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lunedì 20 maggio 2024
 
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"A testa alta", un film sulla famiglia (anche quando non c'è)

19/11/2015  Non a caso alla vigilia della Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia esce "A testa alta", dedicato alla scommessa di tutte le persone che lavorano per dare un futuro a ragazzi in abbandono morale o materiale.

A tutti quelli che pensano che non ci siano parti adatte a una diva non più ragazza andrebbe suggerito di vedersi Catherine Deneuve in A testa alta, non a caso nelle sale alla vigilia della Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia.

Serviva una donna solida, capace di autorevolezza senza perdere empatia, serviva un’attrice vera capace di recitare stando sempre seduta o quasi, in un gioco di voce e di sguardi, serviva qualcuno capace di far sparire il volto noto dell’attrice sotto la funzione di un giudice minorile alle prese con un bambino  semiabbandonato che le cresce con fatica e ribellione sotto gli occhi. Sarebbe stato forse più semplice per Emmanuelle Bercot scegliere  un volto meno ingombrante, sarebbe stato più facile e banale far emergere il ruolo, e invece Emmanuelle Bercot ha trovato quello che cercava in un’intensa Catherine Deneuve. Di fronte a lei c’è Malony, adolescente, interpretato da Rod Paradot, apprendista falegname dicottenne, alla sua prima esperienza davanti alla macchina da presa.

Poteva andare tutto a pezzi in un contrasto così e invece funziona,  l’incrocio delle emozioni soprattutto: quelle che Mallony, pieno di contrasti, esprime oscillando tra violenza e tenerezza; quelle disordinate di sua madre (Sara Forestier), palesemente inadeguata, esasperante nell’immaturità  ma più per incapacità che per cattiva volontà; quelle confuse e a rischio della ragazza che si innamora di Mallory (Diane Rouxel), quelle come fuoco sotto la cenere dell’educatore (Benoît Magimel); quelle necessariamente controllate, ma affioranti, della giudice.

E’ tutta tra queste cinque persone la sfida del film, che in fondo vogliono tutte la stessa cosa: salvare Malony dal degrado che avvolge la sua vita. Ma non possono che perseguirla con il ruolo e con le capacità che il percorso assegna a ciascuno e perciò in un crocevia di confronti anche aspri. Eppure lo spettatore entra in empatia con tutti, capisce lo sforzo, che è di tutti, partecipa al sollievo per ogni passo avanti e allo scacco per ogni passo indietro: prova per Malony, il misto dei sentimenti che gli altri là dentro provano per lui.

Scavando nei retroscena del set, si scopre che quando devono rendere l’idea del film, sia la regista sia Catherine Deneuve, individuano il nodo di tutto nella stessa scena: quella in cui l’educatore e la giudice, dopo una decisione dura che l’educatore avrebbe voluto diversa, hanno una discussione accesa. Emmanuelle Bercot ne racconta la genesi così: “Mio zio (educatore, la cui storia ha ispirato il soggetto ndr.) mi ha raccontato di aver detto un giorno al giudice: Per lui tu sei sua madre e io suo padre”. Lei aveva risposto: “no, tu sei sua madre e io sono suo padre”. Da quel momento ho deciso che il giudice sarebbe stata una donna e doveva essere Catherine Deneuve a recitare quella parte. Solo dopo la sceneggiatura è stata scritta”.

 C’era già in quel nocciolo il succo di tutto, in primis il fatto che A testa alta non è film sul disagio e sul degrado, ma un film sulla fatica, sulla pazienza,sull’abnegazione, sull’educazione, in definitiva sulla famiglia, anche quando non c’è e tocca ad altri farsi carico dei suoi compiti. I sentimenti sono quelli: il timore di fallire, la soddisfazione di riuscire, la frustrazione, la speranza, l’incertezza di non sapere mai come andrà a finire.  Tutti trasmessi allo spettatore.  

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