logo san paolo
mercoledì 08 dicembre 2021
 
 

Respingimenti, Italia condannata

24/02/2012  La sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo contesta al nostro Paese numerose e gravi violazioni. E impone il risarcimento delle vittime.

(Ansa)
(Ansa)

Italia condannata. La sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha stabilito che il nostro Paese non poteva mettere in atto respingimenti collettivi verso la Libia.

     Il caso specifico era nato da un ricorso ai giudici comunitari (denominato "Hirsi e altri contro Italia") sulla vicenda accaduta il 6 maggio 2009, quando a 35 miglia a Sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane avevano intercettato un’imbarcazione con 200 persone a bordo di nazionalità somala ed eritrea. Tra questi c’erano anche bambini e donne in gravidanza.

      I migranti erano stati trasbordati su navi italiane e riportati in Libia contro la loro volontà. Non solo. Anche senza che gli stranieri fossero prima identificati e ascoltati. Inoltre, non era stata fornita loro alcuna informazione sul fatto che sarebbero stati riaccompagnati nel Paese di provenienza.

     La procedura usata dal nostro Paese implica ovviamente che non fosse stato nemmeno verificato il diritto a chiedere asilo politico o un’altra forma di protezione umanitaria.

     La pratica dei respingimenti, come si ricorderà, era frutto degli accordi siglati fra il governo Berlusconi e quello di Gheddafi. Ebbene, la Corte europea ha dato ragione ai ricorrenti eritrei e somali. L’Italia è stata condannata per la violazione dell'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, che concerne i trattamenti degradanti e la tortura. Il nostro Paese, dicono ancora i giudici, ha violato il divieto alle espulsioni collettive, nonché il diritto delle vittime di presentare ricorso a un tribunale italiano.

     Il ricorso è stato presentato da 24 migranti. L'Italia ne dovrà risarcire 22 (con 15 mila euro più le spese processuali), perché due dei ricorsi sono stati giudicati inammissibili.

     «È una sentenza storica», ha dichiarato l’avvocato Giulio Lana, legale dei ricorrenti insieme al collega Andrea Saccucci (entrambi sono membri del direttivo dell’Unione forense per i diritti dell’uomo), «con ripercussioni importanti. Il Governo Monti dovrà innanzitutto prendere atto della sentenza e rinegoziare il trattato con la Libia. Ma la vicenda travalica i confini nazionali: anche a livello internazionale si dovrà tener conto che i respingimenti collettivi non si possono più fare».

(Ansa)
(Ansa)

Sono circa mille, secondo le stime dell'Hcr, l’Alto Commissariato per i rifugiati, i migranti – i incluse donne e bambini – che sono stati intercettati dalla Guardia costiera italiana e forzatamente respinti in Libia senza che fossero verificati i loro bisogni di protezione.

     La sentenza, spiega in una nota il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), ha dato ragione a 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei, rintracciati e assistiti in Libia dalla stessa associazione dopo il loro respingimento, che hanno presentato il ricorso contro l'Italia alla Corte Europea. Si trattò, allora del primo episodio di respingimento a cui, com’è noto, ne seguirono molti altri.

     La Corte – sottolinea il Cir – per la prima volta ha equiparato il respingimento collettivo alla frontiera e in alto mare alle espulsioni collettive nei confronti di chi è già nel territorio. Inoltre, l’organo di giustizia europeo ha ricordato che i diritti dei migranti africani in transito per raggiungere l'Europa sono in Libia sistematicamente violati, senza contare che il Paese africano non ha offerto ai richiedenti asilo un'adeguata protezione contro il rischio di essere rimpatriati nei Paesi di origine dove rischiavano la morte o la persecuzione.

     Anche l’Hcr ha commentato la decisione della Corte: «Questa sentenza costituisce un'importante indicazione per gli Stati europei circa la regolamentazione delle misure di controllo e intercettazione alla frontiera», ha detto Laurens Jolles, rappresentante dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati per il Sud Europa. «Ci auguriamo che rappresenti un punto di svolta per ciò che riguarda le responsabilità degli Stati e la gestione dei flussi migratori».

     «Le misure di controllo alla frontiera non esonerano gli Stati dai loro obblighi internazionali», ha sottolineato Jolles, «l’accesso al territorio alle persone bisognose di protezione dovrebbe pertanto essere sempre garantito».

