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mercoledì 30 novembre 2022
 
Il futuro della sanità
 

Walter Ricciardi: "Grazie a Papa Francesco, il suo sostegno ai vaccini aiuta"

16/11/2021  Intervenuto al convegno sui sistemi sanitari organizzato da Fondazione Italia Salute il professore di Igiene alla Cattolica, consulente del ministero della Salute, ha sottolineato l'importanza della linea di papa Francesco sulla campagna vaccinale, analizzando il ruolo delle istituzioni politiche e religiose nell'orientare nel bene e nel male i comportamenti sulla pandemia

«Senza il sostegno delle istituzioni civili, e anche religiose, la scienza non cammina: dove la politica ostracizza il Comitato scientifico si muore. In alcuni Stati degli Usa, come il Midwest, sta diventando strutturale il problema degli orfani dei No-vax. Non ho citato a caso le istituzioni religiose: è stato importantissimo il sostegno di papa Francesco, il suo appoggio alla campagna di vaccinazione, la sua preghiera solitaria sotto l’acqua il 27 marzo 2020 è stato un messaggio fortissimo e positivo. Nell’Est dell’Europa, invece, dove la Chiesa ortodossa si oppone al vaccino stiamo assistendo a drammi enormi: in Romania non riescono più a seppellire». Lo ha detto Walter Ricciardi, Professore di Igiene alla Cattolica di Roma e presidente del Comitato scientifico della Fondazione Italia in Salute intervenuto al convegno L’Italia e l’Europa, il futuro dei sistemi sanitari dopo la pandemia, organizzato il 16 novembre 2021 dalla Fondazione presieduta da Federico Gelli.

Al convegno ha partecipato anche il ministro della salute Roberto Speranza, sottolineando l’importanza della lezione appresa dalla pandemia in fatto di coordinamento dei Sistemi sanitari: «La salute è stata a lungo considerata un problema regionale, la crisi del Covid ci sta insegnando invece che è giusta la direzione indicata da Ursula Von Der Leyen: gli stati nazionali devono avere il coraggio di cedere in materia sanitaria di un po’ di sovranità per riconquistarla a livello più alto».

«Le politiche per la salute», ha proseguito il ministro, «sono la prima mattonella della ripartenza economica, un Sistema sanitario forte non è un limite o una spesa ma un investimento, senza tenuta del Ssn non si riparte. Salvaguardare i principi essenziali che lo hanno ispirato, universalità, equità, eguaglianza, da difendere con ogni energia, ma in questo modello di fondo dobbiamo rendere migliore quello che non ha funzionato: serve un rafforzamento dell’assistenza territoriale, dell’assistenza domiciliare. Siamo ancora lontani dai migliori modelli internazionali. (…). La sfida dal Covid è ancora la grande questione di questi giorni: vediamo contagi crescenti in Europa e in Italia: abbiamo numeri migliori ma dobbiamo stare con i piedi per terra e insistere sulle vaccinazioni: l’86% degli over 12 ha avuto la prima dose, 84% ne ha avute due, oltre tre milioni hanno avuto il richiamo, decisivo nel proteggere di più, ma dobbiamo continuare con le prime dosi, contando sul ruolo dei medici nella persuasione. Dove le vaccinazioni sono alte il Covid circola meno, dove sono più basse della media Ue è facile andare fuori controllo. Ci aiuta avere tenuto le mascherine al chiuso e il distanziamento, dobbiamo insistere».

Sulla stessa lunghezza d’onda Paolo Gentiloni, commissario per gli Affari economici dell’Ue, che a proposito delle nuove restrizioni in Europa ha osservato: «Sul piano economico non avranno l’impatto dei precedenti lockdown sia perché sono più limitate, sia perché vaccini e green pass fanno sì che il nostro sistema si sia adattato, ma il rischio sanitario persiste e bisogna dare merito al fatto che il Governo italiano d’aver agito d’anticipo per esempio con la decisione difficile del green pass sui luoghi di lavoro. L’unica risposta è incrementare tassi di vaccinazione».

i temi ricorrenti nel convegno, cui hanno partecipato tra gli altri il Presidente dell’Istituto superiore di Silvio Brusaferro, Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni, la necessità di meglio integrare il Sistema sanitario nazionale con la medicina del territorio, anche oltre l’ottica emergenziale della pandemia, ma anche per gestire le future cronicità di una popolazione in progressivo invecchiamento, e – cosa non secondaria - la necessità di trovare una soluzione alla carenza di personale sanitario, destinata ad aumentare con i futuri pensionamenti, figlia di una programmazione strabica del passato, che non ha tenuto conto del tempo di ricambio e di formazione del personale che nel caso di un rianimatore richiede minimo 11 anni (sei di corso di laurea e 5 di scuola di specialità). «Non è che io non li assuma perché non voglio, è che non ce ne sono abbastanza», ha spiegato Fedriga. «Sarebbe scandaloso», si è chiesto Alessio D’Amato, assessore alla Sanità del Lazio, «Prenderli all’estero come fanno altri Paesi?».

 
 
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