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venerdì 10 aprile 2020
 
sanità in prima linea
 

Ricordiamoci dei medici e degli infermieri quando l'emergenza sarà finita

21/03/2020  Adesso è facile chiamarli eroi in questo tempo di "guerra", ricordiamoci di loro in tempo di pace, perché sono gli stessi che abbiamo visto aggredire nei pronto soccorso e accusare di malasanità prima di sapere come fossero davvero andate le cose.

Il Papa li ricorda nella sue preghiere a Santa Marta: «Hanno lasciato» dice «la vita al servizio degli altri». Ogni giorno se ne conta qualcuno, caduto sul fronte del covid-19 che ha un nome che sembra un’arma militare, mentre tanti altri combattono giorno per giorno. È facile adesso chiamare i medici e gli infermieri "eroi", in prima linea come sono davvero, con modalità da medicina da campo, sul fronte di una guerra contro un nemico invisibile con il quale si trovano a contatto più degli altri. Hanno chiesto a trecento di loro disponibilità a partire da altre regioni per andare a coprire l’emergenza in Lombardia, dove il coronavirus aumenta a dismisura le esigenze. Hanno risposto a migliaia. Un senso del dovere che ricorda altre stagioni drammatiche della storia d’Italia, i tempi in cui magistrati di altre regioni accettarono trasferimenti temporanei in Sicilia per indagare sulle stragi, in cui gli agenti di polizia si offrivano volontari a far servizio di scorta sui fronti caldi. Serve anche il coraggio fisico in certi momenti e si va dove serve, perché si lavora come si è.

Da dentro gli ospedali trasformati in terapie intensive e subintensive in ogni anfratto, con gli anestesisti che fanno sempre meno gli anestesisti – perché degli interventi chirurgici restano in piedi solo le urgenze – e sempre più i rianimatori, a prendere – come dicono loro- «vite per i capelli», fermo restando il dovere del riserbo, lasciano intendere che li tiene insieme e in piedi a resistere il senso di solidarietà tra tutti: il fatto che nessuno si tiri indietro e che si lavori uniti dandosi una mano dà la forza di andare avanti, anche se la fatica è tanta: peso fisico di turni che non finiscono mai e carico psicologico se possibile ancora maggiore. Lo dicono gli esperti, quelli di lungo corso, non solo i ragazzi che arrivano ora.

Ma proprio mentre dicono queste cose, talvolta solo con le loro facce stravolte, che parlano di senso del dovere e di passione per il lavoro, molto più che di eroismo parola che disturba i troppi cui la retorica non appartiene, abbiamo tutti il dovere di tenere a mente una cosa a futura memoria. Questo tempo passerà – si spera presto e riducendo al minimo il suo costo -, passeranno gli applausi alle finestre. Ma dopo toccherà a noi, passata la paura, non dimenticare che questi medici che adesso ammiriamo in guerra sono gli stessi che in pace abbiamo visto aggrediti anche fisicamente nelle notti del pronto soccorso o sbattuti in prima pagina con l’accusa di malasanità, spesso corrivamente, molto prima di aver capito com’era andata davvero, magari solo perché era partita una delle 35.000 denunce annue – non di rado temerarie - che alla fine si concludono nel 95% dei casi con un proscioglimento nelle aule di giustizia, perché magari chi è coinvolto scambia per un errore un miracolo mancato che dagli umani non si può pretendere.

Teniamo a mente che questi infermieri e operatori sanitari, che non possono passare inosservati per i volti segnati dalle mascherine, sono gli stessi cui abbiamo suonato un campanello per un passaggio in bagno di giorno e di notte, troppe volte senza un per favore e un grazie.

Come le altre cose umane la sanità è fatta di uomini, non di eroi da telefilm. Si stancano, hanno paura, soffrono, qualche volta anche sbagliano anche se si vorrebbe - loro per primi - che non succedesse mai. Mentre un effetto distorsivo fa sì che diventi notizia sempre e soltanto l’albero che cade, mentre la foresta che cresce di solito passa inosservata nella sua normalità. Ricordiamolo dopo, quando l’emergenza sarà passata, impariamo a chiedere che siano sempre messi in condizione di lavorare con le risorse, le protezioni, gli strumenti, la programmazione adeguati, impariamo a pretendere – da chi ha il dovere di governarla- che la sanità pubblica, di cui adesso capiamo in guerra l’importanza, sia gestita sempre con la massima trasparenza, sia affidata sempre ai capaci e ai meritevoli e preservata dagli appetiti della corruzione che distraggono risorse umane e materiali, che valgono vite.

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