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lunedì 22 luglio 2024
 
politica
 

Riccardi: vi spiego perché De Gasperi è un uomo del nostro tempo

21/08/2015  Il fondatore della Comunità Sant'Egidio spiega l'attualità dello statista trentino in margine alla "lectio magistralis" di monsignor Nunzio Galantino deidicata a uno dei padri costituenti della nuova Italia e dell'Europa

(Nella foto: lo storico Andrea Riccardi)



“Tornare a rileggere De Gasperi per noi è molto importante per comprendere come si muove la politica italiana” spiega Andrea Riccardi, storico, accademico,  fondatore della Comunità Sant’Egidio, con un’esperienza di ministro della Cooperazione internazionale e dell’integrazione nel Governo Monti. “Bisognerebbe sempre confrontarsi con la storia. Il nostro tempo vive una scarsezza di visioni proprio perchè non ha una dimensione storica. Almeno in Europa, il continente storico per definizione, intriso di storia, la politica ha bisogno della storia. De Gasperi è il fondatore di una stagione politica che ancora viviamo: l’Italia repubblicana. Certo, era un altro tempo, il tempo del secondo dopoguerra: nulla si ripete, siamo nel tempo della globalizzazione, ma la vicenda umana e politica dello statista trentino è fondamentale per capire il futuro. Nella lectio magistralis del segretario dei vescovi italiani Galantino dedicata allo statista della Democrazia Cristiana questo lo si avverte con molta chiarezza”.

De Gasperi è stato anche uno dei padri costituenti del Paese e dell’Europa (insieme a Robert Schuman, Jean Monet, Altiero Spinelli e Konrad Adenauer ). Ma perché lo ritiene così cruciale a più di 60 anni dalla sua morte? Non fa parte di un passato che non ha mai conosciuto l’epoca della globalizzazione?

“De Gasperi è ancora attuale per numerosi motivi. L’Italia è un Paese in crisi di fare storia, anche se non ne abbiamo la consapevolezza”.

Che significa “in crisi di fare storia”?

Fare storia vuol dire fare emergere la realtà autentica di una nazione, di uno Stato, di una società, non solo per trarne esempi edificanti ma anche per  elaborare il presente,  liberandosi da alcune vicende mai chiarite o superate, “passato che non passa”, confrontandosi con gli avvenimenti del presente. Un Paese che rinuncia a una cultura storica è come un uomo che siede davanti al Colosseo e pensa che sia un palazzo semidistrutto. Noi abbiamo bisogno di questa realtà. Così come l’arte – si dice -  è il petrolio dell’Italia, la storia è la sua consapevolezza”.

Per i cattolici la storia è egualmente importante? Marc Bloch e Georges Duby sostenevano che il cristianesimo fosse una religione di storici, poiché parla di una fede basata su avvenimenti storicamente esistiti, posti tra “la caduta e il giudizio finale”.

“ Proprio per questo è ancora più importante.  Una religione storica protesa verso il futuro. Se noi perdiamo il senso della storia perdiamo il  senso della visione del futuro, dell’utopia, dell’escatologia. E’ questo il problema della nostra generazione. Siamo come gattini ciechi che si aggirano nel presente. Tornare a De Gasperi significa tornare alla storia. Non significa che la storia è  maestra di vita e via dicendo, ma vuol dire che bisogna recuperare una forte dimensione storica e geografica”.

Dovremmo tornare tutti a studiare la geografia?

“Il radicamento geografico del nostro Paese è importante perché la globalizzazione ci ha come delocalizzati. Il fatto che noi riceviamo notizie da Bangkok  e da New York in tempo reale ci pone in uno spazio senza radici, è come se noi vivessimo senza terra.  In realtà la dimensione geografia nel mondo globale è tanto rilevante”.

E perché?

“Perché il luogo dove siamo ci dice anche chi siamo. Questo è quel che è mancato in Italia: capire nel tempo della globalizzazione a che serve l’Italia. Queste sono le grandi domande da cui sorge anche la politica”.

 

La storia non si fa con i se. Però la tentazione è forte. De Gasperi come avrebbe affrontato il tema delle migrazioni?

“Non siamo in grado di dare una risposta sicura a una domanda del genere. Devo dire che De Gasperi voleva il superamento delle frontiere e lo ha dimostrato nell’idea di un’Europa unita. Il suo pensare trentino era un pensare europeo e poi un pensare italiano. La crisi dell’Europa di oggi è innegabile. Noi vediamo un’Italia con delle incredibili responsabilità nel Mediterraneo, responsabilità di vita e di morte, come non ha mai avuto da decenni. Che cosa vogliamo farne, che cosa vogliamo essere, a che serve l’Italia, come dice Lucio Caracciolo? Abbiamo a che fare con i grandi flussi migratori della Libia, con la tragedia della Siria, con i problemi della grande frontiera meridionale europea. Senza dimenticare che non è solo un problema italiano: pensiamo alle comunità turche e curde in Germania a o a quella magrebina in Francia. L’Europa è intrisa di Mediterraneo, anche quella che non sta sul Mare Nostro. Il Mediterraneo è la più grande frontiera europea. Dobbiamo dare all’Unione un nuovo slancio a partire dalla sua collocazione geografica e dalla sua storia. Senza Unione Europea, nel volgere di pochi decenni, i nostri Paesi europei diventeranno irrilevanti nel mondo, a fronte della grande Asia. Ma bisogna fare passi avanti come Europa.”.

La Russia fa parte idealmente dell’Europa?

“Con la Russia ci vuole un rapporto particolare, pensato e non emotivo, europeo, non solo la prospettiva dei Paesi dell’Est. Con la Russia è prevalsa un prospettiva da Est europeo e molto americana. De Gasperi invece nell’Italia sconfitta del Dopoguerra sentì la minaccia sovietica ma ebbe anche un rapporto realistico con Mosca”.

Nella sua “lectio magistralis” sullo statista trentino monsignor Galantino parla di politica orientata al bene comune, di cui si sono perse le tracce…

“Il discorso che monsignor Galantino fa sul recupero del bene comune è molto importante. Per un politico il bene comune non significa solo fare i propri interessi (quante volte il politico scambia i propri interessi per il bene comune) ma vuol dire avere una visione del bene del Paese di lungo periodo. Qui torniamo al tema della visione. Che oggi non abbiamo o abbiamo molto poco”.

Come si elabora questa visione?

“De Gasperi era l’espressione di una classe politica che si era forgiata nella durezza della Seconda Guerra mondiale, ma era anche l’espressione di un mondo collettivo. Pensiamo a come si era formata la classe dirigente democristiana e quella comunista.  La mobilitazione popolare e l’elaborazione culturale e politica, attraverso il dibattito delle idee, sono gli elementi che mancano alla classe politica di oggi. Questo è il problema: ritornare al cantiere di partecipazione politica e di elaborazione in modi nuovi, certamente. Il tecnicismo non è sufficiente a fare politica autentica, porta ad elaborazioni estremamente parziali. Tanti saperi parziali, tecnicalità… ma non una visione. Forse non è più il tempo dei partiti di ieri ma bisognerà pensare ai cantieri di domani. In questo senso misurarsi con de Gasperi  vuol dire ispirarsi e scegliere la nostra strada”.


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