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venerdì 10 luglio 2020
 
L'inchiesta
 

I carabinieri ai pm di Milano: «Rider fatti lavorare senza guanti e mascherine»

07/05/2020  La relazione del Nucleo Tutela del lavoro dell’Arma in Procura: «I lavoratori non sarebbero stati tutelati dai rischi di contagio del coronavirus da alcune società di delivery». Che replicano: «Abbiamo distribuito i dispositivi». Il sindacato dei fattorini: «Difficile anche ottenere il rimborso per chi li acquista da solo, senza sicurezza il servizio va fermato»

Quando l’Italia intera si era completamente fermata loro sono andati avanti a lavorare. A Milano, dove ce ne sono più di cinquemila, erano le uniche presenze in una città vuota e spettrale. I fattorini, a bordo delle loro biciclette, nella stragrande maggioranza dei casi senza guanti e mascherine, sfrecciavano ovunque per consegnare cibo e sacchetti della spesa. Ma le aziende di food delivery li hanno tutelati dal rischio contagio? La risposta è no, a parte qualche consegna, sporadica e insufficiente, di mascherine.

A dirlo è una relazione dei carabinieri del Nucleo Tutela del lavoro di Milano trasmessa alla Procura della Repubblica. La relazione è stata acquisita nell'ambito della più ampia indagine in corso sul fenomeno dei rider che fanno le consegne di cibo a domicilio, coordinata dal dipartimento guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano e condotta dalla squadra di polizia giudiziaria, assieme a Polizia locale, Ats e Ispettorato del lavoro. Si tratta di un’inchiesta “pilota” aperta per far luce sulla sicurezza stradale e sul lavoro dei fattorini-ciclisti, su violazioni delle norme igienico-sanitarie, ma anche su eventuali casi di sfruttamento, come il caporalato.

I carabinieri agli ordini del tenente colonnello Antonino Bolognani, Comandante del Nucleo Tutela del Lavoro dell’Arma di Milano, hanno verificato se le aziende di food delivery avevano adeguato il Documento valutazione rischi (DVR) al nuovo rischio biologico da Covid-19 chiedendo alle aziende di documentare le forniture dei dispositivi di protezione (Dpi) necessari (mascherine, guanti, gel igienizzante) a fronteggiare il contagio sia per i dipendenti, ma anche per gli impiegati alle consegne, ossia i rider, che a più riprese, tramite alcuni collettivi, hanno lamentato la mancanza di mascherine. Anche perché le loro attività rientravano tra quelle essenziali sulla base dei decreti governativi e potevano proseguire anche in pieno lockdown. Non su tutto il territorio nazionale però perché la Regione Campania ha stoppato il servizio di consegna a domicilio mentre in Lombardia, dove si concentra la stragrande maggioranza dei fattorini ed è anche la regione più contagiata, questo non è accaduto. «Abbiamo svolto le verifiche a partire da marzo su incarico della Procura», spiega Bolognani, «alla quale abbiamo trasmesso la relazione finale e ora valuterà come agire».

Dalle analisi dei militari è emerso, in sostanza, che Just Eat ha adeguato il DVR ricomprendendo i rider e inviando kit con mascherine e guanti, mentre Deliveroo e Foodinho Srl (società riconducibile a Glovo), stando alla relazione, non avrebbero adeguato il DVR per il Covid-19, omettendo la valutazione e l'analisi sull'esposizione al rischio per tutti i lavoratori, rider compresi. Deliveroo, stando sempre alla relazione, ha dato conto, però, di consegne di mascherine, di una policy per il rimborso sull'acquisto delle stesse da parte dei fattorini e di una campagna di distribuzione dei Dpi. Di consegne di mascherine ha riferito anche la Foodinho. Per gli inquirenti, tuttavia, si sarebbe trattato d’invii sporadici di dispositivi e queste società avrebbero considerato i rider come lavoratori autonomi e, dunque, prevenzione e rischi sarebbe stati rimessi a loro. Infine, i carabinieri hanno provato a richiedere documenti anche ad Uber Eats Italy, ma l'indirizzo di posta elettronica depositato all'Agenzia delle entrate e in Camera di commercio risultava inibito alla ricezione delle e-mail. E da accertamenti nella sede legale dichiarata non è stato possibile risalire a cassette postali, numeri telefonici o altri indirizzi. La società, sempre stando alla relazione, risulterebbe sconosciuta all'Inps. Gli inquirenti potrebbero contattare a questo punto la Camera di commercio per un'eventuale cancellazione dal registro delle imprese.

