cosa succederebbe, professore? «Un disastro perché il Comune sarebbe costretto ad aprire molte scuole dell’infanzia con un aumento dei costi notevole. Le paritarie dovrebbero, a loro volta, triplicare le rette che molte famiglie non potrebbero a quel punto permettersi. Dal punto di vista politico, potrebbe creare un precedente a livello nazionale».

Il dibattito sulle paritarie è spia, secondo il professore, dei due grandi mali di cui soffre oggi la scuola italiana: burocratizzazione ed ideologismo. «L’istruzione», dice, ha bisogno di avere una pluralità di esperienze. Dire che la scuola debba essere solo statale è porsi fuori dalla realtà», aggiunge Colosio che evidenzia un altro aspetto non strettamente economico. «Nella nostra regione il tasso di dispersione scolastica fino a 16 anni è stato quasi azzerato», dice, «mentre quello fino al conseguimento di un diploma o una qualifica professionale ai 18 anni è stato ridotto. Un traguardo reso possibile anche dal sistema delle paritarie che con il proprio stile e la loro agilità organizzativa riescono a recuperare molti ragazzi. Non che nelle scuole statali, sia chiaro, non si lavori altrettanto bene in questo senso ma la presenza di più burocrazia e rigidità organizzative complicano non poco il lavoro dei docenti». 

Antonio Sanfrancesco

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