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domenica 24 ottobre 2021
 
Politica e spese militari
 

Rete Disarmo: sia il Parlamento a decidere

18/03/2014  Il 19 marzo si riunisce il Consiglio Supremo di Difesa, convocato dal Presidente della Repubblica. Rete Disarmo è preoccupata dal fatto che l’organismo si sostituisca alle Camere nelle decisioni: «Spetta al Parlamento indicare qual è il Modello di Difesa del nostro Paese. E prendere decisioni, anche sugli F-35».

Il presidente Napolitano ha convocato per il 19 marzo il Consiglio supremo di Difesa. Tra i punti previsti all’Ordine del giorno, anche quello sulle “criticità relative all’attuazione della Legge 244 di riforma e impatto sulla Difesa del processo di revisione della spesa pubblica in corso”.

La 244 è la legge che ha introdotto un maggior controllo delle Camere sulla spesa militare. Proprio mentre si parla di tagli, la Rete Disarmo chiede che sia il Parlamento «a indicare cosa vuol dire oggi, nel 2014, difendere la patria».

Ne parliamo con Francesco Vignarca, portavoce della Rete.

– Perché siete preoccupati di questa convocazione?

«Il Consiglio di Difesa è un organo consultivo che si riunisce in media due volte l’anno; finora non ha avuto potere decisionale, ma l’anno scorso, dopo che il Parlamento aveva chiesto maggiori indagini conoscitive sugli F-35, ha detto che “tale facoltà non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo”. Ecco, noi chiediamo che sia il Parlamento a decidere sulla titolarità della spesa militare. Ai sensi della nostra Costituzione, nessuno ha “diritto di veto”, ma il Parlamento ha il “dovere di voto”. Nella convocazione del Consiglio supremo, si parla poi di “impatto sulla Difesa” della revisione della spesa pubblica in corso: speriamo non si tratti della solita lamentela delle forze armate senza soldi, perché dal 2008 ad oggi, a differenza di scuola, sanità e altri comparti, i fondi per la spesa militare non sono mai stati tagliati, rimanendo sempre tra i 23 e i 24 miliardi di euro l’anno».

– Perché è importante discuterne in Parlamento?

«Il ministro Pinotti ha recentemente detto che, prima di decidere, “bisogna chiedersi che difesa vogliamo, quale tipo di protezione ci può servire”. Ad oggi, l’Italia non ha un Modello di Difesa, serve quindi indicarne gli obiettivi e agire di conseguenza. Cosa vuol dire nel 2014 difendere il territorio e la patria? Questo dibattito va fatto in Parlamento, coinvolgendo l’opinione pubblica e considerando il momento storico in cui viviamo, in cui nelle scuole italiane bisogna portare la carta igienica da casa».

– Vi preoccupa il riferimento alla Legge 244, perché temete una limitazione al ruolo del Parlamento: cosa sta facendo sul tema?


«Dagli anni ‘80, il Parlamento discuteva in generale e dava un via libero preventivo all’acquisto di armi, delegando poi tutto alla Difesa. Non aveva più voce in capitolo, neanche in caso di modifiche dei tempi e dei costi. Ora, la Legge 244 prevede invece dei primi meccanismi di controllo sulle acquisizioni armate. A differenza delle scorse legislature, la Commissione Difesa della Camera, anche grazie a parlamentari più competenti, ha positivamente iniziato a occuparsi delle spese militari con un’inedita azione approfondita. È un cambio di rotta: da passacarte a luogo di lavoro, come ha notato anche Defense News, paragonandola alla Commissione americana. Si tratta quindi di un’azione da ampliare e consolidare, non bloccarla con veti di organi che non hanno competenza legislativa o esecutiva in merito. Chiediamo piuttosto al Consiglio supremo di fornire ai parlamentari dati completi e non in ritardo: l’ultimo Documento di Programmazione Pluriennale è dell’aprile 2013, con dati aggiornati a fine 2011, senza fornire nelle schede di ciascun sistema d’arma dettagli utili a un’analisi seria. Si pensi ad esempio il programma Eurofighter, con un costo aumentato di oltre 3 miliardi in un anno, senza che sia stata fornita alcuna giustificazione».

– Il Governo Renzi ha annunciato il dimezzamento dell’acquisto dei 90 caccia F-35, con un risparmio di mezzo miliardo l’anno. Tra le idee, si parla della vendita della Garibaldi, prima portaerei italiana a entrare in servizio dopo il divieto imposto dai trattati di pace, che ha da poco superato i 30 anni di attività. Cosa ne pensate?

«Si tratta di un ottimo annuncio, ma aspettiamo i fatti. Per gli F-35 è una presa di posizione nuova e importante, anche se il nostro obiettivo rimane la cancellazione totale, quota “zero caccia”, o solo i 6 che abbiamo già acquistato. La riconversione della spesa militare non deve fermarsi solo a questo: come si legge nel Rapporto 2014 della Campagna Sbilanciamoci (che tradizionalmente indica alternative concrete nella Legge di Stabilità), si potrebbero ricavare già per quest’anno oltre 4 miliardi di risorse pronte a un uso differente, che invece spendiamo per le indennità agli ufficiali anche dopo il ritorno dal servizio, o per i sommergibili U212. Ma si torna al ragionamento precedente: discutiamo su quale sistema di difesa vogliamo e poi decideremo conseguentemente».

– Nel frattempo, che decisioni hanno preso negli Stati Uniti sugli F-35?

«Il quantitativo dei caccia è già stato ridotto del 20%, con previsione di tagli ancora più consistenti per il prossimo quinquennio. La riduzione deriva da problematiche tecniche, in particolare quelle riguardanti le paratie (la metà trovate con guasti e che dovranno essere ridisegnate) e il motore, anche esso da ridisegnare dopo rotture nei test a terra».

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