(Un rider al lavoro a Roma - foto Ansa)

  

La replica delle aziende non s’è fatta attendere. Deliveroo, in una nota, ha fatto sapere di aver «intrapreso numerose e importanti iniziative a sostegno dei rider» andando «ben oltre quello che è richiesto dalla legge per proteggere i rider durante questa crisi e di questo siamo orgogliosi. Siamo sempre stati aperti e trasparenti con le autorità riguardo le iniziative che stiamo portando avanti a sostegno dei rider e continueremo a farlo». Il DVR, fanno sapere, «è stato aggiornato sulla base delle nuove necessità, come richiesto dalla normativa. I legali che abbiamo consultato ci hanno confermato che il DVR è destinato al solo personale dipendente. Questa è una pratica comune per tutte le aziende. Per questo motivo non sono stati inclusi i rider che, come è noto, sono lavoratori autonomi». Ai rider, spiega ancora Deliveroo, «sono state destinate importanti iniziative per la loro tutela». Tra queste, il «rimborso dei dispositivi di protezione individuale». E mascherine sono state «distribuite direttamente da Deliveroo come iniziativa di responsabilità sociale, insieme alle altre piattaforme di AssoDelivery e abbiamo promosso iniziative analoghe di enti locali, come quella intrapresa dal Comune di Milano». E ancora: «Abbiamo istituito una specifica procedura per assicurare il distanziamento sociale di almeno un metro e l'assenza di contatto. La funzione viene implementata nell'app e comunicata a tutti i rider e clienti». Tutti i rider «che collaborano con Deliveroo hanno accesso gratuitamente ad un'assicurazione che li copre in caso di contagio da Covid-19».

Glovo ha replicato affermando di aver scelto «una distribuzione attiva dei Dpi nei punti nevralgici delle città che ci ha permesso di consegnare oltre 40.000 mascherine e guanti in lattice ai rider in servizio (distribuzione peraltro che prosegue) in modo rapido e capillare», anche se, sottolinea, «abbiamo dovuto scontare tempi di attesa più lunghi di quelli previsti, a causa delle difficoltà di rifornimento». Sui dispositivi di protezione individuale, spiega la società di delivery, «come tante aziende, abbiamo dovuto scontare tempi di attesa più lunghi di quelli previsti, a causa delle difficoltà di rifornimento di questo tipo di materiale. Un aspetto che abbiamo fatto presente tempestivamente sia alle istituzioni locali, sia a quelle centrali». Per quanto riguarda l’adeguamento del DVR al nuovo rischio biologico da Covid-19, chiarisce ancora Glovo, «non sono stati inclusi i rider, poiché la normativa in merito non prevede tale obbligo per i lavoratori occasionali e/o autonomi. Gli stessi svolgono i servizi di trasporto in regime di auto-organizzazione e sono responsabili ai sensi dell'art. 21, comma b) del D.Lgs 81/08 delle modalità con cui svolgono la propria attività».

Tra le numerose misure per ridurre i contatti tra rider e clienti, Glovo afferma di aver «attivato da subito il contactless delivery: una modalità di consegna che limita al massimo i contatti sia nella fase di ritiro che di consegna dell'ordine. Il sacchetto sigillato contenente l'ordine viene appoggiato da parte del ristoratore su un supporto esterno, mentre durante la consegna, avendo tolto la firma digitale, il cliente può accordarsi con il rider, al telefono o al citofono, per farsi recapitare il sacchetto davanti alla porta ed evitare un'altra occasione di contatto».

