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venerdì 19 agosto 2022
 
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«La vittoria dei sì diventi punto di partenza per le altre riforme»

21/09/2020  Il politologo gesuita Francesco Occhetta: «Dopo questa sforbiciata va ripensata l'intera l'architettura costituzionale, tutti i partiti devono fare un passo indietro. Ma le riforme vanno seminate dal basso, serve una maggiore cultura riformista»

Padre Francesco Occhetta
Padre Francesco Occhetta

«Il dato politico del referendum è chiaro: la volontà popolare ha confermato quella del Parlamento che aveva deciso il taglio dei parlamentari a stragrande maggioranza, quasi all’unanimità. Ora la speranza è che questo Sì a valanga serva per iniziare una stagione di riforme che sono necessarie e urgenti perché altrimenti sarà come aver staccato da un puzzle ordinato una tessera senza metterne un’altra».

Il politologo gesuita padre Francesco Occhetta commenta così il risultato del referendum costituzionale che vede vincere il Sì a larghissima maggioranza, sfiorando quasi il 70 per cento.

Quali tessere del puzzle vanno messe a posto?

«Togliendo un pilastro bisogna ripensare tutta l’architettura costituzionale, dalle garanzie per assicurare la rappresentatività degli elettori alla modifica dei regolamenti parlamentari, da una nuova legge elettorale alla modifica del bicameralismo perfetto, introducendo magari una Camera delle regioni».

Chi lo deve fare? Il partito di maggioranza relativa nell’attuale Parlamento, il M5S, nei territori è quasi inesistente.

«Questo Parlamento è legittimato a lavorare fino alla scadenza naturale, nel 2023. Però mi rendo conto che non basta, solo un patto di solidarietà nazionale con un’assunzione di responsabilità da parte di tutti può permettere l’apertura di un cantiere riformista e governare la crisi economica e sociale pesantissima innescata dalla pandemia».

Si riferisce a un governo di unità nazionale?

«Non necessariamente ma sul tema delle riforme tutte le forze politiche devono fare un passo indietro. Nessuno, né il Pd, né il M5S, ce la fa da solo. A ben vedere, è dal 2016, l’anno del referendum proposto dal governo Renzi, che la questione delle riforme è stato sepolta, è quasi sparita dal dibattito pubblico».

Di Maio ha affermato che senza il M5S non si sarebbe arrivato a questo cambiamento storico, il Pd sottolinea che il Sì degli italiani non è populista ma riformista. Chi ha ragione?

«Ciascuno s’intesta la vittoria ma, ripeto, questo era un sì che aveva dato già l’intero Parlamento. Bisogna rilanciare una nuova stagione culturale formativa nel Paese, le riforme non crescono se non si seminano. La pianta non nasce calandola dall’alto, spunta dal basso. Noi manchiamo di cultura costituzionale e del riformismo. Anche il mondo cattolico deve dare un contributo importante».

In sintesi, che referendum è stato?

«Ha “ratificato” una sforbiciata un po’ populista. Ora però questo risultato diventi l’occasione per fare una riforma ad hoc e in questo i riformisti hanno una grande responsabilità».

 
 
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