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mercoledì 26 gennaio 2022
 
 

Restare uniti nella Siria in fiamme

19/07/2012  Si chiama “Mussalaha”, “Riconciliazione”: cerca di tenere vivo lo spirito di coesione che «non è sparito all’improvviso dal cuore e dalla mente dei siriani», dice padre Michel Naaman.

Mentre a Damasco si spara e si muore, mentre cadono “teste eccellenti” del regime, nella Siria delle piccole città e dei villaggi, ad Est come ad Ovest del Paese si prova già a pensare al domani. E si percorrono strade coraggiose di riconciliazione. Si prova, cioè, a ricostruire un tessuto di relazioni sociali e intercomunitarie sfilacciato in sedici mesi di conflitto civile.

Il mosaico etnico-religioso della società siriana è vasto e composito: a tribù arabe e beduine, a comunità sunnite e sciite, cristiane, alauite, curde, si aggiungono curdi, drusi, armeni ed ebrei: e nessuna comunità conta più del 15% della popolazione, sebbene l’Islam sunnita sia religione di riferimento per l’85% dei siriani.
Ogni comunità, poi, è un contenitore eterogeneo di differenze e specificità culturali e sociali. C’è un potenziale esplosivo di frammentazione e settarismo che rappresenta, dunque, un incubo da scacciare, nel nome del pluralismo che da sempre ha caratterizzato la società siriana, fondata su un patto di convivenza e solidarietà. Per questo, dietro le quinte di una guerra civile che ha spaccato il paese fra “lealisti” e “rivoluzionari”, una iniziativa spontanea della società civile, chiamata “Mussalaha” (“Riconciliazione”), cerca di far rivivere quello spirito de convivialità che «non è sparito all’improvviso dal cuore e dalla mente dei siriani», dice padre Michel Naaman, sacerdote siro-cattolico di Homs, città roccaforte dei ribelli e teatro per mesi di violenti scontri.

Il movimento, interreligioso e trasversale, ha preso piede nonostante la guerra civile, riunendo leader civili e religiosi, capi delle comunità, notabili e rappresentanti delle professioni. Ha trovato l’appoggio degli anziani e dei capi delle famiglie e dei clan sui cui è basata la società siriana, organizzati secondo un antichissimo “codice non scritto” che regola rapporti economici, sociali e politici. Nata “dal basso”, come tentativo trasparente e indipendente, “Mussalaha” ha puntato sul “dialogo interno” fra le diverse componenti della società siriana: «I giovani rivoluzionari sono figli delle famiglie siriane, legate da rapporti secolari», ha spiegato padre Naaman. Quelle stesse famiglie si sono ritrovate divise fra i due fronti del conflitto e l’urgenza è, dunque «ritrovare l’unità». «Il fine è solo la salvezza di vite umane, la riconciliazione, l’unità e la fratellanza del popolo siriano», nota il sacerdote.

Grazie all’impegno di un Comitato della “Mussalaha” – ha riferito l’Agenzia Fides – nelle ultime cruente settimane oltre 60 civili, in maggioranza cristiani, hanno lasciato la città martoriata di Homs e sono stati tratti in salvo. Una delicata operazione, possibile per un accordo bilaterale fra le forze governative, che assediavano la città, e le fazioni dei rivoluzionari armati:un risultato insperato. Il movimento, con il passare dei giorni, ha incontratoil favore dei leader delle Chiese, come il Patriarca greco-melchita Gregorio III Laham, il Vicario Apostolico di Aleppo, Giuseppe Nazzaro, l’Arcivescovo maronita di Damasco, Samir Nassar. E i suoi rappresentanti hanno incontrato anche Ali Haidar, Ministro per la riconciliazione nazionale, membro dell’ultimo gabinetto Assad, esponente del “Syrian Social Nationalist Party”, partito di opposizione “morbida” al regime. Questi legami, in un primo tempo, hanno suscitato diffidenza nell’opposizione siriana, che temeva “Mussalaha” fosse una “operazione di facciata”, promossa dal regime.

Ma il dialogo e la riconciliazione non possono, per loro stessa natura, tagliare fuori nessuna delle parti. Cosi anche i rivoluzionari sembrano ora convinti si tratti di un tentativo comunque prezioso: «La riconciliazione è molto importante», concorda George Sabra, cristiano, portavoce del Syrian National Council, la coalizione dell’opposizione siriana. «E’ la via per l’unità nazionale e serve ad evitare i rischi di una ‘libanizzazione’ della Siria». Il punto, infatti, è evitare che, caduto il regime, si inneschi la spirale delle vendette incrociate, che potrebbe portare alla disintegrazione di quel “patto sociale” fondamentale. «Nelle differenze e nel pluralismo, il popolo siriano deve restare unito». E’ l’auspicio degli insorti. Ma il cammino per mantenere l’unità sarà irto di pericoli e di provocatori.

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