(4 maggio, alcuni fattorini in attesa del cibo da consegnare fuori da un locale a Milano)

  

La relazione dei carabinieri è stata accolta con amarezza da Angelo Avelli, portavoce di Deliverance Milano, il sindacato dei riders della città, che più volte durante il lockdown aveva chiesto al sindaco Sala e al governatore Fontana di bloccare le consegne perché senza i dispositivi di protezione il rischio contagio era troppo alto: «Avevamo denunciato sin dall’inizio che le piattaforme non avrebbero mai distribuito a tutti i riders i Dpi necessari, né avrebbero aggiornato il DVR oppure, come puntualmente poi è accaduto, avrebbero scaricato tutte le spese per acquistare guanti, mascherine e gel igienizzante sui fattorini considerati lavoratori autonomi. In realtà», spiega Avelli, «la legge n. 128 del 2019 e la recente sentenza del tribunale di Firenze dimostrano che ai rider va applicata tutta la disciplina dell’antinfortunistica e della sicurezza e che a pagare devono essere le aziende».

Alcune piattaforme hanno fatto sapere di aver messo a disposizione polizze assicurative in caso di contagio da Covid-19: «Deliveroo ha pensato a una copertura assicurativa che assegna 350 euro per ogni lavoratore contagiato in maniera lieve, 30 euro al giorno lorde se viene ricoverato e fino a 1500 euro se finisce in terapia intensiva. Tutto questo se viene accertato il contagio. Ma è un paradosso perché, prima, non si protegge il fattorino dal rischio di ammalarsi e, dopo, gli si offre un’assicurazione che, di fatto, è difficilissimo da avere».

E i rimborsi per l’acquisto in autonomia dei Dpi? Sulla pagina Facebook di Deliverance Milano è stata postata la risposta che i rider ricevono quando chiedono i Dpi o, in alternativa, di essere rimborsati della spesa sostenuta. Eccola: «Ti ringraziamo per aver scritto. Stiamo cercando di soddisfare tutti quelli che hanno compilato l’apposito modulo ma dato l’alto numero d richieste ricevute e la difficoltà nel reperire questi dispositivi, non possiamo garantirne la ricezione. Il rimborso (…) come ogni pagamento viene tassato sulla base del regime fiscale del rider». E conclude: «Qualora non ti sentissi nelle condizioni adatte allo svolgimento delle tue prestazioni, puoi sempre cancellare le sessioni prenotate».

Avelli spiega qual è, di fatto, la questione rimborsi «Per correre ai ripari Uber Eats e Deliveroo hanno messo a disposizione un rimborso una tantum di 25 euro per l’acquisto dei Dpi, peccato però che questo rimborso non si riesce a ottenere per lungaggini e ragioni burocratiche. Se, ad esempio, sullo scontrino c’è scritto “dispositivi medicali” rimborsano, se c’è scritto “mascherina o Amuchina” niente rimborso».

Nel replicare alla relazione dei carabinieri le piattaforme hanno annunciato di aver distribuito i Dpi ai fattorini: «Just Eat», risponde Avelli, «li ha consegnati solo ad alcuni e comunque sono insufficienti, Deliveroo li spedisce a domicilio a qualcuno ma non bastano, Uber Eats ne ha distribuiti pochissimi mentre Glovo ha lasciato guanti e mascherine in alcuni ristoranti con la possibilità per il fattorino di chiederle quando andava a ritirare il cibo da consegnare. Non c’è stata nessuna comunicazione formale, tutto lasciato al caso».

L’altro problema che segnala Avelli sono gli assembramenti, vietati per legge, fuori dalle catene di fast-food che hanno riaperto dal 4 maggio e utilizzano più di tutti il servizio di food delivery: «Nell’attesa di fare le consegne i fattorini sono tutti vicini e non riescono a rispettare la distanza di sicurezza. Fuori da alcuni ristoranti in pochissimi metri quadrati ci sono anche trenta colleghi. Per evitare tutto questo dovrebbe esserci un dipendente del ristorante a disciplinare la fila magari con una segnaletica ad hoc per i distanziamenti».

La richiesta di Avelli è chiara: «Chiediamo alle piattaforme di food delivery di sedersi attorno al tavolo con noi e discutere sui dieci punti che abbiamo indicato come prioritari per svolgere il servizio in sicurezza sia per i fattorini che per i clienti. Se non ci sono le condizioni, il servizio va sospeso perché il rischio contagio è alto».

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