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sabato 08 agosto 2020
 
Giornata mondiale del rifugiato
 

Rifugiati, sopravvissuti ai nostri tempi

20/06/2013  Il 20 giugno ricorre la Giornata mondiale del rifugiato. Un'occasione per riflettere sul sistema dell'accoglienza in Italia e nel mondo: come funziona e come invece dovrebbe funzionare

20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato  

Albert Einstein lo era. Giuseppe Garibaldi, per un certo periodo della sua vita, lo è stato. Così come Enrico Fermi o Victor Hugo. Tutti rifugiati, i "grandi sopravvissuti dei nostri tempi" come li definì il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan quando, nel 2001, fu istituita la Giornata mondiale del rifugiato.

La scelta del giorno e dell'anno non furono affatto casuali. Il 20 giugno ricorreva già la Giornata africana del rifugiato e non è mai superfluo sottolineare quanti profughi africani siano stati costretti, nel corso della storia, a fuggire dal proprio Paese a causa di guerre o persecuzioni motivate da religione, razza o credo politico. Anche il 2001 aveva un forte valore simbolico: 50 anni prima infatti, nel 1951, era stata siglata la Convezione di Ginevra sullo status dei rifugiati e i principi che ne regolano, a livello internazionale, la protezione. Una giornata fortemente voluta dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e dalle tante organizzazioni non governative impegnate nella protezione e nell'assistenza ai rifugiati, perché l'opinione pubblica internazionale venisse sensibilizzata sul problema.

"In un'epoca di prosperità senza precedenti per alcuni" diceva sempre Annan nel 2001, "i rifugiati sono consapevoli che la soglia dell'accoglienza si sta restringendo. Le Nazioni che una volta aprivano le porte ai rifugiati ora le chiudono, mentre i Paesi poveri, che non potrebbero permetterselo, si fanno carico di un fardello sempre più grande".

Sono parole che potrebbero essere state pronunciate ieri, a scorrere i dati contenuti nel Rapporto 2013 sui rifugiati dell'UNHCR. Nel 2012 L'Alto commissariato ha calcolato 45 milioni di rifugiati in tutto il mondo, un numero che non veniva più raggiunto dal 1994.

Se non sorprende troppo che più della metà dei rifugiati nel mondo proviene da Paesi in guerra (Afghanistan, Irak, Siria, Somalia e Sudan), fa decisamente riflettere il dato riguardante i Paesi ospitanti: 4 rifugiati su 5 trovano ospitalità e protezione in Paesi in via di sviluppo, e ben 2,5 milioni di rifugiati sono stati accolti nei 49 Paesi più poveri della Terra.

Ma la fredda logica dei numeri spesso fatica a restituire la dimensione umana e il vissuto personale che si cela dietro ogni statistica, dietro ogni storia che ha costretto un essere umano a diventare un rifugiato.

E forse, in una Giornata voluta per sensibilizzarci sul tema dell'accoglienza ai rifugiati, per provare a comprendere basterebbe osservare una foto scattata nel campo profughi di Marj el Kok, nella Valle della Bekaa in Libano, dove ormai centinaia di migliaia di persone hanno trovato rifugio dalla sanguinosa guerra civile siriana.

Ci sono tantissimi bambini nei campi profughi, alcuni praticamente neonati come quello immortalato nella foto. Loro sono quelli "fortunati", quelli che sono riusciti a fuggire dall'orrore. Altri invece non ce l'hanno fatta: sono 6500 i bambini morti in Siria negli ultimi due anni, secondo le stime più recenti. "La tenda sembra enorme, ma in verità è lui che è piccolo, piccolissimo" dice Marco Perini, responsabile Avsi in Libano. "Avrà circa tre mesi e vederlo gattonare dal buio dell'interno verso la luce all'esterno fa un certo effetto. Viene da chiedersi: si accorgerà che lui, oggi 19 giugno 2013, è lì in un villaggio disperso della West Bekaa perché una guerra lo ha cacciato da casa sua?".

