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venerdì 18 giugno 2021
 
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Disinvolto e spregiudicato, così il "modello Emiliano" ha vinto in Puglia

22/09/2020  La riconferma del presidente uscente poggia su uno schema troppo "inclusivo" indigesto a una parte delle forze progressiste. Ma il timore della vittoria dei sovranisti ha ricompattato le linee e indotto alla mobilitazione. La Lega crolla e passa dal 34% dell'Europee del 2019 al 9%

Quando Carlo Calenda a fine luglio era sceso in Puglia per sostenere il candidato di Azione e Italia Viva Ivan Scalfarotto (che non è arrivato neanche al 2%) aveva attaccato Michele Emiliano definendolo «il peggior populista d’Italia, come un tegame in cui si butta dentro di tutto». Pensava di insultarlo e invece ha spiegato la chiave del suo successo su Fitto che ha tentato, invano, di riprendersi la Regione dopo 15 anni.

L’immagine del tegame non è da politologi sopraffini, certo, ma rende l’idea del “modello Emiliano”: inclusivo al limite della spregiudicatezza, con gli appelli agli elettori del M5S a scegliere il voto utile (cosa che, in parte, è accaduta), pezzi di centrodestra reclutati a far da traino tanto da creare qualche imbarazzo nell’elettorato progressista, tante liste (ben quindici) della società civile per pescare il più possibile fuori dai partiti. Non è un caso che la scheda elettorale fosse un lenzuolo difficile anche da ripiegare!

Lo schema era chiaro: tutti in campo, anche chi culturalmente era lontano dalla sinistra, per battere il sovranismo populista e non darla vinta a un partito, la Lega, che fino a qualche anno fa era profondamente antimeridionalista.

Emiliano ha vinto così: disinvolto nella gestione degli equilibri interni, con innesti che hanno fatto presa sulla gente (l’epidemiologo Lopalco, chiamato a marzo guidare la task-force regionale sul Covid-19, è stato candidato ed eletto), efficace nel puntare su alcuni giovani politici molto amati dagli elettori e già protagonisti di alcune esperienze amministrative importanti come Alessandro Delli Noci, vicesindaco di Lecce e Donato Metallo, ex primo cittadino di Racale, nel Sud Salento, eletti entrambi.

Inoltre, Emiliano ha potuto far leva sulla spinta di molti sindaci, a partire da quello di Bari, Antonio Decaro, amatissimo dai baresi, e quello di Lecce, Carlo Salvemini, capaci di tenere insieme e rinvigorire per lo sprint finale quel sogno rinnovatore della “primavera pugliese” che nel 2005 portò al governo della regione Nichi Vendola proprio contro Fitto. L’autunno di Emiliano, va da sé, si preannuncia molto diverso da quella lontana stagione: le questioni sanitarie, la non gestione, in questi anni, della vicenda Xylella che ora è un nodo che arriva al pettine in tutta la sua drammaticità, le incognite legate alla pandemia, le gestione caotica e poco efficace dei fondi europei.

Emiliano, gliene va dato atto, commentando a caldo la vittoria l’ha ammesso: «Il popolo pugliese ci ha anche perdonato le cose che avremmo potuto fare meglio. Abbiamo sbagliato su tre bandi del Psr (Piano regionale di Sviluppo rurale, ndr) per l'agricoltura e questo ha fatto ritardare i pagamenti per un anno e mezzo. Di questo ho chiesto scusa ai pugliesi, probabilmente anche questa schiettezza ha pagato sul risultato elettorale perché i pugliesi non si fanno imbrogliare. Ora stiamo ponendo rimedio».

L’affluenza al voto, addirittura superiore alla tornata precedente, ha dimostrato non solo tenuta ma anche capacità ulteriore di mobilitazione. E in questo molto ha pesato anche l'empatia che Emiliano ha saputo dimostrare verso gli elettori.

Raffaele Fitto sconfitto da Emiliano nel suo comitato elettorale (Ansa)
Raffaele Fitto sconfitto da Emiliano nel suo comitato elettorale (Ansa)

Il crollo della Lega e l'ostinazione di Meloni per Fitto

Il M5S invece si è, di fatto, disperso e ridotto al 10% perché hanno pesato alcune battaglie che hanno deluso i militanti: il cantiere del gasdotto Tap a San Foca che il governo non ha stoppato, il fuoco incrociato dell’ex ministra Barbara Lezzi, di Lecce, contro la svolta “governista” assunta dal M5S passato dalla Lega al Pd nel volgere di un’estate. Fino al paradosso di Di Battista il quale, arrivato per sostenere legittimamente a Bari la candidata grillina Laricchia, si è preso del disfattista da Marco Travaglio che invitava gli elettori pentastellati al voto utile per Emiliano.

Il centrodestra è andato a sbattere sul muro dell’ostinazione di Giorgia Meloni che ha voluto provare a conquistare la Regione puntando su Raffaele Fitto, ex Forza Italia, già sconfitto da Nichi Vendola nel 2005 e stravotato alle ultime Europee. I numeri, però, dicono che stavolta l’eurodeputato di Maglie ha ottenuto meno voti (38%) rispetto alle liste che lo hanno sostenuto (41%).

La Lega alle Europee di un anno fa aveva ottenuto il 34,3% dei voti e ora non è arrivata al 10%, sopravanzata da Fratelli d’Italia che cresce e sfiora il 13 e diventa così il primo partito del centrodestra. Salvini, che al posto di Fitto aveva proposto un suo candidato, Altieri, potrà dire che aveva visto giusto cogliendo l’occasione per rinnovare lo schieramento chiudendo con l’establishment postdemocristiano che ha portato alla sconfitta. Magra consolazione. Il centrodestra in Regione ha un deficit di classe dirigente e questo, al di là dei numeri, è un problema che prima o poi andrà seriamente affrontato.

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