logo san paolo
domenica 29 maggio 2022
 
 

Riccardo Moro: ecco l'emigrazione 2.0

08/10/2014  Anch'io sono un emigrante "part time": sto per mesi e mesi a Lima, poi torno nella mia Torino. In famiglia mettono il computer collegato con me all'ora di cena.

Anche il professor Riccardo Moro, economista ed esperto di questioni internazionali,  è un emigrato moderno. Nel senso che è costretto a stare a Lima per lunghi mesi, per via di un incarico conferitogli dalla Farnesina.  “Nel mio piccolo, pur considerandomi un privilegiato rispetto a chi perde il posto di lavoro, magari a 50 anni, ed è costretto ad andarsene via dall'Italia, capisco benissimo questa situazione perché la vivo sulla mia pelle. Sono costretto a trascorrere mesi in Perù con enormi difficoltà familiari.  Pensi che per alleviare il distacco all’ora di cena i miei, che stanno a Torino, piazzano un computer collegato con me tramite Skype nel posto dove solitamente siedo a tavola, per cercare di ricreare in qualche modo l’atmosfera familiare. E così partecipo alla cena di famiglia dall’altra parte del mondo, dove è mattina, fissando una telecamerina. Chissà quanti fanno come me, da un continente all’altro. A volte mi chiedo se avrei fatto una vita simile se nel mio Paese ci fossero state più opportunità, anche per noi docenti universitari”. 
E’ la globalizzazione, ovvero l'epoca dei grandi flussi migratori che si spostano lungo rotte intercontinentali, alla base di questo fenomeno? Vuol dire che anche l'Italia è contagiata da questa sorta di emigrazione 2.0?
 “Più che la globalizzazione, quel che emerge da questi dati è la crisi e soprattutto la paura che la crisi sta suscitando. Potrebbe voler dire che dopo qualche lavoretto precario e ricerche infruttuose i giovani decidono di andare all’estero”.
Siamo tornati al secolo scorso, alla grande emigrazione degli anni ’50 e addirittura a quella di inizio ‘900, al passaporto rosso e ai bastimenti che partono per l’America.
“Con qualche differenza significativa. In quella che lei definisce l'emigrazione 2.0, da parte dei giovani potrebbe esserci la volontà di mettersi in gioco per qualche tempo in una realtà diversa, anche per costruirsi un’esperienza formativa: imparare una lingua, farsi le ossa etc.  Ho anche l’impressione che per i giovani che vanno all’estero a cercare lavoro non si tratti di scelte permanenti”.
Significa che torneranno?
“Per i nostri che vanno via ho l’impressione che la scelta riguardi un  periodo relativamente breve: si va via e poi si vede che succede. Studio il fenomeno della povertà e le dinamiche dei flussi migratori provenienti dall’Africa, dall’Asia e dal Sud America. Per chi è venuto negli anni scorsi dal Sud del mondo è stato diverso: la maggior parte si è fermata in Italia attratta dalla possibilità di poter migliorare il proprio reddito e il proprio tenore di vita, magari continuando a inviare le rimesse a casa ai propri familiari”.
Nel secolo scorso invece gli italiani prendevano il bastimento per non tornare mai più. “Proprio così. Oggi la propsettiva dei giovani che hanno studiato (ma anche di coloro che non hanno studiato e magari si sono fermati alla scuola dell'obbligo) è diversa. Si chiedono perché continuare a lavorare nei call center o in altre aziende dove non possono fare progetti a lungo termine se invece è possibile fare un’esperienza all’estero, magari di pochi mesi, per migliorare l’inglese, farsi un baglio di incontri professionali, magari senza un programma preciso, insomma vedere gente e fare cose, come diceva Moretti in Ecce Bombo”.
Questo spiegherebbe l’Inghilterra come principale meta.
“Anche se l’Inghilterra non è più la terra delle opportunità. Ad ogni modo la situazione di chi ha meno di 40 anni è diversa da chi è costretto a emigrare a 50 anni, anche se per periodi di breve durata.” Questo alto tasso di emigrazione impoverisce il nostro Paese?
“Dal punto di vista squisitamente economico per certi aspetti lo arricchisce, poiché gli emigrati poi rimandano parte dei guadagni in Italia. E’ come se importassimo capitale umano. Ma da un altro punto di vista c’è un impoverimento perché coloro che se ne vanno via potrebbero essere una risorsa in Italia. Il nodo è quante di queste persone che vanno fuori sono legate ancora all’Italia o meno. Quanto più forte è la relazione anche finanziaria con l’Italia (parliamo di rimesse) tanto più questo è un arricchimento. Se invece non avviene, l’economia italiana si rimpicciolisce”.
Il saldo negativo legato all’immigrazione significa anche che non siamo più la terra delle opportunità?
“E’ triste che il nostro Paese non riesca a diventare terra di nuove iniziative, di nuove forme di sviluppo dell’economia. Però è così. Ci sono state altre epoche in cui i9n Italai c'erano dei veri e propri laboratori all'avanguardia dove i giovani crescevano e diffondevano il loro pensiero creativo. Il fatto che la gente vada via significa che oggi questa condizione non c’è. In termini ancora più ampi vuol dire che la nostra non è più terra di speranza. E allora è drammatico; vuol dire che la comunità sta morendo, che non siamo più capaci di guardare al nostro futuro perché non riusciamo a trovare la maniera di suscitare qualcosa di nuovo”.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo