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lunedì 24 gennaio 2022
 
REMO GIRONE
 
MariaConTe

«La Vergine ci capisce al primo sguardo perché ci conosce da sempre»

11/02/2021  «Quando penso a Lei, mi viene in mente una figura materna, pregarla mi fa sentire meglio, anche se non le chiedo mai nulla. Ho riscoperto la preghiera e la fede dopo il tumore che mi colpì nel 1990. Sono stato a Lourdes e nella grotta ho fatto un incontro che porto nel cuore. Dopo 15 anni di matrimonio civile ho sposato Victoria in chiesa per rendere eterna la nostra unione. Abbiamo scelto un luogo con una bellissima storia legata a Maria»

La voce di Remo Girone, 72 anni il 1° dicembre, è inconfondibile: quando parla sembra di sentire  uno dei suoi personaggi più famosi: il mafioso Tano Cariddi nello sceneggiato La Piovra, in cui interpretò il perfido antagonista di Michele Placido, nei panni del commissario Corrado Cattani. In realtà Girone è una persona solare e divertente: quando si rivolge alla moglie Victoria, il tono autorevole della sua voce assume subito un’inusitata dolcezza, segno di un amore basato su una complicità e un rispetto ininterrrotti da oltre quarant’anni.  In questo nostro “a tu per tu”, uno dei più grandi attori italiani racconta della sua fede - a tratti tormentata - e del suo pudico amore verso la Madonna che lo aiuta nei momenti in cui la sua natura umana mostra tutta la sua fragilità.       

Lei ha ricevuto una formazione religiosa?

«Sì, ad Asmara, in Eritrea, dove sono nato, per l’asilo infantile i miei genitori mi iscrissero dalle suore Comboniane, ci rimasi fino alla quarta elementare.   Dall’ultimo anno delle elementari fino  alla terza media studiai invece all’istituto dei fratelli Lasalliani. Ho tutti i sacramenti: battesimo, comunione, cresima».

In gioventù ha mai messo in discussione la sua fede?

«Da giovane no, poi in età matura mi allontanai dal cattolicesimo. Avevo scoperto il buddismo, mi affascinava la teoria che noi stessi con la meditazione, lo studio, la riflessione potevamo diventare una sorta di Dio vivente. Poi però capii che una religione già ce l’avevo: ho preferito sentirmi dentro Dio invece di credermi una divinità».

Che cosa l’ha aiutata in questa riscoperta?

«Trent’anni fa subii un forte trauma. Seppi di essere gravemente malato, i medici mi trovarono un papilloma alla vescica. A Padova venni operato da un bravissimo medico, il professor Pagani, che non smetterò mai di ringraziare. Sette ore d’intervento e tre mesi di chemioterapia. In quella drammatica situazione, la preghiera si rivelò di grande conforto per me: da allora prego sempre».

Come si accorse di essere malato?

«Dal sangue nelle urine. Il professor Pagani mi spiegò che quello era un segnale quasi sempre inequivocabile della malattia. Da allora, nelle mie dichiarazioni pubbliche, raccomando sempre i controlli e grazie a Dio vengo ascoltato. Tempo fa, dopo uno mio spettacolo a teatro, un signore del  pubblico venne a trovarmi in camerino e mi ringraziò. Era riuscito a prendere in tempo la mia stessa malattia perché aveva letto di quel sintomo in una mia intervista. Anche la moglie di un medico mi fu grata: conoscendo la mia storia clinica, aveva convinto il marito a effettuare un controllo. Si sa che i bravi medici a volte sono pessimi pazienti (ride di gusto, ndr)]».   

Quali sono le sue preghiere?

«L’Ave Maria, il Padre nostro e la Preghiera del cuore (d’antica tradizione eremitica è da ripetersi come un Rosario al tempo del respiro. La formula è: “Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore”, ndr).

Esiste un suo luogo privilegiato in cui si raccoglie?

«No, penso si possa pregare ovunque. Quando trovo una chiesa aperta, mi capita di raccogliermi lì, ma anche a casa dico dieci Ave Maria di seguito».  

Che cosa prova mentre prega?

«La preghiera per me è come un’eterna rinascita, dopo mi sento leggero, scompaiono i brutti pensieri, le malinconie, le paure».

