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lunedì 22 aprile 2024
 
referendum
 

«Con la bocciatura del quesito sulla cannabis ha vinto il diritto a non drogarsi»

18/02/2022  Il commento di Bartolomeo Barberis, responsabile delle comunità terapeutiche della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito all'inammissibilità del quesito referendario sull'assunzione di droghe. "Liberalizzarla avrebbe creato un danno educativo gravissimo ai danni dei più giovani e dei più fragili"

Bartolomeo Barberis della Comunità Papa Giovanni XXIII
Bartolomeo Barberis della Comunità Papa Giovanni XXIII

«La decisione della Corte Costituzionale di bocciare il referendum sulla depenalizzazione della cannabis è giusta e ribadisce, per usare un’espressione  provocatoria con cui titolammo tanti anni fa un convegno a Rimini con don Benzi, il “diritto a non drogarsi”». Così commenta la scelta  della Consulta Bartolomeo Barberis, responsabile delle comunità terapeutiche dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e rappresentante per questa presso la sede dell’Onu a Vienna, nell’ufficio contro la droga e il crimine (Unodc). «La  proposta di liberalizzazione contenuta nella richiesta di referendum, a parte il tentativo maldestro, evidenziato dall’Alta Corte, di includere altre sostanze pesanti oltre alla cannabis, avrebbe creato un vulnus educativo gravissimo. Nel momento in cui si propone l’allargamento della disponibilità legale di sostanze psicotrope quali la cannabis,  non si tiene  conto dell’enorme danno che creerebbe ai percorsi educativi dei più fragili e dei più giovani. Come sappiamo tutto ciò che viene consentito dalla legge, viene di per sé interpretato come buono, lecito, legittimo. Qualcuno potrebbe perciò pensare che assumere sostanze sia una buona cosa; ma ciò non aiuta di certo la vita delle persone, anzi introduce l’idea che per affrontarla sia bene drogarsi».

Nei Paesi che hanno adottato le depenalizzazioni che accade?

«Dovunque si è percorsa questa strada (dal Nord Europa ad alcuni stati degli Usa) l’uso di derivati della cannabis non è diminuito, anzi è si è incrementato. In secondo luogo, quando si parla di questi derivati si parla di sostanze che, grazie all’ingegneria genetica applicata alle piante, hanno principi attivi (dal tetraidrocannabinolo agli altri) molto più concentrati che determinano un’efficacia psicotropa di 10-30 volte superiore».

I fautori del referendum sostengono da sempre che una legislazione  repressiva favorisce gli affari delle mafie e riempie le carceri. E’ così?

«E’ un’argomentazione fasulla e manipolatoria. Che la legalizzazione tolga l’ossigeno alle mafie è smentito proprio da chi le conosce e le combatte. Come spiega bene, ad esempio, il procuratore Nicola Gratteri, le mafie hanno una capacità enorme d’adattamento alle diverse situazioni che le modifiche legislative comportano. Quella delle carceri è un’altra grande fake news in quanto nelle prigioni  vengono reclusi spacciatori di un certo livello; per i consumatori ci sono le sanzioni amministrative. E chi dice il contrario frequenta ben poco i nostri istituti di pena, come, invece, facciamo noi della “Papa Giovanni XXIII».

Ma 630 mila firme  raccolte in poco tempo e 500 mila in una sola settimana con firma digitale non sono poche...

 «Che la legge 309/1990 sia ormai datata e da rivedere è un dato di fatto. Ci sono proposte di modifica giacenti in Parlamento, e noi stessi assieme ad altri circuiti di comunità terapeutiche stiamo partecipando alle riflessioni in merito, però dobbiamo comunque avere il coraggio di riconoscere che la nostra società d’adulti ha perso in parte la capacità di vivere la propria esistenza puntando sulle ricchezze e i valori positivi che sono presenti in ogni persona, in quanto creati a immagine e somiglianza di Dio».

Cioè?

«Siamo una società che favorisce l’uso di sostanze psicoattive, penso, ancor prima che alla cannabis, all’abuso di psicofarmaci, a quello dell’alcool, a tutte le pillole magiche della felicità, dal Prozac in poi, alle pasticche lifestyle, che promettono di aiutarti a stare meglio al mondo. Pensare che per affrontare la vita sia necessario un supporto chimico è un’impostazione sbagliata. Segno di una cultura occidentale che ha paura della vita. E controbattere questa cultura significa cercare di dire “sì” alla vita, più che dire “no” alla droga».  

 
 
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