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sabato 23 ottobre 2021
 
Rapporto annuale del Centro Astalli
 

Rifugiati e richiedenti asilo: è ancora emergenza

12/04/2014  Il Rapporto annuale del Centro Astalli evidenzia i drammatici effetti della crisi economica sull’accoglienza e la cura dei migranti forzati che approdano in Italia.

Un momento della presentazione del Rapporto del Centro Astalli, durante l'intervento del sindaco di Roma Ignazio Marino.
Un momento della presentazione del Rapporto del Centro Astalli, durante l'intervento del sindaco di Roma Ignazio Marino.

Ben 37 mila migranti forzati assistiti, di cui 21 mila solo nella capitale, e 713 vittime di tortura curate lo scorso anno grazie all’associazione Centro Astalli, ramo italiano del Jesuit refugee service che opera in otto città: da Trento a Palermo, da Vicenza a Catania, da Milano a Roma, da Padova a Napoli.

Sono alcune delle cifre contenute nel tredicesimo Rapporto dell’associazione, presentato a Roma. E i servizi di accoglienza sono resi possibili «da 486 volontari, oltre a 49 operatori professionali», precisa Berardino Guarino, direttore dei progetti targati Centro Astalli.

«La crisi economica continua a colpire in modo particolare i più vulnerabili. Anche persone che da tempo avevano intrapreso un percorso di autonomia sono state costrette a rientrare nel circuito dell’assistenza», osserva il gesuita padre Giovanni La Manna, presidente dell’associazione, precisando: «La permanenza nei centri di accoglienza continua ad allungarsi. Gli operatori continuano un lavoro intenso di orientamento degli ospiti, valorizzando le reti territoriali esistenti. Desta particolare preoccupazione il caso di quelle persone che hanno necessità di trovare lavoro al più presto anche per mantenere la regolarità del soggiorno: è il caso dei titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari o dei molti migranti neo-maggiorenni».

Nel 2013 allo sportello-lavoro dell’associazione si sono rivolte «molte donne, soprattutto africane, di età compresa tra i 40–50 anni, che vivono da molti anni in Italia, alla ricerca dell'ennesimo lavoro di assistenza agli anziani. Il lavoro di cura alla lunga è logorante e la maggior parte di queste donne arrivano a 50 anni con seri problemi fisici, che ostacolano la ricerca di una nuova occupazione e, più in generale, la loro vita quotidiana», evidenzia il Rapporto.

E le famiglie rifugiate «richiedono un’attenzione particolare. Il periodo medio di permanenza nel “Centro per famiglie Pedro Arrupe” ha ormai superato i 12 mesi. Sempre maggiori sono le difficoltà nel trovare un’occupazione e un appartamento in affitto, adeguato alle esigenze del nucleo familiare e a un prezzo sostenibile. Mancano sul territorio strutture di seconda accoglienza o di semi-autonomia dove si potrebbero accompagnare i nuclei familiari a una graduale autosufficienza. Un percorso quotidiano che si è fatto arduo anche per le famiglie italiane, che pure spesso possono contare su reti di sostegno parentali e amicali, diventa per le famiglie rifugiate una sfida impari.

Rifugiati accolti al Centro Astalli.
Rifugiati accolti al Centro Astalli.

Risorse pubbliche drammaticamente insufficienti

Drammatica la situazione delle vittime di tortura: quasi la metà di quelle seguite dal Centro di orientamento legale dell’associazione «ha dichiarato di vivere per strada (15%), in edifici occupati o di essere saltuariamente ospitati da amici e conoscenti (34%).

Spesso il disagio emerge anche nei centri di accoglienza: a “La Casa di Giorgia” un alto numero di ospiti sono risultate affette da problemi psichici anche gravi, conseguenze dei traumi e delle violenze subite, che necessitano di cure e assistenza specializzata».

Non solo, denuncia il Rapporto: «A causa degli ingenti tagli alla sanità, si è molto ridotta la capacità del territorio di fornire assistenza alle persone la cui salute mentale è duramente provata da traumi passati e presenti. Le risorse pubbliche per la salute mentale sono ormai drammaticamente insufficienti. Eppure un accompagnamento specifico e mirato potrebbe prevenire la maggior parte dei casi di acutizzazione e cronicizzazione, evitando che si creino casi paradossali e pericolosi di esclusione: un rifugiato che soffre di un disagio mentale grave, che non consente di condurre vita comunitaria, di fatto spesso finisce con l’essere completamente abbandonato a se stesso».

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