Nella sua vita, che posto ha la Madonna?

«Quando penso a Lei, mi viene in mente una figura materna, pregarla mi fa sentire meglio, anche se non le chiedo mai nulla».

Forse perché Maria sa già cosa è giusto per noi?

«Sì come una madre che ci capisce al primo sguardo perché ci conosce da sempre».

Ha visitato dei santuari dedicati alla Madre celeste?

«Mi sono recato a Lourdes. Rimasi colpito dall’enorme concentrazione di alberghi, segno della devozione di massa, continua e costante. Poi ho pregato nella grotta di Massabielle. Lì ho incontrato un sacerdote di ritorno dalla Palestina, dove era stato fatto prigioniero, il suo racconto mi colpì tantissimo. Questi uomini di fede rischiano ogni giorno il martirio per la loro missione».

Dopo quattordici anni di matrimonio civile, con sua moglie Victoria Zinny vi siete sposati in chiesa. Come mai?

«A seguito dell’operazione di tumore, ho capito che per legge eravamo sposati, ma dopo la nostra morte, non lo saremmo stati. Nel 1996, abbiamo deciso di unirci in matrimonio davanti a Dio per rendere eterna la nostra unione. Ci siamo sposati a Roma nella parrocchia di santa Maria dei Monti, un luogo sacro con una bellissima storia legata alla Madonna. Qui vi era un antico monastero delle clarisse. All’inizio del 1300, una sala venne affrescata con un’immagine di Maria e del bambino Gesù. Quando le clarisse se ne andarono, la sala dell’affresco venne utilizzata come fienile. Durante il terremoto del 1579, l’edificio fu colpito da numerose scosse e dei testimoni sentirono una voce femminile che pregava di non fare del male al bambino. La notizia si diffuse per Roma e richiamò tantissimi fedeli, avvennero molti miracoli. La devozione popolare convinse papa Gregorio XIII a conservare l’affresco nella nuova chiesa in cui si trova tuttora».  

Cosa ricorda del giorno delle sue nozze?

«Con mia grande gioia, officiò la cerimonia padre Andrea, un sacerdote a cui sono particolarmente legato per la sua sagacia e per la sua schiettezza. Nelle sue omelie ricordava sempre che “i primi farisei siamo noi”. Fu un matrimonio indimenticabile. Al posto del solito banchetto nuziale, Victoria e io abbiamo preferito offrire agli amici e agli abitanti del nostro quartiere un semplice rinfresco a base di porchetta di Ariccia e di vino dei castelli romani».

Che ne pensa di papa Francesco?

«Apprezzo tantissimo la sua semplicità: non ama farsi baciare le mani, come mezzo di trasporto utilizza una semplice utilitaria. Condivido sempre quello che fa e che dice,  anche se alcune frange ecclesiastiche non la pensano come me. E poi è argentino, come mia moglie». 

Le piacerebbe interpretare ancora il ruolo di un Santo?

«Sì, anche se si tratta di una parte molto complessa. In un film tv ho interpretato la parte del venerabile Pio XII, in un cortometraggio San Leonardo Murialdo di Torino, amico di don Bosco».

Come mai lo ritiene un ruolo difficile?

«Un santo crede profondamente e imposta la sua vita sulla fede. A volte mi manca questa certezza».   

I santi però non sono perfetti. Hanno commesso anche loro degli errori, ma poi se ne sono pentiti e non li hanno ripetuti…

«Sì, è vero. I dubbi fanno parte della natura umana, d’altronde come scrisse Pio II: “chi più sa più dubita”». 

I suoi progetti futuri?

«Ho appena terminato al Teatro dell’Opera di Roma cinque rappresentazioni di Zaide, basato sull’opera incompiuta di Mozart di cui esisteva solo la parte musicale. Italo Calvino  scrisse il libretto per collegare i vari passaggi suonati. Dovevamo fare sei repliche, l’ultima è saltata a causa delle nuove restrizioni Covid. Ora sto girando un mediometraggio per l’Unicef del regista Claudio Rossi Massimi, dal titolo Il diritto alla felicità di cui, in un momento difficile come questo, ne abbiamo tutti tanto bisogno».

Corrado Occhipinti Confalonieri  

 
 
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