     Moltissime sono state le reazioni alla notizia della condanna all’Italia. Secondo le Acli, ad esempio, «viene condannato il governo italiano, ma vince lo spirito della nostra Costituzione, nonché la tradizione del popolo italiano, quella di un paese accogliente che non respinge i disperati in mare consegnandoli ad un tragico destino».Per Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli, si tratta di «una censura gravissima per il governo che commise quell’errore e per quelle forze politiche che non solo difesero ma si fecero vanto di quei respingimenti, condannati immediatamente da tutte le organizzazioni umanitarie. Viene finalmente ristabilita, a livello internazionale, la centralità dei diritti umani fondamentali».

     «Quei 200 somali e eritrei rimandati in Libia», ha detto ancora Olivero, «furono abbandonati a un destino tremendo. È la tragica conferma che la demagogia al potere non è mai innocua ma produce errori ed orrori, come in questo caso».

     Amnesty International, da parte sua, ha definito «una pietra miliare» la sentenza emessa oggi dalla Corte europea dei diritti umani, e ha anche ricordato che l’azione delle autorità italiane «aveva costituito l’avvio di una politica di respingimenti che aveva attirato numerose condanne e aveva rischiato di compromettere i principi fondamentali del diritto internazionale nell’ambito dei diritti umani».

     Il commento di Guido Barbera, presidente del coordinamento di Ong Solidarietà e Cooperazione Cipsi, punta invece a sottolineare che non si tratta solo di una condanna all’Italia ma anche «a tutte quelle politiche sbagliate che non riconoscono la centralità della dignità umana e i diritti di ogni essere umano. Valori che sono alla base della civiltà e della convivenza dei e tra i popoli».

     «Questa sentenza», ha detto ancora, «rispecchia e ribadisce quanto il nostro coordinamento, insieme a molte altre voci della società civile e dell’associazionismo, aveva denunciato all’epoca dei fatti. Chiediamo, ora, una nuova politica dell’integrazione sociale in grado di recuperare i principi e i valori che hanno da sempre contraddistinto l’Italia per l’accoglienza e la solidarietà, la libera circolazione, l’asilo politico e la tutela della vita».

     L’Ong internazionale Save the Children, nella sua presa di posizione, ha ricordato i tragici numeri della scelta dei respingimenti: «Tra il 5 maggio e il 7 settembre 2009 sono stati 1.005 i migranti ricondotti in Libia nell’ambito di 8 operazioni effettuate dall’Italia (in particolare, 883 persone attraverso l’attività congiunta libico-italiana e 172 intercettate e riportate in Libia dalle autorità libiche stesse».

     L’organizzazione di solidarietà internazionale sottolinea che un numero non quantificabile di migranti respinti era costituito da minori, come attestato anche da fonti dell’Onu e confermato dal monitoraggio dei flussi migratori arrivati via mare attraverso la frontiera Sud dell’Italia svolto dalla stessa Ong nel periodo immediatamente precedente all’inizio dei respingimenti.

     Secondo i dati raccolti, i minori stranieri non accompagnati arrivati via mare a Lampedusa da maggio 2008 ad aprile 2009, sono stati infatti 2.191, di cui 314 quelli accompagnati, con una media per sbarco di circa 6 minori e picchi che in alcuni casi hanno raggiunto anche 42 minori su un totale di 234 migranti.

     «Save the Children», ha dichiarato il direttore generale Valerio Neri, «ha ripetutamente condannato le operazioni di respingimento che hanno violato i diritti fondamentali di tutti i migranti coinvolti e infranto il divieto di espulsioni collettive. Non possiamo non ricordare le terribili testimonianze raccolte direttamente dai minori sbarcati a Lampedusa sulle condizioni di estrema deprivazione e violenza vissute nei centri di detenzione in Libia dove, secondo le fonti più accreditate, sono stati condotti i migranti respinti in mare dalle Autorità italiane».

(Ansa)
(Ansa)

La condanna della pratica “disumana e illegale” dei respingimenti deve avviare un ripensamento radicale delle politiche europee, fondate finora su un assurdo approccio repressivo: questa la posizione – espressa all’agenzia di stampa Misna – di Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas Italia, dopo la sentenza della Corte europea di Strasburgo.