(Per rispondere all'emergenza dei profughi in Libano e Giordania, provenienti dalla Siria, Fondazione Avsi ha lanciato una campagna di raccolta fondi, che durerà fino al 31 agosto: #10for Syria. Per maggiori informazioni e per donare consultare il sito: www.avsi.org


 

Il sistema di accoglienza in Italia

  

Nel 2012 le domande di asilo presentate in Italia sono state 17 mila. Conclusa la fase emergenziale legata alle Primavere arabe nel Nordafrica, si è registrato un dimezzamento delle domande d'asilo rispetto al 2011. Nonostante ciò e a dispetto delle norme europee, che impongono di garantire forme materiali di accoglienza ai richiedenti asilo privi di mezzi di sostentamento, il sistema italiano fa acqua da tutte le parti.

In Italia un richiedente asilo dovrebbe essere accolto all'interno del Sistema SPRAR, un sistema di accoglienza diffusa che faciliti l'integrazione degli ospiti gestito dal ministero dell'Interno in convenzione con l'Anci. Ma i 151 Centri di accoglienza offrono solo 3700 posti e nemmeno il preventivato aumento a 5000 posti sarebbe sufficiente a far fronte alla domanda.

Chi ha presentato domanda d'asilo ma non trova posto nello SPRAR viene accolto nei CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo), centri gestiti direttamente dal Viminale attraverso le Prefetture. Ma la legge prevederebbe una permanenza nei CARA per un periodo non superiore ai 35 giorni, in attesa del passaggio nello SPRAR o solo nei casi in cui un richiedente asilo è stato fermato per aver eluso i controlli alla frontiera.

Infine, nei casi in cui né tramite il circuito SPRAR né attraverso il sistema dei CARA sia stato assegnato un posto al richiedente asilo, la legge prevede che le prefetture gli forniscano un contributo economico quotidiano. In realtà, la prassi nella gestione dell'accoglienza ai richiedenti asilo in Italia è molto, molto distante da quanto previsto dalla legge.

Secondo la legge, i CARA dovrebbero essere strutture adibite come detto a una permanenza temporanea e circoscritta nel tempo. Questi grandi complessi, infatti, sono stati allestiti in aree un tempo adibite a ben altre funzioni rispetto all'accoglienza dei richiedenti asilo: container e prefabbricati in ex zone industriali o in ex aree aeroportuali militari. Anzinché restarvi al massimo 35 giorni, molte persone vi rimangono anche più di un anno.

Le principali criticità, quindi, sono legate alle tempistiche di accesso, alla mancanza di un'adeguata informazione e, soprattutto, alla mancata tutela dei diritti. Il diritto all'accoglienza, infatti, dovrebbe scattare nel momento della presentazione della domanda d'asilo e non, come troppo spesso accade, quando questa viene verbalizzata in questura. E anche quando la richiesta arriva alla Prefettura, quando non ci sono posti disponibili i richiedenti sono posti in una lista d'attesa e lasciati per settimane o mesi al proprio destino senza alcuna forma di assistenza, tanto meno economica.

Per i rifugiati e i titolari di protezione sussidiaria e umanitaria la situazione è, se possibile, persino più problematica. Dopo il riconoscimento della protezione hanno la possibilità – e non il diritto, garantito dalla legge – di accedere allo SPRAR o nei Centri di seconda accoglienza gestiti dai Comuni, che però hanno a disposizione solo 1000 posti. Se è pur vero che la protezione dà diritto di cercare un lavoro e di godere degli stessi diritti sociali di un cittadino italiano, per molti la mancanza di un tetto è il primo e forse più grave ostacolo all'integrazione: spesso infatti molti rifugiati sono costretti ad accamparsi in strutture di fortuna, in luoghi fatiscenti.

 

Storie di ordinaria violazione dei diritti

Ahmed ha 22 anni, è arrivato a Roma dall'Afghanistan in condizioni di estrema vulnerabilità. Basta che qualcuno intorno a lui alzi appena il tono della voce, perché Ahmed cominci a tremare. Quando presenta richiesta d'asilo alla Questura di Roma, il 30 aprile 2013, nessuno lo informa di avere diritto a forme materiali di assistenza e accoglienza: viene solo invitato a ripresentarsi il 21 maggio.

Per la Questura, solo dal 21 maggio in poi Ahmed sarà considerato un richiedente asilo, ma nemmeno in quest'occasione qualcuno si premura di informarlo dei suoi diritti e nessuno si preoccupa di fargli sapere che, se è senza soldi, può essere accolto in un centro apposito. Senza la segnalazione della Questura alla Prefettura, quest'ultima non avvia alcuna ricerca di sistemazione e non fornisce alcun contributo economico.

