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Referendum: perché sì, perché no

25/10/2016  Il 4 dicembre prossimo gli italiani sono chiamati a pronunciarsi sulla riforma della costituzione elaborata dal governo. Ecco tutti i punti principali e le questioni aperte per capire la posta in gioco

Non si tratta certo di un ritocco. È una riforma della Costituzione tanto imponente quanto controversa quella approvata il 12 aprile scorso dal Parlamento, su cui domenica 4 dicembre gli italiani sono chiamati a pronunciarsi. Gli articoli modificati sono ben 44, quelli abrogati 4, per non parlare dei nuovi commi delle disposizioni transitorie. Vediamone i punti qualificanti.

Senato

Quello attuale, composto da 315 senatori, viene sostituito da un Senato delle autonomie formato da 100 componenti (come quello americano). Di riforma del Senato e di abolizione del bicameralismo perfetto, unico in Europa (ogni legge va approvata da Camera e Senato) si parla praticamente dal giorno in cui è stata promulgata la Costituzione. I padri costituenti, usciti dalla stagione del fascismo, considerarono la cosiddetta “navetta” (il ping-pong tra le due camere per la formazione di una legge) come una garanzia (ma già Dossetti lo considerava un “garantismo eccessivo”). Nel dibattito costituente il Senato avrebbe dovuto rappresentare le autonomie territoriali. La riforma vorrebbe ritornare allo spirito della “Camera delle Regioni” ed eliminare le difficoltà di due maggioranze diverse nell’ambito del Parlamento. E infatti il nuovo Senato non prevede più la fiducia al Governo.

Due funzioni distinte. Con la riforma Camera e Senato avranno poteri diversi (il cosiddetto “bicameralismo differenziato”). La Camera continuerà a votare la  fiducia al Governo e le leggi ordinarie (che verranno approvate più velocemente con un “voto a data certa” entro 70 giorni), mentre il Senato rappresenterà le Regioni e gli enti territoriali e avrà una funzione di raccordo con l’Unione europea. Palazzo Madama gestirà i fondi europei e ratificherà le normative dell’Unione, valuterà l’operato delle pubbliche amministrazioni e delle politiche pubbliche, verificherà l’attuazione delle leggi dello Stato, darà pareri sulle nomine di Governo e soprattutto approverà insieme alla Camera le leggi di revisione costituzionale, di tutela delle minoranze linguistiche, i referendum, le leggi elettorali, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle città metropolitane, determinerà i casi di ineleggibilità e incompatibilità dei senatori, e parteciperà all’elezione del presidente della Repubblica (per la quale si prevede un quorum più alto per garantire le minoranze). 

I nuovi senatori

È forse la questione più controversa della riforma, quella che ha attirato più critiche, anche roventi. Il nuovo Senato infatti sarà composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 membri nominati dal presidente della Repubblica. Si tratta dunque di senatori-consiglieri che conservano un doppio incarico (con le difficoltà organizzative che si possono immaginare). Viene cancellato il limite dei 40 anni per l’elezione (bastano 18 anni) mentre per i deputati rimane il requisito dei 25 anni. Altro punto che infiamma il fronte del no è l’immunità parlamentare, che i senatori- consiglieri conservano quando esercitano funzioni senatoriali. A differenza dei deputati, i senatori (che non percepiranno alcuna indennità a parte i rimborsi spese) non sono più eletti direttamente dal popolo, ma scelti tra i consiglieri regionali. Come? Non si sa. Un altro punto controverso è che i nuovi senatori esercitano la loro funzione “senza vincolo di mandato”. Ciò impedisce che ai senatori si applichi il criterio del voto unitario o “per delegazione” come avviene per il Bundesrat tedesco. In parole povere un senatore della Lombardia non ha nessun vincolo con il consiglio regionale da cui proviene e potrebbe benissimo votare una legge che favorisce gli interessi della Campania, e viceversa.

Le competenze tra Stato e Regioni

  

Viene posta  fine alla tradizionale dialettica (e sovrapposizione) tra Parlamento e Consigli regionali con il ritorno allo Stato di materie strategiche quali i trasporti, gli aeroporti e l’energia (come peraltro già avevano stabilito molte sentenze della Corte costituzionale). Tra l’altro vengono abolite formalmente le Province. La Repubblica sarà costituita da Comuni, Regioni, Città metropolitane e Stato. Scompare il Cnel. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (composto da 64 consiglieri e da un presidente), considerato un organo obsoleto e poco o punto utile allo sviluppo del Paese, viene cancellato. Come si vede, cambiamenti non da poco.

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