     «Il verdetto», ha sottolineato Forti, «è l’ultima conferma che i respingimenti in mare violano il diritto internazionale e interno: si tratta di una pratica del tutto illegale che ha colpito per di più chi partiva da Paesi come la Libia, dove i migranti erano privi di qualsiasi protezione e destinati solo alle carceri».

     «È significativo», ha aggiunto il responsabile immigrazione di Caritas Italiana, «che il verdetto della Corte sia giunto nel giorno della conferenza di Londra sulla Somalia, il Paese da dove provenivano molti dei migranti respinti il 9 maggio 2009: vanno bene i piani internazionali, ma per chi fugge dalla guerra nel Corno d’Africa ci vuole anche un impegno concreto dei governi per garantire i diritti dei più deboli».

     Il responsabile di Caritas chiede accordi con i Paesi di origine e transito dei flussi, diversi però da quelli sottoscritti tra Italia e Libia che permisero i respingimenti.

     Sulla sentenza della Corte europea arrivano reazioni anche dal mondo politico. Jean Leonard Touadi e Roberto Zaccaria (Pd) parlano di «colpo mortale alla politica di centrodestra».
«La condanna unanime dei respingimenti adottata dalla Corte di Strasburgo», hanno dichiarato i due onorevoli in una nota, «rappresenta l’ennesimo colpo, ci auguriamo definitivo, alla politica migratoria costruita in questi anni dai governi Berlusconi, fondata sul disprezzo dei diritti umani e sull’irrazionalità giuridica. Da oggi si cambi definitivamente strada, a cominciare dai nuovi accordi che il governo si appresta a stipulare con le autorità libiche».

     «Prima era toccato all’aggravante di clandestinità, al divieto di matrimonio con irregolari e, recentemente, al reato di immigrazione clandestina», hanno aggiunto. «Niente si può salvare dell’esperienza legislativa ed amministrativa dei governi di centrodestra sull’immigrazione. È giunto invece il momento di ricostruire la politica migratoria dell’Italia, senza buonismo né cattivismo, ma con razionalità e rispettando i diritti fondamentali di ogni individuo».

     Patrizia Toia, anche lei deputato del Pd, ha ricordato di aver «cercato mille volte, inutilmente, di fronte alla protervia quasi compiaciuta del governo italiano di allora, di dar voce a quella povera umanità in gran parte composta da donne anche incinte e da minori».

     «Finalmente giustizia», ha aggiunto. «Abbiamo condannato a gran voce quelle vicende tacciando il governo italiano di allora di ferocia e ingiustizia perché la lesione dei diritti fondamentali era arrivata al punto di mettere a rischio la vita delle persone in mare. Gente che aveva percorso per mesi il continente africano col miraggio di un imbarco sulle coste della Libia. Donne che erano state imprigionate nei campi di raccolta, spesso vittime di stupro e di violenze. Ma neanche di fronte a tanta evidente sofferenza e a persone che erano chiaramente vittime e non criminali, neanche di fronte a tutto questo, l’ottusa durezza del governo si era fermata. E molte persone probabilmente sono morte, mentre altre sono ritornate all’inferno da cui erano scappati. Nessuna sentenza ripagherà mai queste vittime, ma almeno la giustizia si è espressa affermando un principio e speriamo che ciò sia da deterrente per il futuro».

I vostri commenti
4

Stai visualizzando  dei 4 commenti

    Vedi altri 20 commenti
    Policy sulla pubblicazione dei commenti
    I commenti del sito di Famiglia Cristiana sono premoderati. E non saranno pubblicati qualora:

    • - contengano contenuti ingiuriosi, calunniosi, pornografici verso le persone di cui si parla
    • - siano discriminatori o incitino alla violenza in termini razziali, di genere, di religione, di disabilità
    • - contengano offese all’autore di un articolo o alla testata in generale
    • - la firma sia palesemente una appropriazione di identità altrui (personaggi famosi o di Chiesa)
    • - quando sia offensivo o irrispettoso di un altro lettore o di un suo commento

    Ogni commento lascia la responsabilità individuale in capo a chi lo ha esteso. L’editore si riserva il diritto di cancellare i messaggi che, anche in seguito a una prima pubblicazione, appaiano  - a suo insindacabile giudizio - inaccettabili per la linea editoriale del sito o lesivi della dignità delle persone.
     
     
    Pubblicità
    Edicola San Paolo