Ahmed però il 16 maggio si era recato allo sportello del CIR - Consiglio italiano per i rifugiati, una Onlus che dal 1990 è impegnata per difendere i diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Il CIR invia direttamente in Prefettura la sua richiesta di accoglienza, ma Ahmed viene nuovamente invitato a tornare il 27 maggio e poi il 5 giugno.

Dopo essersi inutilmente rivolto al Comune e aver vissuto per settimane in un tendone a Tormarancia, il 7 giugno, dopo ben 38 giorni Ahmed trova un posto in un centro di accoglienza grazie all'intervento e alla segnalazione del CIR.

N. è arrivata il 3 giugno 2013 da sola a Gorizia, stremata per il lungo viaggio dal Pakistan. Chiede immediatamente protezione internazionale, ma la Questura la avvisa che per lei non c'è posto in nessun CARA d'Italia, pertanto la invitano a tornare l'11 giugno per verificare la disponibilità di un alloggio. Non le viene chiesto dove mangerà e dormirà nella settimana successiva.

N. si rivolge al CIR che le trova un posto in un albergo a poco prezzo, grazie all'intervento della Caritas Diocesana di Gorizia che si fa carico delle spese. Ma l'11 giugno viene comunicato a N. che non c'è ancora posto per lei e la Caritas non può più pagarle l'albergo. N. resta per strada.

Il 13 giugno il CIR è contattato dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Gorizia. Ci sono cattive notizie: N. ha problemi di salute e verrà trasferita in Pronto Soccorso dove trascorre una notte. La Commissione, vista la situazione delicata, fissa l'intervista per il riconoscimento alla settimana successiva. Dopo che N. viene dimessa dall'ospedale, il CIR riesce a trovarle un posto nello SPRAR che gestisce a Gorizia, il 14 giugno. Presentata la domanda di protezione, N. ha trascorso i suoi primi 11 giorni in Italia tra la carità e la strada. Dei suoi diritti, nessuna traccia.

Christopher Hein, direttore del CIR - Consiglio italiano per i rifugiati, non usa mezzi termini: in Italia stiamo assistendo a una sistematica violazione della normativa e dei diritti previsti dalla legge per i richiedenti asilo, i rifugiati e le persone titolari di protezione sussidiaria o umanitaria.

"Quanto sta succedendo in Italia è una gravissima violazione dei loro diritti d'accoglienza" dice Hein. "La legge italiana è chiara: prevede che ogni richiedente asilo che arriva in Italia senza adeguati mezzi di sostentamento ha diritto a forme materiali di accoglienza sin dal momento in cui presenta domanda di protezione. È molto grave che persone che hanno diritti riconosciuti passino mesi per la strada".

"Il sistema italiano di accoglienza è al collasso" prosegue il direttore del CIR. "Non ha più posto per inserire richiedenti asilo e sono molti anche i rifugiati che si trovano esclusi. Ma questa non è una colpa dei richiedenti asilo e non devono pagare loro le responsabilità di un sistema d'asilo insufficiente. Se poi non ci sono posti d'accoglienza, che le Prefetture riconoscano loro, come previsto dalle legge, il contributo economico".

Il CIR invita le istituzioni italiane a garantire che la fase dell'accoglienza sia riconosciuta come parte integrante del percorso di integrazione, a partire dal giorno di arrivo o di presentazione della domanda. Il sistema SPRAR, inoltre, dovrà necessariamente essere potenziato in termini di capacità recettiva, cosa che permetterebbe di rispettare il termine di 35 giorni di permanenza nei centri governativi, nella certezza del passaggio al sistema SPRAR.

Il diritto all'accoglienza, infine, dovrebbe essere garantito per un periodo minimo di un anno dal riconoscimento della protezione, periodo durante il quale i rifugiati dovrebbero aver accesso a un programma di integrazione lavorativa, abitativa, sociale e culturale. Solo così i rifugiati vedrebbero il pieno riconoscimento dei propri diritti e di loro non ci si ricorderebbe solo il 20 giugno. 

Per maggiori informazioni consultare il sito: www.cir-onlus.org


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